Sentire annunciare che Park Chan-wook è nelle sale col suo ultimo film, che fai? Ci vai. Nonostante gli sconsigli (“volevo uscire, è identico a quello…” (?!)), perché al regista coreano, alla sua roboante e vendicativa narrazione, siamo affezionati. “No other choice”, però, sa molto di già visto, recentemente, nonché di sentito: il mondo del lavoro come vasca di squali.
Ultras Libere
Sempre grazie a “Foglio”, all'attacco col quinto lungometraggio di Jafar Panahi. “Offside”, del 2006, parlerebbe di un gioco bellissimo, ma è costretto a parlare di patriarcato soffocante. La condizione della donna messa in fuori gioco da regole e strategie teocratiche che non cercano i sorrisi dei liberi, ma la grinta degli sgherri. Trofeo "Leone d'argento" in bacheca, con la disinvoltura del regista iraniano.
Fremori e terrori
Il 12 gennaio, invece, Elena deve aver detto qualcosa tipo “ci vorrebbe una pellicola nordica”...Da subito con la mente a Roy Andersson e alle sue graffianti carrellate, ho sbattuto contro “Una storia d’amore”, del 1970. “Swedish”, così simile e diversa dalle altre. Tanta accecante bellezza, biondissima, un primo amore indimenticabile, in attesa delle future macchie di pelle adulta.
Il prezzo dell'esercito
Altro DVD dall’archivio sopra “Principe”: dopo un film
palestinese, a stretto giro uno israeliano. Mica perché brancoliamo tra gli
estremismi, anzi abbiamo chiare responsabilità e strategie. Perciò ci piacciono
i film come “Kippur”, 2000, autobiografico malinconico di Amos Gitai,
che rincontriamo dopo 10 anni, con le immagini impietose e le riflessioni
oneste.
Non è vita
Era il 2024 quando, nella rassegna grimaldelliana intitolata "GUERRA: chi la vuole, chi la fa, chi la subisce", in via della Maddalena 81r fu proiettato “Paradise Now”, scritto e diretto nel 2005 dal nazareno classe 1961, Hany Abu-Assad. Il 5 gennaio ero solo a recuperarlo, peccato: sordo alle critiche che riecheggiarono in libreria, essendomi trovato un film coraggioso, intelligente, sensibile. Scrivere e dirigere un tal soggetto richiede queste qualità.
La rabbia è uguale...
Poi il 2 gennaio, sempre grazie a "Foglio", eravamo a pedinare le orme di Jafar Panahi. “Oro rosso”, del 2003, raccontò di un regista ormai irrimediabilmente sgomento dinanzi alla sfrontatezza della disuguaglianza sociale. “Un certain regard” extra brut, ma stupendo.
Vita in città
Per la prima volta in quasi 17 anni…Ma invero il primo gennaio 2026, vi sono testimoni, Elena ed io già nelle sale per "La mia famiglia a Taipei". Pellicola sudcoreana annunciata sin dai tempi di “Roma” (miglior film), diretta dall’esordiente Shih-Ching Tsou e co-sceneggiata e co-prodotta con l’astro vincente Sean Baker, non potevamo mancare a causa di sbornie dimenticate. La supervisione di chi sa come correre con la m.d.p. e rendere la curva tragica di eventi ed affetti, però non ha cambiato le cose.
Melodiose servitù
Ci sta. Che l’ultimo racconto cinerofumiano del 2025, spunti
dai ragazzi del “CineLercari” conosciuti questo dicembre, intendo. Tutti titoli notevoli,
quelli proposti con “Aspra natura”, compreso il quarto che ha chiuso la rassegna:
“Barravento”, pronunciato così, del 1962, è il film d’esordio del “polemico
portavoce del Cinema Novo brasiliano e uno dei più importanti registi politici
degli anni Sessanta [del XX° secolo]”, con tutta la sua incendiaria militanza.
Nostalghia l'unghia porta via
La vera ultima volta nelle sale nel 2025, però, è stata per Jim
Jarmusch. Poi, per il Leone d’Oro. Il regista che travolse il cinema con la rampante
originalità della sua poetica, qui la ripropone in babbucce riscaldate. Ironia
da camino in “Father mother sister brother”. Alla carriera indubbiamente.
