Rimpallando
tra le epoche del cinema francese, impattiamo spesso con Claire Denis, autrice internazionale
di calibro, che col suo “letterarismo” cinematografico può stupefare, riflettere,
aizzare. E annoiare, come in questo caso. “Trouble every day” (t.it. “Cannibal
love – Mangiata viva”), del 2001, è il titolo ironico di un film (regista?)
che si prende orribilmente sul serio.
Sogni di un tempo
Questo
mese, al “Sivori”, sono iniziate anche le matinée organizzate dalle
ragazze/i del “Circuito”. Presenziate due su quattro, la prima volta con Elena
per un Frank Capra che tantopercambiare può emozionare sino alle
lacrime. “Proibito”, del 1932, è splendidamente spregiudicato per forma
ed intenti!
Chaos Chili Blood!
Confessiamolo,
era ancora il 2025 quando, con Elena in piena stagione horror, sfidammo
Tob Hopper a rifarlo. Non era uno stupido il regista, per la Parte II di “Non
aprite quella porta” (1986) ha fatto come Paganini, comprendendo
(nelle varie accezioni), dodici anni dopo, il nuovo corso gommoso e
plastificato del finire dello scorso Secolo.
NUMERO 71: BIBI
Dopo
il primo tentativo finito in “tutto esaurito”, giovedì 8 sera con Mino al
parrocchiale “Nickelodeon” a recuperare il documentario “The Bibi files” realizzato, ormai due anni fa, dalla sudafricana Alexis Bloom (Johannesburg, classe 1975). La tesi del
documentario è nota quanto agghiacciante: il genocidio di Gaza perpetrato per
non subire la condanna per corruzione. Ovvio che non è vero; o, meglio, solo in
parte…
Emancipa fico
Leggo Nicolas Winding Refn e, memore del suo cinema di
vent’anni fa, mi fiondo a vedere l’ultimo film del regista danese con cui, en
passant, si sono specializzati alcuni criminologi. Quale cambiamento: non
riconosco NWR, niente più giacca dozzinale e lugubri scantinati: mi sono perso qualcosa
e “Her Private Hell” mi trasporta un una dark story fantastica e glamour,
con un utilizzo di effetti speciali pari solo a quello dei simbolismi. Ci ho
provato, ma non è il mio universo.
Amours compliquées
Ancora
qui, davanti al regista con la “Losange” suggerito da SimoMi, chiudendo
il trittico con Alain Guiraudie. Nel 2024, il “geniale” regista di Ayron con “L’uomo
nel bosco” (t.o. “Miséricorde”) realizzò il suo settimo
lungometraggio. Il nostro preferito, forse perché più incastonabile. In che cosa? Dai, ci siamo capiti.
Straniamento
Come
promesso, avanti con Alain Guiraudie. Tre anni dopo il film sulle relazioni scoperte
e pericolose, il regista sessantaduenne si risiede dietro la m.d.p. proseguendo
il sentiero delle sessualità diverse, aperte. “Rester vertical”, del 2016,
è il titolo del quinto film dell’autore e una sfida allo spettatore vergine.
Uomo specchio
Hirokazu Kore’eda scatenato. Tredici anni dopo il nostro primo incontro col regista, lo ritroviamo di ritorno da “Cannes” ancora sul tema dell’adozione, stavolta cyborg. Ma la tecnologia divoratrice dell’A.I. non ha cambiato i toni dell’autore, saldamente ancorato alla sua poetica delle relazioni (umane?). “The sheep in the box”.
Peccati imperiali
Nella piccola “FilmClub” per altro cinema palestinese. Dalla testimonianza della feroce attualità dell’occupazione israeliana, alla rievocazione storica; al nostro terzo incontro con Anne-Marie Jasir, per il film “Palestina ‘36” (sottot. “Quando tutto ebbe inizio”), compie una sterzata condivisibile, cedendo alla divulgazione, trascurando la forma.
Uomini per caso
Dopo
quasi un anno di salubre astinenza dal cinema italiano, con Elena eccoci nelle sale settembrine piuttosto carenti per un altro tentativo. “Grottesco” la chiave che
mi dovrebbe mettere al sicuro da misere velleità. E, tuttosommato, "Serpenti", terzo film del romano classe 1980 Roberto De Paolis, non lascia con rimorsi.
