Fragile

 1967: "Una serata ad Aurillac" di Guy Gilles perché non lo lasciamo.

Resistenza precaria

Divertente la commedia a sfondo storico "La cena del dittatore" (t.o. "La cena") di Manuel Gómez Pereira.

Rose e Cannoni

Era un mercoledì sera al “Sivori”, ritorniamo al cinema statunitense del giorno d’oggi. Ma...! Per una firma norvegese, al quarto lungometraggio, che si dimostra matura, drammironica, intrigante. Kristoffer Borgli, classe 1985 , con “The Drama” (s.i. “Un segreto è per sempre”), si presente come nuova firma graffiata.

EmanciNazione

Martedì sera tanto-per-cambiare stanco. Sul santificato canale televisivo TV2000 Elena scorge un “Sophia Loren e Clark Gable” ambientato a Napoli. Ueeh! All’uopo, niente più, niente meno di una commedia rosa con la scenografia, premiata e in Technicolor, della vivace flora e soprattutto fauna partenopea. “La baia di Napoli” (t.o. “It started in Naples”), del 1960, come il precedente film visto del newyorkese Melville Shavelson (1917-2007), cambiato il volto maschile con un altro, smuove i noti appetiti.

Il tempo è uno straniero

Poi, questo mese, è stata la volta del ritorno al teatro internazionale di quartiere “TiQu” per una nuova proposta sconosciuta. Mesdames e messieurs, con tutto l’entusiasmo del curatore, vero fan della poetica del regista…, Guy Gilles! Applausi di incoraggiamento prima della visione di “Le Clair de terre”, 1970. Meno, ma più convinti, alla fine. Invero quest’opera che, per il curatore è la summa dell’arte di Gilles, mostra una matura disinvoltura registica.

Giron Giro

Domenica di metà aprile grigia e fredda, comunque al cinema. Stavolta per l’Iran, il cui cinema è tra i più riscaldanti. Bello tornare, dopo 9 anni (argh!), agli “Amici del cinema” di via Rolando ferroviere, dove è in programmazione l’ultimo film di Ali Asgari. Ché “Divine comedy”, del 2025, continua ad esplorare le assurdità kafkiane, il disumanizzante purgatorio di ogni autoritarismo. Con sconsolata ironia…

Pochi luoghi pei bimbi

Al cinema per l’Iraq che grida. Al piccolo cinema City di vico Carmagnola in programmazione “La torta del presidente”, scritto e diretto nel 2025 dall’esordiente iracheno Hasan Hadi. Regia naturalmente sensibile, viva di colori, per un neorealismo d’essai: “Camera d’Or” meritata.

La truffa dello Stato

Di nuovo in strada lungo il cinema americano indicato da “Foglio”. Con Elena, ci ritroviamo ancora nel farwest, ma con tutt’altra vicenda da narrare: né “indiani”, né mandriani, ragazzi miei, vi presento: James Addison Reavis (1843-1914), l’Arizona è sua. Con “Il barone dell’Arizona”, del 1950, Samuel Fuller imparava ad organizzare scena e interpreti.

Beatleabba

Sabato pomeridiano d'inizio aprile, ma Elena è ancora febbricitante. Ci vuole una commedia. E Thomas Jensen, la cui cifra artistica conobbi 13 anni fa, su proposta di Albert Monzy, è tornato nelle sale. Buona idea, ché “Mio fratello è un vichingo” (t.o. “The last viking”), diverte con brio, bizzarria, senza tralasciare riflessioni più complesse.

non dovresti nemmeno

La primavera non ci tiene lontani dalle sale, anzi. E nemmeno trasposizioni cinematografiche invero complicate. Letto non troppo tempo fa, “Lo straniero” di Camus è materia davvero delicata, così ossessivamente impalpabile, talmente accecante nel meriggio abulico di un franco-algerino sradicato. Che François Ozon, a suo di film, sia giunto alla maturità necessaria?

Riti e varianti

Di ritorno da Marsiglia, un tributo al "Cinema, vidéothèque, bar, cantine" Videodrome 2, di cours Julien. Perso per un giorno il loro appuntamento, abbiamo raccolto la proposta nella nostra "Navetta". Il secondo film di Shōhei Imamura qui al Cinerofum è quindi "La ballata di Narayama", del 1938, che conferma una firma da stringere nella mano del migliore cinema giapponese.

