Questa cosa degli shark movie sta prendendo il largo. Pure una piovrona, crudele e melomane, riemerge dagli incubi di Elena. Era sempre il 1977, quando uscì “Tentacoli”, una piccola-grande produzione italoamericana, che fece l’autostop al recente successo Spielberg. Nulla a che vedere, eppure…niente. Il regista Oliver Hellman, greco nato in Egitto nel 1943, è il produttore Ovidio Assonitis, in evidente stato confusionale.
Cineasy
Di tutto in questo febbraio. Anche ultimi tentativi televisivi. Con “Fatale”, sottotitolo italiano "Doppio inganno", del 2020, raccattato su qualche canale, conosciamo il regista cicagoano, classe 1976, Deon Taylor. Thriller black coi mezzi, Hollywood (Sacramento) dalla scrittura facile, fa rimpiangere qualsiasi autore incontrato di recente nelle sale…
La vita in mezzo
Un'altra pellicola nella sale ci riporta al 1977. Ma siamo in
Brasile, nel brutto mezzo della tipica dittatura militare patrocinata dagli USA. “Un’epoca piena di bizzarrie” vere e personaggi inconsueti, quasi a far
dimenticare l’horror esistenziale in programmazione nelle Strade. Con "L'agente segreto", del 2025, il regista Kleber Mendonça Filho, classe 1968 di Recife, s'intrufola negli interstizi degli eventi, come gli autori saggi.
A volte...
I film persi nelle sale si contano sulle dita di che? Sulle loro punte non sta nemmeno “Il filo del ricatto” (t.o. “Dead Man's Wire”), del 2025, che traccia il ritorno di Gus Van Sant. Ancora a raccontare le reazioni degli ultimi dinanzi ai primi, alla loro inspiegabile arroganza. A volte, come l’8 febbraio del 1977, davvero tutto va come dovrebbe. O quasi...
Agnes
Questa volta per Chloé Zhao. Sino al Sivori, tuttasalita, a cercare la conoscenza della regista cinese naturalizzata USA che ha fatto incetta di plausi e premi negli ultimi anni. Per nulla attirato da quella che parrebbe essere l’ennesima riesumazione di un eroe del passato in chiave romantica. Ma qui l’eroe è il genio. Quello del Bardo. Protagonista quindi è il teatro, che diventa vita. In “Hamnet”, un’ispirazione fantasiosa e suggestiva, quanto una moglie da avvolgere nell’oblio.
La scienza dei bulli
GhettoPeople è tornato con la rassegna “CINEMA e RESISTENZA”. Due appuntamenti in solidarietà a Mohammad Mansour e alla Resistenza Palestinese. La guerra, tra linguaggio e tecnologia. Nuove retoriche istituzionali si affiancano a nuovi strumenti di morte. Il secondo appuntamento in via Pirlotto a Sampi è stato attacchinato come a good american, ma “Zero Days”, documentario del 2016 del newyorkese Alex Gibney (1953), rende comunque bene l'ideologia di un perfetto difensore della patria americano. Spionaggio informatico: la guerra ibrida non è meno mortale.
Escamotage urbain
Sempre a gennaio, Elena ed io abbiamo seguito i ragazzi del CineLercari
sino ai “Cumba”, sotto “Spianata”. L’occasione è quella della rassegna “Il miracolo”,
che diventa d’oro facendo la conoscenza di Jean-Pierre Mocky, all’anagrafe Jean-Paul
Adam Mokiejewski: regista, attore montatore, sceneggiatore e produttore
nizzardo (1929-2019), ricordato come “anarchico”. Ma “Il miracolato”,
del 1987, non è certo mosso da etica rivoluzionaria…
Blitz mortali
Era ancora gennaio quando ci recammo a recuperare il rappresentante del cinema spagnolo all’ultimo “Cannes”, che tante lodi raccolse alla prima. Elena ed io ci accodiamo al “Premio della giuria” per una película originale e potente. Scritta e diretta dal galiziano, ma nato a Parigi nel 1982, Óliver Laxe, “Sirat” è un’esplosiva opera esistenziale, coi militari che non cessano di aggredire la vita.
Stupid White
Forse causa ultimo discutibile lavoro, nell’ultimo mese Elena ha ripercorso i primi passi di Jim Jarmusch. Per capire. Compiuto il notevole paso doble urbano inziale, il regista di Akron si cimentò nel western, trasfondendovi la sua poetica di spirito libero ed eterno vacanziero. "Dean man" è il fantasma dei morti ammazzati.