Nemmeno soddisfazioni, figurarsi entusiasmi. Graffiante. Ma, come dodici mesi
fa, oltre il filmetto non si va.
Non arresti l'arte
Guerra e repressione diffuse dovrebbero spingere il cinefilo
presente a sé a non dimenticare registi come Jafar Panahi (comunque già nell’olimpo
dei registi). Ci mancava “This is not a film”, del 2011, per apprezzare
ancor più l’arte e l’umanità dell’autore iraniano mal vittima della violenza di
stato. Non racchiudi un’idea tra quattro mura, si veste da poesia e travalica i
confini nazionali.
Genocidio volontario
Ieri sera, su proposta del puntuale Genna, nel “Cineplex”
pieno e fin troppo confortevole, viste le immagini sul grandissimo schermo, il
primo giorno dei soli tre di uscita (28-29-30 settembre, ?!) del secondo documentario
della coppia di registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, per il governo israeliano "traditori di stato". Nelle
interviste di ufficiali e soldati dell’esercito di occupazione sionista, la disumanizzazione
pianificata delle vittime che dà licenza di uccidere e, l’umanità ormai dispositivo
da 007, auto-divorarsi. “Naza”, “Premio speciale della giuria” a Venezia.
Black Confusion
Da Marigrade, ormai chissà quando, un DVD del "New Black Cinema": “Bus in viaggio” di Spike Lee, del 1996, l’anno dopo la “The million man march” degli afroamericani a Washington. Marcia vietata alle donne cui Lee non partecipò, ma che gli ispirò questo film piccolo e sporco ma che racchiude le cifre registiche del regista di Atlanta ben più di altri suoi celebri lavori. Black confusion all’ombra della one nation under same religion.
Partigiani reggiani
Proprio mentre vecchi e nuovi fascismi e nazismi si
affacciano con grinta di devastatore e saccheggiatori, l’“Anonima Santa Brigida”
mi porge “I sette fratelli Cervi”, del 1967, ricordandomi, col regista milanese
Gianni Puccini (1914-1968), l’importanza di non abbandonare mai la lotta.
Nei titoli di testa, la sestina finale di "Ai fratelli Cervi, alla loro
Italia" di Salvatore Quasimodo (1954), dedicata a Gelindo (nato il 7 agosto 1901), Antenore (30 marzo
1904), Aldo (9 febbraio 1909), Ferdinando (19 aprile
1911), Agostino (11 gennaio 1916), Ovidio (13 marzo 1918)
ed Ettore (2 giugno 1921), fucilati dai repubblichini fascisti il 28
dicembre 1943.
Zitto e suona per la gloria
Dall’ultima infornata cinematografica milanese, recuperato un titolo che dalla sua uscita si divulgò con prepotenza, prima nelle “sale”, poi sui vari canali di distribuzione digitale. “Whiplash”, del 2013, riporta al ‘Rofum il regista di Providence, classe 1985,Damien Chazelle. Dimestichezza con sceneggiature sferzanti e mezzi efficienti, il risultato è un film accattivante…si il pubblico con consunte quanto ormai smascherate retoriche individualiste made in USA. Ora, per arrivare alla fama, è concesso, anzi previsto, che un fulminato ti tratti come una merda. Thanks!
Incontri di fatto
Ed eccoci all’ultimo provoca(nte)torio appuntamento di questa provvista autoriale agostana. Dal “genio assoluto contemporaneo” Alain Guiraudie, altro regista occitano (Aveyron, 1964), “Lo sconosciuto del lago”, del 2013. Per nulla thrilling è un erotico, omo, che esplora con una certa freschezza e profondità, non priva di d’ironia; rigorosamente guardone.
Misure di sé
Guardiamo la programmazione nelle sale per i resti dell’estate. Ne esce un film francese, bene, con Angelina Jolie, uhm, e Louis Garrel, e vabbè andiamo. La parigina classe 1976 Alice Winocour, “Couture” (2025) fa capolino nel backstage del feroce ballo mascherato delle fashion week (...), drammi e sogni di giovani e meno giovani donne. Scrittura sapiente per non cadere nell’ovvietà.
