Hi-Fi Society

Sentire annunciare che Park Chan-wook è nelle sale col suo ultimo film, che fai? Ci vai. Nonostante gli sconsigli (“volevo uscire, è identico a quello…” (?!)), perché al regista coreano, alla sua roboante e vendicativa narrazione, siamo affezionati. “No other choice”, però, sa molto di già visto, recentemente, nonché di sentito: il mondo del lavoro come vasca di squali. 
Arriva l’autunno, con le sue anguille. Casa, regali, soldi. Una musica apparentemente spensierata. “Ora sento che non mi manca nulla”. Taaac (per nulla scaramantico). Chi di licenziamento ferisce… Come se respirare e picchiettarsi vuote frasi sulla fronte, cambiasse la condizione di sfruttati dei lavoratori. Finché ci si mangia, e bene, il gioco piace. Poi, la tragedia: basta Netflix, basta cani (?). Una mamma pratica come un martello. Profusione di informazioni, a tratti ci si perde. “Competizione spietata”, va bene. Ma progetti omicidi quanto goffi finiscono per scontrarsi con un'empatia residua tra essere viventi.
Urla deliranti. Caos creativo, certe cose le capisce solo Park. Ma perché in nostro simpatico alienato ossessivo si fissa con quel tizio e quell’altro? Sì, sono tra i candidati, ok. Scrittura barocca più pesantuccia dei castelli di carta “Paper Moon”. Tragicommedia che termina alcoolicamente. E in effetti finirà così. Soli, con le macchine.
Ohibò, che ci volesse un tal budget per raccontare la lotta per la sopravvivenza soggiacente il lavoro salariato…Tantissimi rumorosi colori per nulla, e il parassita prudeva di più.
(depa)

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