Un altro ciak

Sabato sera pre-trasferta (infausta che ve lo dico a fare) per Richard Linklater, ma diciamolo, soprattutto per Godard e la “Nouvelle vague” (2025) che gli soffiava attorno. L’atmosfera che si respirava in quei suoi primi ciak era pregna di Cinema.

Il fischio nella notte silenziosa

Pazzo il tempo. Due anni e mezzo sono passati dalla prima volta che mi sedetti a fianco di Cecil B. DeMille, ad un incontro voluto da “Foglio”. “La via dei giganti” (t.o. “Union Pacific”), del 1939, è un perfetto esempio del cinema hollywoodiano di quegli anni. Rigoroso, spettacolare, ancora cosciente. “Grand Prix du Festival International du Film” a Cannes, nel 2002, recupero della prima edizione saltata per la Guerra. Molto meglio del nostro successivo incontro.

Incontri mostruosi

Ben instradati ormai sui sentieri dell'Horror, è stato facile accettare l'invio dei ragazzi del'"Altrove". Il secondo titolo della rassegna sui Mostri, organizzata presso l'oggi “TiQu”, intitolata appunto “Monstrum”, “qualcosa di spaventoso, do bizzarro…”, ha previsto “Frankenstein contro l’uomo lupo”, del 1943. Diretto dall’irlandese statunitizzato Roy William Neill (1887-1946) è il “quinto capitolo della saga del rinato col chiodo in testa, primo crossover tra eroi e mostri vari…

Segreti non richiesti

Ancora cinema tedesco al “City”. Elena carica di domenica pomeriggio si fionda, d’altronde è un “Premio della Giuria” a Cannes 2025 che ci aspetta. Le nostre due curve emotive si allontaneranno…Lei soffrirà l’artificiosità dell’opera seconda della berlinese, classe 1981, Mascha Schilinski. Mentre io mi lascerò affabulare dal doloroso echeggiare de “Il suono di una caduta”, ancora e sempre annunciata (t.o. “In die Sonne schauen”).

Educazione nazista

Quindi ci siamo recati al "19’’" per riprendere il discorso con Fatih Akin, stavolta in sala. L’ultimo film del regista tedesco di origini turche è un intenso e rigoroso racconto storico, ambientato nel finis terrae delle guerre del Führer. Titolo scontato, ma è proprio attraverso gli occhi di bambino ancora innocente che, ne “L’isola dei ricordi” (t.o. “Amrum”, è l’omonima tedesca), il regista guarda l’assurdo che accecò le generazioni passate.

Zeri e giuda

Con l’ultimo film di Fatih Akin nelle sale, l’occasione è ghiotta (vegan raw) per risalire alla scelta dei ragazzi del “Soul Kitchen” di piazza dell’agnello, così spesso frequentati. Pellicola del 2009, il sesto lungometraggio del regista di Amburgo è una commedia leggera, ammiccante, non priva di critica verso il feroce mondo del commercio (ristorazione). Ma...

Maledetta maternità

Poi una qualche sera di marzo siamo tornati a casa ancora in forma. Quindi nella sala Navetta è partita la proiezione horror, “zerofatica” o “spegnicervello” si dica. Dallo schermo e sullo schermo, ma anche proprio fuori dallo schermo. “Ring”, “Ringu” per i sardi di Pavia, nel 1998 rese celebre all’estero il regista nipponico Hideo Nakata (classe 1961), che indicò la "nuova" strada per il cinema del terrore d’una volta.

Giganterrore

Con Elena siamo andati avanti con Joe Dante. Il suo secondo lungometraggio, del 1981, è tra i “Da non perdere” riportati sulla nostra “bibbia”. “L’ululato” in effetti può affascinare come un pulviscolo impalpabile, ma spaventoso.

Squali tra le cosce

Sì anche “Piranha II – Paura” (s.i. “The spawning”), del 1982. Abbiamo lasciato J. Dante per incontrarci con la “vecchia” quigiovanissima bolp James Cameron, in compagnia di chi? Quel Ovidio Assonitis cui abbiamo da poco azzoppato le qualità nel piovrolone.