Armature
Già consigliato da SimonMi, ora anche passato, “Chien de la casse”, del 2023, è un film sull’amicizia con cura e intensità che colpiscono se scritti e diretti da un regista esordiente: Jean-Baptiste Durand, classe 1985 del sud della Francia (Hérault), sembra meritare una sua futura pagina web enciclopedica. Vedremo…
Corse annebbiate
Dal rifornimento di SimonMi anche l’occasione per progredire con Hou Hsiao-Hsien. “Millenium mambo” del 2001, è un vezzo artistico dalle tonalità uniche, un poster da pied-à-terre radical chic. L’abulia dei protagonisti rischia di invadere gli spettatori che giungevano dalle precedenti sale hongkonghesi…
Inconsolabilità e cane lurido
Visione pomeridiana con Mino in sala Navetta per introdurre tardivamente al ‘Rofum il regista ungherese, scomparso quest’anno dopo lunga malattia, Béla Tarr (1955-2026). “Perdizione”, del 1988 ha le fattezze di una pietra miliare.
Finis, tutti a casa
Il prezioso SimonMi ha portato alcune chicche in sala che non potevo lasciar lì. Come “Goodbye, Dragon Inn”, del 2003, decimo lungometraggio che accogliamo su Rofum' del regista anagraficamente malese, artisticamente taiwanese, Ming-Liang Tsai. Ripresentato a Venezia nel 2019, chissà se la sala si svuotò per riempirsi di altre assenze…
Cartelli vuoti, popolo muto
Dopo essere stato colpito in piena coscienza dall’ultimo film di Jude Radu, l’occasione per conoscerlo meglio è arrivata, che ve lo dico a fare, dal buon SimonMi. A ritroso nella filmografia del caustico regista rumeno, abbiamo impattato contro “Non aspettarti troppo dalla fine del mondo”, Premio della Giuria a Locarno 2023. Allucinante desolazione umana e sociale.
Crescere
...e qui arriva un’infornata agostana di tutto rispetto. Partiamo dal noi ormai apprezzatissimo Hou Hsiao-hsien. Cinese esponente di punta della "New Wave" taiwanese, nella sua variegata filmografia anche delicate pennellate ozuiane a raccontare i padri e i figli, la campagna e la città. Come “In vacanza dal nonno”, del 1984.
Mensonges d'amour
Anche in lingua francese (da "Prime"), può capitare di dover trattenere Elena…dall’abbandonare la visione! Che passa per la mente di certi cinefili, convinti di dover vedere ciò che si aspettano di vedere? Il cinema non è così. Ti può chiedere di pazientare e, quindi, apprezzare maggiormente la curva disegnata dagli autori. Prendete “L’uomo fedele”, scritto, diretto e interpretato nel 2023 da Louis Garrel, il figlio, può storcerti il naso (sì, il film, fisicamente!), ma anche raddrizzartelo (…) come a dire: “Rappelez-vous, nous sommes français”, porgendoti un divertente amaro film sentimentale sul maschio cornuto e mazziatissimo.
Il Sol della Polizia
Nulla nelle sale che non richiedano di mettersi delle cuffie audio (per?). In Sala Navetta, con Elena, a volgerci al cinema dell’Estremo Oriente. Da “Foglio” una proposta, che “taiwanese” non è, e che supera le mobili frontiere nazionali per approdare in Vietnam. Pellicola del 1984 diretta da Ann Hui, “People boat” è un accorato quanto sgomento affaccio dietro le quinte di una vittoria sedicente comunista.
Diplomatiche internazionali
Dall’ultimo treno di DVD dall’archivio Marigrade, un film di Krzysztof Zanussi, conosciuto ormai una dozzina di anni fa a Trieste, che mi rende più simpatico il regista polacco. “Persona non grata”, del 2005, è una piccola ma apprezzabile produzione italo-russo-polacca. Buon intrigo diplomatico in mano ad abili interpreti: lo psycho-show di ambasciate e consolati è allestito.
La felicità non si parla
Poco nelle sale, Elena ed io finiamo con altri cinque nella piccola “FilmClub”. Per il Bhutan! A vedere la proposta “Agent of happyness” (s.it. "Il Bhutan e la felicità"), docu-film diretto a quattro mani dal bhutanese Arun Bhattari (1985) e la budapestina Dorottya Zurbó. Annunciato come valido ed ironico, è un lavoro ambiguo, dove le idee degli autori, se c’erano, si rivelano confuse e pavide.