Hi-Fi Society
Sentire annunciare che Park Chan-wook è nelle sale col suo ultimo film, che fai? Ci vai. Nonostante gli sconsigli (“volevo uscire, è identico a quello…” (?!)), perché al regista coreano, alla sua roboante e vendicativa narrazione, siamo affezionati. “No other choice”, però, sa molto di già visto, recentemente, nonché di sentito: il mondo del lavoro come vasca di squali.
Ultras Libere
Sempre grazie a “Foglio”, all'attacco col quinto lungometraggio di Jafar Panahi. “Offside”, del 2006, parlerebbe di un gioco bellissimo, ma è costretto a parlare di patriarcato soffocante. La condizione della donna messa in fuori gioco da regole e strategie teocratiche che non cercano i sorrisi dei liberi, ma la grinta degli sgherri. Trofeo "Leone d'argento" in bacheca, con la disinvoltura del regista iraniano.
Fremori e terrori
Il 12 gennaio, invece, Elena deve aver detto qualcosa tipo “ci vorrebbe una pellicola nordica”...Da subito con la mente a Roy Andersson e alle sue graffianti carrellate, ho sbattuto contro “Una storia d’amore”, del 1970. “Swedish”, così simile e diversa dalle altre. Tanta accecante bellezza, biondissima, un primo amore indimenticabile, in attesa delle future macchie di pelle adulta.
Il prezzo dell'esercito
Altro DVD dall’archivio sopra “Principe”: dopo un film
palestinese, a stretto giro uno israeliano. Mica perché brancoliamo tra gli
estremismi, anzi abbiamo chiare responsabilità e strategie. Perciò ci piacciono
i film come “Kippur”, 2000, autobiografico malinconico di Amos Gitai,
che rincontriamo dopo 10 anni, con le immagini impietose e le riflessioni
oneste.
Non è vita
Era il 2024 quando, nella rassegna grimaldelliana intitolata "GUERRA: chi la vuole, chi la fa, chi la subisce", in via della Maddalena 81r fu proiettato “Paradise Now”, scritto e diretto nel 2005 dal nazareno classe 1961, Hany Abu-Assad. Il 5 gennaio ero solo a recuperarlo, peccato: sordo alle critiche che riecheggiarono in libreria, essendomi trovato un film coraggioso, intelligente, sensibile. Scrivere e dirigere un tal soggetto richiede queste qualità.
La rabbia è uguale...
Poi il 2 gennaio, sempre grazie a "Foglio", eravamo a pedinare le orme di Jafar Panahi. “Oro rosso”, del 2003, raccontò di un regista ormai irrimediabilmente sgomento dinanzi alla sfrontatezza della disuguaglianza sociale. “Un certain regard” extra brut, ma stupendo.
Vita in città
Per la prima volta in quasi 17 anni…Ma invero il primo gennaio 2026, vi sono testimoni, Elena ed io già nelle sale per "La mia famiglia a Taipei". Pellicola sudcoreana annunciata sin dai tempi di “Roma” (miglior film), diretta dall’esordiente Shih-Ching Tsou e co-sceneggiata e co-prodotta con l’astro vincente Sean Baker, non potevamo mancare a causa di sbornie dimenticate. La supervisione di chi sa come correre con la m.d.p. e rendere la curva tragica di eventi ed affetti, però non ha cambiato le cose.
Melodiose servitù
Ci sta. Che l’ultimo racconto cinerofumiano del 2025, spunti
dai ragazzi del “CineLercari” conosciuti questo dicembre, intendo. Tutti titoli notevoli,
quelli proposti con “Aspra natura”, compreso il quarto che ha chiuso la rassegna:
“Barravento”, pronunciato così, del 1962, è il film d’esordio del “polemico
portavoce del Cinema Novo brasiliano e uno dei più importanti registi politici
degli anni Sessanta [del XX° secolo]”, con tutta la sua incendiaria militanza.
Nostalghia l'unghia porta via
La vera ultima volta nelle sale nel 2025, però, è stata per Jim
Jarmusch. Poi, per il Leone d’Oro. Il regista che travolse il cinema con la rampante
originalità della sua poetica, qui la ripropone in babbucce riscaldate. Ironia
da camino in “Father mother sister brother”. Alla carriera indubbiamente.
Platone design
L’ultimissima volta nelle sale è stata per il cinema
sudcoreano, pesavamo. L’esordiente Koya Kamura, però, non solo è francese, ma
parigino. Non poteva che presentarsi con abito e lenti europee. Obsoleto e stereotipanti. "Un inverno in Corea" mostra un abile designer de L’ile de Île de
La Cité, coi best seller sul comodino.
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