Platone design
L’ultimissima volta nelle sale è stata per il cinema
sudcoreano, pesavamo. L’esordiente Koya Kamura, però, non solo è francese, ma
parigino. Non poteva che presentarsi con abito e lenti europee. Obsoleto e stereotipanti. "Un inverno in Corea" mostra un abile designer de L’ile de Île de
La Cité, coi best seller sul comodino.Educazione texana
Ma sì, perché non chiudere l’anno anche in compagnia di uno spaghetti western, magari diretto da Franco Giraldi, capace di cimentarsi nei generi più diversi, dalla commedia nostrana alla polvere del Lontano Ovest. “Sugar Colt”, del 1966, non è indimenticabile, ma qualche sequenza ed un volto si faranno tarli…
Siamo noi
Grazie alla videoteca di “Foglio”, proseguire nella filmografia di Jafar Panahi non sarà complicato. Sarà stupendo. Come guardarsi ne “Lo specchio”, 1997 (Pardo d’Oro a Locarno), dove realtà e rappresentazioni coincidono con noi, ormai cresciuti, alle prese con la società.
Nuovi quartieri
È un piacere non perdere di vista le sale in compagnia di una cinefila come Elena che, spesso, può spronarmi ad andare. Anche per pellicole a sfondo storico-politico, non il suo pane. Nessuno annoiato, però, con la (tragi) commedia messa in piazza dall’esordiente rumeno Bogdan Muresanu: “L’anno nuovo che non arriva”, del 2024 (“Premio Orizzonti” a Venezia), intrattiene e ricorda.
Echi innati
Con tutto l’amore che proviamo per Jafar Panahi, piuttosto
inspiegabile come non si fosse ancora affrontata seriamente la sua filmografia.
Stiamo riparando. “Il palloncino bianco”, del 1995, è il film d’esordio rese
noto al mondo il taglio sopraffino del regista iraniano. Sguardo poetico dalla
parte dei bambini, fogli bianchi sui cui si scrivono le lezioni quotidiane: “Camera
d’Or” a Cannes.
Sorrisi al vento
Al secondo appuntamento con la rassegna “Aspra natura” dei
ragazzi del “CineLercari”, abbandonato da Elena alla prima pioggia, mi son
trovato da solo ad ascoltare “Il lamento sul sentiero” (1955, t.o. “Pather
Panchali”). Ossequioso e intimorito dinanzi a Satyajit Ray (1921-1992), il monumentale
autore indiano che nel film d’esordio mostrò le origini della sua formazione
cinematografica. Dall’Europa, un’elegante lente realista per inquadrare caratteristiche, grandi sofferenze e piccole resistenze di un popolo.
Battaglia
In questo ultimo mese del 2025, finalmente, Elena ed io siamo riusciti a conoscere i ragazzi del “CineLercari”, finora intravisti solo sui muri. La rassegna di questo mese s’intitola “Aspra natura”: ambiente e paesaggi protagonisti come attori in carne ed ossa. E ne “Il tempo dei cavalli ubriachi”, del 2000, la natura si prende la scena e tutto il resto di emozioni e sentimenti sofferenti. Bahman Ghobadi, iraniano classe 1969 di origine curde, aiuto regista di Kiarostami, qui all’esordio che gli valse la “Camera d’Or” a Cannes, si è immerso più del “maestro” in un dolore senza freni.
Una coppia
Non che questo novembre
non ci abbia già saziati, con firme grosse tra l’altro. Ma, furia per
furia, leggiamo “Die My Love” in uno dei nostri cinema qui in giro, allora tra facce note a fare una nuova conoscenza. Il quinto lungometraggio, in 25
anni, della regista scozzese, classe 1969, Lynne Ramsay colpisce per intensità.
Perché picchia, senza scappare anzi scagliandosi contro il vetro di un
malessere infrangibile.
Peccato capitale
Dalla televisione, invece,
l’occasione per fare un altro passo con Darren Aronofsky. Strana filmografia
quella del regista newyorkese. Nel 2014, al suo sesto lungometraggio in sedici
anni, decise di mettere sul palco verticale il personaggio biblico,
immaginario, di “Noah”. “Noè” per noi infanti italiani, quello dell’arca
e della coppia di liocorni. Ma i temi sono da adulti devastatrici della vita
sul pianeta.
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