Chi teta nu cianze
Ecco un altro squalone diretto contro il Cinerofum dal regista inglese classe 1966, specializzato (oua…) in action e horror, Marcus Adams: “Deep fear” (2023, s.i. "Dive to survive", s.it. “Squali negli abissi”). In questo caso, shark per una comparsa, tanto si è voluto condire con altre sostanze. A quanto pare, una 90-60-90 dovrebbe bastare in questo genere bistrattato…
A cercarsela
In questo luglio torrido, il Cinerofum non poteva evitare gli shark movie televisivi che gli giravano minacciosamente attorno. Il primo squalo è stato quello del recente “L’ultimo respiro” (2024, s.it. “Trappola negli abissi”), direzionato contro di noi dal regista svedese, specializzato in thrilling subacquei, Joachim Hedén (1967). Un relitto marino e tutto ciò che vi sta attorno: ragazzi in cerca di avventura e uno squalo in cerca di ragazzi. Per li genere, può bastare.
Meritato riposo
Dopo tanto cinema francese, d’essai et non, Elena ed io abbiamo bisogno di un purgante hollywoodiano, meglio se apocalittico. Quale occasione migliore per accogliere al 'Rofum il regista di penultima generazione (pagina 614 della “Bibbia”) Alex Proyas? Alla ribalta grazie ad un celebre morto sul lavoro, il regista di El Cairo emigrato in Australia si è attestato sul genere fantastico, raccogliendo botteghini e poco altro. “Segnali dal futuro” (t.o. “Knowing”), del 2008, è un tipico esempio di disaster movie senza pretese, tranne quelle degli autori. Unico risultato: fascinazione.
Cuori fragili
Un altro DVD dall’“Alliance” francoitaliana di via Garibaldi, pur senza sottotitoli, ci ha comunque spinto a reperirne una versione intelleggibile (è sul Tubo). Non male “La belle personne” diretto e scritto nel 2008 dal bretone, classe 1970, Christophe Honoré. Nell’“Età fragile” dei primi amori, una bella persona può far più danni di Carlo in Francia…
Un militare in un golpe
A 25 anni dall’uccisione di Carletto Giuliani, non me la sento dell’ennesima parata auto appagante. Piuttosto, corro col cinema al giorno del golpe cileno del 11 settembre 1973: “L’hangar rosso” del regista cileno, classe 1978, Juan Pablo Sallato. A quanto pare, la Violenza di Stato può scioccare anche i parà più decorati…
Metamorfosi hollywoodiane
Visione post prandiale di un luglio torridissimo, in sala Navetta un DivX di Clint Eastwood proveniente dall’Anonima Cineteca S. Brigida ambientato nell’arida della Grande Depressione. Dal romanzo omonimo, “Honkytonk man”, del 1982, è l’ennesimo travisamento della realtà da parte dell’autore californiano, come molti suoi colleghi di Hollywood così intriso della retorica dell’American Dream da riuscire appassionante solo ad un pubblico in "formazione" o...mai cresciuto.
Narciso e Boccarossa
Completato il dittico di Marco Ferreri proposto dall’Anonima Cineteca S. Brigida con “I love You”, del 1986. Ancora provocatorio, il regista milanese limò la sua arte sino a ridurla ad un fischio. E una voce che, obbediente e compiacente, ti dirà sempre “Ti amo!”…
Traiettorie deviate
Sempre per un po’ di lingua francese nell’orecchio (felpata), qualche sera fa “Foglio” ha reinvitato Bruno Dumont al Cinerofum. Il regista francese si conferma firma autor(evole?)iale, abbandonando i didascalismi sociali, pur condivisibili, degli esordi per dedicarsi al lento logorio esistenziale dei due protagonisti di “Twentynine Palms”, del 2003. Echi di Haneke e Denis, il cinema dell’Europa centrale è in quell’anfratto.
Puoi colorarlo
Quarto e ultimo appuntamento del ciclo intitolato “Venere”, organizzato dai “CineLercari”, è stato “Uccelli, orfani e pazzi”. Pellicola del 1968 follemente grottesca, travolge col suo infantile caos di piume e stracci, di fango e fotte. Siamo all’ingresso del memorabile sentiero della Nová Vlna cecoslovacca, dove a far gli onori c’è il praghese Juraj Jakubisko (1938-2023).