Concessioni miltari

Allora, con Elena, l’idea era quella di approfondire l'horror, in particolare del biennio viola 1970-80. Poi c’è stata la traiettoria dei film squaleschi. Inevitabile, sempiternamente ricordato dai suoi più celebri mostriciattoli, bussare alla porta di Joe Dante, tra le firme da conoscere. Al suo primo domicilio: anche “Piranha”, del 1978, si rifà facendo. O facendo rifà? Da scoprire.

Optimus e orche

Questa cosa degli shark movie sta prendendo il largo. Pure una piovrona, crudele e melomane, riemerge dagli incubi di Elena. Era sempre il 1977, quando uscì “Tentacoli”, una piccola-grande produzione italoamericana, che fece l’autostop al recente successo Spielberg. Nulla a che vedere, eppure…niente. Il regista Oliver Hellman, greco nato in Egitto nel 1943, è il produttore Ovidio Assonitis, in evidente stato confusionale.

Cineasy

Di tutto in questo febbraio. Anche ultimi tentativi televisivi. Con “Fatale”, sottotitolo italiano "Doppio inganno", del 2020, raccattato su qualche canale, conosciamo il regista cicagoano, classe 1976, Deon Taylor. Thriller black coi mezzi, Hollywood (Sacramento) dalla scrittura facile, fa rimpiangere qualsiasi autore incontrato di recente nelle sale…

La vita in mezzo

Un'altra pellicola nella sale ci riporta al 1977. Ma siamo in Brasile, nel brutto mezzo della tipica dittatura militare patrocinata dagli USA. “Un’epoca piena di bizzarrie” vere e personaggi inconsueti, quasi a far dimenticare l’horror esistenziale in programmazione nelle Strade. Con "L'agente segreto", del 2025, il regista Kleber Mendonça Filho, classe 1968 di Recife, s'intrufola negli interstizi degli eventi, come gli autori saggi.

A volte...

I film persi nelle sale si contano sulle dita di che? Sulle loro punte non sta nemmeno “Il filo del ricatto” (t.o. “Dead Man's Wire”), del 2025, che traccia il ritorno di Gus Van Sant. Ancora a raccontare le reazioni degli ultimi dinanzi ai primi, alla loro inspiegabile arroganza. A volte, come l’8 febbraio del 1977, davvero tutto va come dovrebbe. O quasi...

Agnes

Questa volta per Chloé Zhao. Sino al Sivori, tuttasalita, a cercare la conoscenza della regista cinese naturalizzata USA che ha fatto incetta di plausi e premi negli ultimi anni. Per nulla attirato da quella che parrebbe essere l’ennesima riesumazione di un eroe del passato in chiave romantica. Ma qui l’eroe è il genio. Quello del Bardo. Protagonista quindi è il teatro, che diventa vita. In “Hamnet”, un’ispirazione fantasiosa e suggestiva, quanto una moglie da avvolgere nell’oblio.

La scienza dei bulli

GhettoPeople è tornato con la rassegna “CINEMA e RESISTENZA”. Due appuntamenti in solidarietà a Mohammad Mansour e alla Resistenza Palestinese. La guerra, tra linguaggio e tecnologia. Nuove retoriche istituzionali si affiancano a nuovi strumenti di morte. Il secondo appuntamento in via Pirlotto a Sampi è stato attacchinato come a good american, ma “Zero Days”, documentario del 2016 del newyorkese Alex Gibney (1953), rende comunque bene l'ideologia di un perfetto difensore della patria americano. Spionaggio informatico: la guerra ibrida non è meno mortale.

Escamotage urbain

Sempre a gennaio, Elena ed io abbiamo seguito i ragazzi del CineLercari sino ai “Cumba”, sotto “Spianata”. L’occasione è quella della rassegna “Il miracolo”, che diventa d’oro facendo la conoscenza di Jean-Pierre Mocky, all’anagrafe Jean-Paul Adam Mokiejewski: regista, attore montatore, sceneggiatore e produttore nizzardo (1929-2019), ricordato come “anarchico”. Ma “Il miracolato”, del 1987, non è certo mosso da etica rivoluzionaria…

Nora e le sorelle

A gennaio nelle sale per non star fermi e far accomodare al Cinerofum Joachim Trier. Copenaghese classe 1974, col suo sesto lungometraggio si è aggiudicato il “Gran Prix Speciale della Giuria” a Cannes 2025. Davvero, “Sentimental value” colpisce per pulizia, rigore, profondità.

