RetroDisto

Tra "gli acclamati dalla critica" proposti da "Netflix" c'era un film taiwanese. Non ho retto. Ho aperto la "Valéry" e, dopo Elena, ho fatto accomodare Ho Wi Ding, che poi ho scoperto essere malese. L'autore, classe 1971, s'è presentato con "Cities of last things". Pellicola del 2018 è un racconto a ritroso: da una rabbia inossidabile, ai suoi ingredienti. Ambizioso, ben fatto, qualcosa di infantile.

Pieghi in cinque poi lecchi

Quarto film di Sergio Martino comparso nella Valéry, in quest'agosto a luci rosé. L'occasione è sempre il buon compleanno a Barbara Bouchet, ogni 15 agosto per sempre. Pellicola ad episodi del 1976, "40 gradi all'ombra del lenzuolo" mette tutto dentro, tutti sotto, insomma spoglia e riveste, sino alla prossima prurigine.

Anni a salve

Poi è stata la volta del primo film dei Fratelli Taviani. Intendo esordio, di Paolo e Vittorio. Nel 1967 gli autori samminiatesi si presentarono scrivendo e dirigendo un racconto fatto di schizzi. Sprazzi del movimento verso il funerale di Togliatti. "I sovversivi", con molta ironia, prova a proseguire, sul marciapiede, a bordo corteo...

Orgia canaglia

Nei giorni scorsi, "La7" ha dedicato un miniciclo dedicato a Barbara Bouchet (di qui alcune pellicole apparse sul 'Rofum). In programmazione "L'anatra all'arancia", del 1975, diretto dal romano Luciano Salce (1922-1989) e tratto dall'omonimo dramma franco-britannico. Tra le smargiassate di svogliati borghesi '70, un racconto disilluso sull'amore, sul matrimonio, troppo kitsch per chi non ha tempo. Liberi, via, indipendenti!, Vitti e Tognazzi! Sino al ritorno. Soli.

3 colpi d'oriente

Sta capitando di tutto, in sala Valéry. Cerco di spiegarmi. Tipo ieri sera. Nulla da fare, uno sguardo buttato lì. Le proposte son tre: scegliamo la terza (prrr!). La ragione è il gusto masomacabro e ironico che solo gli horror orientali sprigionano. "Italia2" programma "Three...extremes", una pellicola collettiva del 2004 a tre teste, una per ogni drago: Fruit Chan, cinese classe 1959; per la Corea del Sud, Park Chan-wook, nato 1963; Takashi Miike, 1960, per il Giappone. Tre intensi ed eleganti deliri, quale più scioccante, quale più alienante, uno scontato, tutti d'autore.

Vatteli a prendere!

Appena finito di vedere "Arriva Sabata...", del 1970, diretto dal bonariense Tulio Demicheli (1914-1992). Prolifico dietro la camera come alla regia, l'autore dal nome plasmabile confezionò una corsa pazza, cavallo o automobile, in un west sgangherato. Rincorsa, quindi, ché, ai poco amalgamati protagonisti, tocca andarseli a prendere...Per poi, lì sta il problema, dividerli.

Percorsi inattesi

Siamo nel centenario della nascita di Alberto Sordi. Se le televisioni omaggiano, "noi" del 'Rofum ci togliamo il cappello. Era un pomeriggio di metà agosto, quando ho approfittato della compagnia della coppia doratarossa Alberto Sordi, qui anche regista, & Carlo Verdone. "In viaggio con papà", del 1982, scompiscia e commuove, col ritmo di un percorso inatteso.

Energia fantasia

Quando Elena salì alle pendici delle Retiche meridionali, in effetti, in sala Valéry successero film strani. Come in quella calda seconda serata agostana. "Cine34" sparse cuoricini ed "x", presentando un film culto, del 1978, di Fernando Di Leo (1932-2003). "Avere vent'anni" lasciò il segno per scene erotiche e violenza sessuale, con conseguenti censure e proliferazione di versioni, ma non dovrebbe essere scaricato, nel water, con troppa disinvoltura (di questurini o intellettuali).

Dentro ai soldi

Il Cinerofum, nelle consuete vesti di Elena e me, prosegue il tragitto nella cinematografia di Spike Lee. Il regista afroamericano nel 2006 realizzò un thriller poliziesco che colpì per il taglio sinuoso, elegante, che non ne pregiudicherebbe ritmo e attesa. Con tutte le logore maschere hollywoodiane sul palco, forse annoiate dall'ennesima rapina in banca nel centro di Manhattan, con buona pace delle innovazioni impercettibili, "Inside man" vi intratterrà senza sussulti.

I bambini bla

Nessuna fuga dalle sale, acchiappo film dove capita, nei cinema appena possibile (causa titoli, non microbi!). Su "Netflix" mi sono imbattuto in Alfonso Cuarón, il quale, nel 2006, realizzò un distopico tratto dall'omonimo romanzo della ossoniense Phyllis Dorothy James (1920-2014). "I figli degli uomini", parla di un 2027 senza speranze, dall'umanità più sterile che mai. Giuste avvisaglie, annacquate in brodaglia militante, sino ad un finale retorico. Realistico, non v'è che dire.

Occultatelo!

