Giàmmorti

La premiata ditta, autogestita, non a scopo di lucro e dedita al degrado, "Fr.D." propone? Il Cinerofum "porta a casa". "Essi vivono", graffiante satira diretta da John Carpenter nel 1988 e tratta da "Alle otto del mattino" dello scrittore statunitense Ray Nelson, quasi per caso permette di ribadire che qualcuno sta dormendo, mentre altri stanno spendendo tutte le proprie forze per sfruttare quel qualcuno come fonte di profitto, sino ad ammazzarlo, e, conditio sine qua qua, far sì che continui a dormire. Dire che "They Live" non è mai stato così attuale, non è esatto: lo sarà sempre più.

Uniti da un grido

Prima di parlarvi di quegli occhiali senza i quali i malanni della società proprio non sarebbero evidenti, debbo scrivere del dolore individuale, e di coppia, esploso ieri sera in Sala Valéry (sì, è ancora aperta). Si parte da una filastrocca che, più che i volteggi giovanili d'una volta, ricorda gli isterici rimpianti di oggi: "Chi ha paura di Virginia Woolf?", del 1966, è la trasposizione dello statunitense Mike Nichols (1931-2014) del soggetto teatrale omonimo scritto nel 1962 dal connazionale Edward Albee (1928-2016). Lungo un crudele percorso di spoliazione delle proprie vesti e maschere, addossatesi nell'inerzia dei giorni, si giunge infine al benefico sgomento di sé.

L'unione fa la morsa

Venerdì scorso Il Cinerofum ha aggiunto un tassello al proprio mosaico delle sale cinematografiche. Niente multisale, come sapete. Bensì i piccoli cineclub sparsi sul territorio, invisibili ai più, punti fermi di cinefili e anziani smarriti. Quindi benvenuto, o bentornato, "Fritz Lang". Viceversa, benarrivato pure al Cinerofum presso di te, lassù, dove via Acquarone si dà una calmata in vista del sagrato della San Paolo (dietro al quale morrà). E grazie per aver permesso ad Elena e me di recuperare l'ultimo lavoro di Robert Guédiguian, "La casa sul mare", cui tenevamo sia per la fiducia nel regista, sia per quella riposta nei giudizi di Marigrade. Ripagata la mia, Elena è uscita un po' annoiata, come il gestore del cinema ("po' fiacchetto..."). Eppure la carne è sostanziosa, sanguigna, bella rossa...

Paranoia al collo

Lunedì scorso, alla sera: "Altrove". A chiudere la mini-rassegna dedicata a Carl Theodor Dreyer, gli altri tre in programmazione già visti e recensiti, è in programma "Vampyr" del 1932. "Basato su 'Camilla' di Sheridan Le Fanu, è il primo film sonoro del regista danese, col quale questi sperò di smarcarsi dall'etichetta di regista del sacro". Tutte informazioni reperibili sul prezioso Wiki e prontamente ripetute dalla curatrice nel pre-visione. Ciò che non è stato anticipato, invece, è l'aspetto innovativo di questa pellicola, grazie alla scalpitante energia riverberata dall'allora quarantacinquenne Dreyer.

Scrivere di un velo

Il sabato appena trascorso è stato all'insegna del boh. Ottimo così. La sera mi ha condotto al "Corallo" dove, in programmazione, c'era l'ultimo lavoro di Laurent Cantet, quello della classe... Il regista francese classe 1961 ritorna proprio al formato con cui, dieci anni fa, vinse la Palma d'Oro, realizzandone una sorta di proseguimento anagrafico, accademico. In "L'atelier", il discorso si alza col tema della scrittura, per poi ritrovarsi sulle piste di decollo da cui parte ogni coscienza sociale. O dovrebbe: in effetti molto più facile vedere nell'Altro il primo nemico, la causa d'ogni male, piuttosto che ammettere le proprie deficienze e responsabilità (collusioni) con un sistema che, oltre ogni falsità, si basa su sfruttamento e violenza. Alto coefficiente di difficoltà, visti argomento e modalità, ma Cantet ne è uscito incolume, anzi, in grado di offrire spunti preziosi. Complimenti.

"E tu non pensare"

Ieri è uscito nelle sale un film italiano di due giovani registi, fratelli romani, sconosciuti. Sino a ieri appunto. Italoallergico, lo sapete, ma ormai vaccinato: cineasti ignoti, due ragazzi interpretati da altrettali attori sulla locandina, mi fido senza remore. Sino a coinvolgere pure il prof. Sini. Non so se "La terra dell'abbastanza", scritto e diretto dai gemelli classe 1988, Damiano e Fabio D'innocenzo, sia il bocciolo di una rigogliosa filmografia, ma so che può essere iscritto tra i rari e preziosi esordi dalle fulgide promesse.

L'azzardo è bastardo

L'altroieri sera (è sempre l'altroierisera), di nuovo in Sala Valéry, Elena ed io a conoscere, o riconoscere, il regista inglese Guy Ritchie. Nato nel 1968, questo ragazzo senza diploma arriverà ad esordire dietro la camera, nemmeno ventenne, con un film di cui si parla ancora (nonché, subito dopo, a sposare quella là, come si chiama? Ah sì, Madonna): "Lock & Stock" (sottotitolo italiano "Pazzi scatenati", t.o. "Lock, Stock and Two Smoking Barrels"), del 1998, è una crime (& drug) story a ritmo di rock. Vent'anni dopo un po' d'effetto è sceso, però che botta a quella visione...