Blitz mortali

Era ancora gennaio quando ci recammo a recuperare il rappresentante del cinema spagnolo all’ultimo “Cannes”, che tante lodi raccolse alla prima. Elena ed io ci accodiamo al “Premio della giuria” per una película originale e potente. Scritta e diretta dal galiziano, ma nato a Parigi nel 1982, Óliver Laxe, “Sirat” è un’esplosiva opera esistenziale, coi militari che non cessano di aggredire la vita.

Stupid White

Forse causa ultimo discutibile lavoro, nell’ultimo mese Elena ha ripercorso i primi passi di Jim Jarmusch. Per capire. Compiuto il notevole paso doble urbano inziale, il regista di Akron si cimentò nel western, trasfondendovi la sua poetica di spirito libero ed eterno vacanziero. "Dean man" è il fantasma dei morti ammazzati.

Hi-Fi Society

Sentire annunciare che Park Chan-wook è nelle sale col suo ultimo film, che fai? Ci vai. Nonostante gli sconsigli (“volevo uscire, è identico a quello…” (?!)), perché al regista coreano, alla sua roboante e vendicativa narrazione, siamo affezionati. “No other choice”, però, sa molto di già visto, recentemente, nonché di sentito: il mondo del lavoro come vasca di squali. 

Ultras Libere

Sempre grazie a “Foglio”, all'attacco col quinto lungometraggio di Jafar Panahi. “Offside”, del 2006, parlerebbe di un gioco bellissimo, ma è costretto a parlare di patriarcato soffocante. La condizione della donna messa in fuori gioco da regole e strategie teocratiche che non cercano i sorrisi dei liberi, ma la grinta degli sgherri. Trofeo "Leone d'argento" in bacheca, con la disinvoltura del regista iraniano.

Fremori e terrori

Il 12 gennaio, invece, Elena deve aver detto qualcosa tipo “ci vorrebbe una pellicola nordica”...Da subito con la mente a Roy Andersson e alle sue graffianti carrellate, ho sbattuto contro “Una storia d’amore”, del 1970. “Swedish”, così simile e diversa dalle altre. Tanta accecante bellezza, biondissima, un primo amore indimenticabile, in attesa delle future macchie di pelle adulta.

Il prezzo dell'esercito

Altro DVD dall’archivio sopra “Principe”: dopo un film palestinese, a stretto giro uno israeliano. Mica perché brancoliamo tra gli estremismi, anzi abbiamo chiare responsabilità e strategie. Perciò ci piacciono i film come “Kippur”, 2000, autobiografico malinconico di Amos Gitai, che rincontriamo dopo 10 anni, con le immagini impietose e le riflessioni oneste.

Non è vita

Era il 2024 quando, nella rassegna grimaldelliana intitolata "GUERRA: chi la vuole, chi la fa, chi la subisce", in via della Maddalena 81r fu proiettato “Paradise Now”, scritto e diretto nel 2005 dal nazareno classe 1961, Hany Abu-Assad. Il 5 gennaio ero solo a recuperarlo, peccato: sordo alle critiche che riecheggiarono in libreria, essendomi trovato un film coraggioso, intelligente, sensibile. Scrivere e dirigere un tal soggetto richiede queste qualità.

La rabbia è uguale...

Poi il 2 gennaio, sempre grazie a "Foglio", eravamo a pedinare le orme di Jafar Panahi. “Oro rosso”, del 2003, raccontò di un regista ormai irrimediabilmente sgomento dinanzi alla sfrontatezza della disuguaglianza sociale. “Un certain regardextra brut, ma stupendo.

Vita in città

Per la prima volta in quasi 17 anni…Ma invero il primo gennaio 2026, vi sono testimoni, Elena ed io già nelle sale per "La mia famiglia a Taipei". Pellicola sudcoreana annunciata sin dai tempi di “Roma” (miglior film), diretta dall’esordiente Shih-Ching Tsou e co-sceneggiata e co-prodotta con l’astro vincente Sean Baker, non potevamo mancare a causa di sbornie dimenticate. La supervisione di chi sa come correre con la m.d.p. e rendere la curva tragica di eventi ed affetti, però non ha cambiato le cose.