L'agosto Covid, quello del 2020, al Cinerofum, verrà ricordato come quello di Sergio Martino. Ma che volete che vi scriva?..."sarà sto buco dell'azoto". Dalla premiata ditta, tutta capitolina, dei Martino, nel 1983, venne prodotta una commedia demenziale che lasciò il segno nell'idiota immaginario degli anni '80. "Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio" è caotico faticoso, con Lino Banfi a dar la carica e Johnny Dorelli ad esaurirla.

Andare andare

Il primo film visto, in quel pomeriggio d'agosto fordiano, intendo, fu "La carovana dei mormoni" (t.o. "Wagon master"), del 1950. Ancora una lunga, stremante quanto suggestiva, marcia nell'immenso ostile paesaggio. In viaggio, in fuga, con gli incontri del percorso, l'ironia dell'avventura, quanta sete di terra nuova oltre l'orizzonte.

Inizio spacciato

Vediamo di venire a capo di questo vivace agosto cinematografico. "Netflix" propone un altro film di Nicolas Winding Refn. Elena e io in sala Valéry per continuare il discorso, iniziato quest'estate, col regista danese. "Pusher", del 1996, racconta del solito braccamento stupefacente, scazzo criminale. Da noi questo primo capitolo uscì undici anni dopo, a trilogia conclusa: non ho parole. Storia di droga, insomma, ma seguita con occhio disincantato e ritmo che, a distanza di anni, urta ancora. Di più, trattandosi di esordio.

Una settimana in frontiera

Pomeriggio Ford. Appena visto due film proposti dai "RaiMovie" (réclame brevi V 25 min). Il secondo è stato "I cavalieri del Nord Ovest" (t.o. "She wore a yellow ribbon"), del 1949, così la sala Valéry chiude la trilogia sulla cavalleria statunitense. Pellicola dall'inconfondibile tocco di John Ford, con l'attenzione ai paesaggi e alle fatiche. Ford vuole tutto il West e lo trova, anche con una ballata atipica che ruota attorno al luogo e al tempo più che agli eventi particolari.

I giri salgono!

Ieri sera, ultimo appuntamento, solitario, con la rassegna "K-Cinema" dedicata ai nuovi autori sudcoreani. Al "Sivori" c'era "The gangster, the cop, the devil" (2019), opera seconda scritta e diretta dal regista senza età Lee Won-tae. Bella uscita, ché questo action movie reboante e manesco, ha poco da invidiare ai suoi modelli statunitensi.

La sfida del tempo

"Serie" senza "quasi". Tre passi nell'agosto e la sala Valéry era già illuminata. Grazie al rifornimento del prezioso Carletto, Akira Kurosawa. "La sfida del samurai", del 1961, racconta di un'epoca lontana, di un far east di altri tempi, del crepuscolo degli eroi, anche di quelli salariati. Pellicola elegante e truce (pulp?), ironica e disperata. Da vedere.

L'amore è di tutti

Quindi cose serie. O quasi. "Netflix" abbabbo propone il lungometraggio d'esordio di Spike Lee. Poteva il 'Rofum esimersi? Difatti, la sala Valéry ha riverberato il bianco e nero di "Lola Darling" (t.o. "She's gotta have it"), del 1986. Prova audace e riuscita.

La belle dei 7 gnocchi

Dicevamo, torniamo alle cose serie. Ma non troppo (sigh). Ieri pomeriggio, su "RaiMovie" leggo Francesco Rosi, quindi mi sintonizzo. Ma "C'era una volta", del 1967, non mente e se la ride. Ispirato a una fiaba di Giovan Battista Basile (1566-1632), su cui la poetica di Tonino Guerra poggia giusta, intrattiene e poco più. Mettiamola così, contenti di aver incontrato un Rosi meno noto.

Legge della giarrettiera

Dopo la gradita incursione di Bubu, da un luogo ormai noto solo a lui, e prima di tornare alle cose serie, ancora un po' di commedia sexy, sì, ancora un po' di Sergio Martino. Nell'anno dorato 1981, nelle sale italiane imperversò "Spaghetti a mezzanotte". E, da allora, pelliccia e giarrettiera di Barbara Bouchet rappresentarono i colori del mio autunno astigiano. Mostra le rughe, il film intendo, da poco abbiamo trovato dei "Martino" più efficaci, ma questo è il CULT.

“Vincent bravo con papa”

Come il ‘Rofum sa, sono sempre stato un estimatore di Gabriele Salvatores, stima nata per i suoi mitici film degli anni ’90 e sempre rimasta viva negli anni e questo suo ultimo film non ha deluso le mie aspettative, anzi. Definirei questo “Tutto il mio folle amore” (2019) un’opera matura del regista che dipinge magnificamente l’incredibile storia di Vincent e suo padre Willy, liberamente ispirata dalla storia vera di Andrea e il padre Franco Antonello, raccontata nel romanzo “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas.

Sexy Pretura

No, il 'Rofum non è impazzito per il caldo, è che, si sa, d'estate la programmazione televisiva tende perlustrare la commedia sexy all'italiana. Saranno le nudità per strada e spiagge. Quindi ne vedrete delle belle. Sergio Martino, romano classe 1938, fu uno degli esponenti noti di quella bizzarra, fieramente disimpegnata, stagione cinematografica. Ieri sera, in sala Valéry rigorosamente maschile, è stata la volta di "Zucchero, miele e peperoncino", del 1980. Tre episodi rocamboleschi, Lino Banfi, Pippo Franco, Renato Pozzetto e, soprattutto, le curve di Edwige Fenech sugli scudi. Tutti ben calati nella giusta dose d'idiozia a sfondo erotico.