"Plin de cacat"
Da recuperare un film rumeno del 2025, con allori e “Assolutamente sì”. E in effetti, “Kontinental ‘25”, scritto e diretto da Radu Jude (1977), certo non appartiene al cinema confortevole classico che non spaventa Elena, ma è in linea con la scuola dei migliori autori contemporanei dalla Romania. Altro che commedia, è una pellicola politica magnificamente spietata.
Cimitero di pupazzi
Solo soletto in sala Navetta, “by Useless” un DivX con “Il seme dell’uomo” (1969) di Marco Ferreri, che si può non proiettare. Ci perdonerà il nostro stimato regista, anche stavolta così attento all’amalgama di colori sul proscenio. Un distopico grottesco esplicito, con l'uomo come unica e sola calamità di questo pianeta.
Tra sangue e sperma
Nelle sale ha fatto capolino una proposta che abbiamo subito accettato. Dall’attrice californiana Kristen Stewart un esordio interessante, di certo coraggioso. “La cronologia dell’acqua” (2005), tratto dal romanzo della scrittrice Lidia Yuknavitch (1963, anch’essa californiana), racconta di una bambina, di una ragazza, di una donna. Sempre la stessa, attraverso le sue dolorose esperienze.
Di familiare
Per nulla spaventati, anzi, dalla riproposta dell’esordio doloroso di Hirokazu Kore’eda, con Elena abbiamo affrontato i 19’ che ci separano dalla “Sala 2” del cinema Ariston per un’altra riscoperta: del 2008, “Still walking” (s.it. “Camminando in un giorno d’estate”) conferma l’autore l’erede delle tematiche ozuiane, famiglia e genitorialità, città e paese, generazioni e luoghi ormai incomunicanti.
Pensa agli universi
Venerdì sera di giugno con 35° percepiti, Elena propende per un film nella nostra sala “Navetta”. “Una pellicola seria” dice e, chissà da dove, Mino 1° sospettato, fa capolino un film belga del già apprezzato Lukas Dhont. Finiti gli anni delle piccole produzioni sommesse, il coming out di genere esonda nella “Settima”, spesso con risultati notevoli, come nel caso di “Close”, del 2022, coi primissimi amori adolescenziali per strade diverse, alcune dolorose e tragiche.
Morti e panchine
Altra lezione, non solo di francese, ma anche di cinema,
ci è giunta dalla rediviva "Alliance" e dal solito Claude Chabrol. Il maestro dei gialli sociali, l’Hitch politico del paese della Grande Rivoluzione, nel 2003 picchiò ancora sulla borghesia
di provincia. Così bella, così infame. “Il fiore del male”.
Sotto i conti in banca
Questa cosa delle lezioni di francese di Elena e di "Foglio" sempre pronto a suggerire, sta facendo
sì che ci troviamo spesso con gli autori transalpini dalla erre moscia.
Incredibile ma vero, con Claire Denis siamo appena al secondo appuntamento: ma “Bastards” (t.o “Les Salauds”), del 2013, attesissimo all’uscita, finisce tra i noir pretenziosi della raffinata autrice.
Inutili parole, persone
Questo mese nelle sale anche un film dalla Romania, col suo cinema
ben saldo al presente. “Tre kilometri alla fine del mondo” (2024) di Emanuel
Pârvu, regista classe 1979, che con questo terzo lungometraggio ha concorso per
la Palma d’Oro, parla di omofobia strisciante, visibilissima quando si tira in
piedi.
Pochi ma soli
Toh, un film americano nelle “nostre” sale del “Circuito”, le sole che frequentiamo. Da un po’ nel mirino, causa orari proibitivi (16:30 ?!), finalmente recuperato “Rebuilding” (s.it. “Come l’acqua per il fuoco”, ?!). Passato dal “Sundance 2025”, secondo lungometraggio del regista del Colorado, classe 1993, Max Walker-Silverman, è un lavoretto accorato per caratteri morti e...mezzo risorti.
Donna Vita Libertà
Il buon “Circuito Cinema” propone un film afghano che entra subito nel nostro mirino. “No good men”, scritto e diretto dalla regista classe 1990 Shahrbanoo Sadat, al suo terzo lungometraggio, film d’apertura della 76° Berlinale, è un’ottima commedia, più amara che dolce, sulla condizione della donna nella terra scossa da guerre e integralismi. In mezzo a tanta assurdità, due volti difficili da dimenticare che testardamente si aggrappano ad una vita finalmente e fieramente vissuta.
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