Ad uso e dominio

Altra lezione francese. Di lingua, per Elena. Di cinema, per entrambi. Classicissimo: al di là delle valutazioni, assistiamo al corso di storia del cinema all’Università del Cinerofum. Docente prof. “Foglio”, come una baguette la bobina del primo lungometraggio di Robert Bresson. Del 1945, in piena IIWW, “La conversa di Belfort” (t.o. “Les anges du péché”).

Classe à perdre

Lasciamo il cinema ispanico contemporaneo e buttiamoci, causa lezioni all’ “Alliance” al martedì, nel cinema francese "classico", si-fa-per-dire. Balzachiano sì, ché Claude Chabrol, già al suo secondo lungometraggio del 1959 irrompeva come provocatore: “I cugini” devasta più di una vetrina cinematografica [Visto n. 21355].

Silenzio sociale

Cresce il cinema spagnolo nelle sale internazionali. Alle 21:15 di ieri sera, nella grande Sala 2 dell’“Ariston” eravamo in sette, Elena ed io compresi per “Il silenzio degli altri” (t.o. "Sorda") scritto e diretto nel 2025 dall’esordiente Eva Libertad, regista classe 1978 di Murcia. Film su diversità e comunicazione: la feroce sordità diventa esempio pregnante, per nulla metaforico, di tutte le nostre difficoltà. Pluripremiato Goya, regia e interpretazione, ne conveniamo.

Preliba-vendetta

Il primo film della rassegna ha visto presenziare anche Elena a questo film spagnolo sul profondo dolore di una donna. Un abuso sessuale frantuma il cristallo che la racchiudeva. L’arte, qui il teatro, può incanalare la rabbia, per farla esplodere più forte. “La furia”, del 2025, scritto e diretto dalla regista catalana, classe 1993, Gemma Blasco, anche per l’interpretazione della coetanea, pure lei barcellonese, Ángela Cervantes, è un segon llargmetratge da coronare come fosse il primer. Premio Goya per entrambe.

Mascherate

A ritroso, l’appuntamento di sabato presso il festival “La Nueva Ola” tenutosi al “Sivori” mi ha visto schierato con Mino per la Catalogna. Meno noioso degli sbadigli risuonati nella Sala 2, “Muy Lejos” (t.i. “Away”), scritto e diretto dall’attore Gerard Oms esordiente alla regia, colpisce per efficacia e profondità, che possono essere enormi quando non appiattite in salsa LCVaiTu.

Restare, andare. Restare

Il fine settimana appena trascorso ha visto nelle sale il breve “La Nueva Ola - Festival del cinema spagnolo e latinoamericano”. Riuscito a presenziare con un film per giorno, con formazioni varie, è stato un interessante affaccio. Partiamo dall’ultimo, in solitaria pomeridiana: con “La hija cóndor”, del 2025, scritto, montato e diretto da Álvaro Olmos Torrico, cineasta boliviano non alla sua prima affermazione, parla di terre e generazioni travolte dalle novità: ben poche in sintonia colla nostra esistenza su questo pianeta.

Il colore del down costante

Questo mese c’era anche il buon prof. Malavasi, coi suoi studenti, al “Sivori”. Nella rassegna “CONTESTAZIONE! Firmato: Marco Bellocchio”, l’unico nostro mancante del regista di Bobbio era “Marcia trionfale”, del 1976. Picchia forte e grida il capitano, fece lo stesso Bellocchio, quando non pretendeva di rappresentare l’Italia in alcunché.

Il diritto è un dovere

Nelle sale solo l’ultimo film del regista tedesco-turco Ilker Çatak che, due anni fa, ci convinse inseguendo una professoressa alle prese con la propria autonomia a scuola. Dall’istruzione alla cultura, lo Stato dispone i suoi gregari per la medesima strategia autoritaria. Dominio e sottomissione: così arrivano i fondi. “Yellow letters”, Orso d’oro 2026 che premia tenacia e maturità di film e protagonisti.

Sempre l'amour, mai lui

In solitaria all’ex Hop-Altrove per chiudere il trittico dedicato a Guy Gilles. Il regista francese dell’amor rosaspinato e ricordato, nel 1964, esordì col lungometraggio “L’amour à la mer”: ah, l’amore, che dolce illusione! Che brusca formazione!

Fragile

 1967: "Au pan coupé", per altri "I caffè di Parigi", del 1967: di Guy Gilles perché non lo lasciamo.

Resistenza precaria

Divertente la commedia a sfondo storico "La cena del dittatore" (t.o. "La cena") di Manuel Gómez Pereira.

Rose e Cannoni

Era un mercoledì sera al “Sivori”, ritorniamo al cinema statunitense del giorno d’oggi. Ma...! Per una firma norvegese, al quarto lungometraggio, che si dimostra matura, drammironica, intrigante. Kristoffer Borgli, classe 1985 , con “The Drama” (s.i. “Un segreto è per sempre”), si presente come nuova firma graffiata.

EmanciNazione

Martedì sera tanto-per-cambiare stanco. Sul santificato canale televisivo TV2000 Elena scorge un “Sophia Loren e Clark Gable” ambientato a Napoli. Ueeh! All’uopo, niente più, niente meno di una commedia rosa con la scenografia, premiata e in Technicolor, della vivace flora e soprattutto fauna partenopea. “La baia di Napoli” (t.o. “It started in Naples”), del 1960, come il precedente film visto del newyorkese Melville Shavelson (1917-2007), cambiato il volto maschile con un altro, smuove i noti appetiti.

Il tempo è uno straniero

Poi, questo mese, è stata la volta del ritorno al teatro internazionale di quartiere “TiQu” per una nuova proposta sconosciuta. Mesdames e messieurs, con tutto l’entusiasmo del curatore, vero fan della poetica del regista…, Guy Gilles! Applausi di incoraggiamento prima della visione di “Le Clair de terre”, 1970. Meno, ma più convinti, alla fine. Invero quest’opera che, per il curatore è la summa dell’arte di Gilles, mostra una matura disinvoltura registica.

Giron Giro

Domenica di metà aprile grigia e fredda, comunque al cinema. Stavolta per l’Iran, il cui cinema è tra i più riscaldanti. Bello tornare, dopo 9 anni (argh!), agli “Amici del cinema” di via Rolando ferroviere, dove è in programmazione l’ultimo film di Ali Asgari. Ché “Divine comedy”, del 2025, continua ad esplorare le assurdità kafkiane, il disumanizzante purgatorio di ogni autoritarismo. Con sconsolata ironia…

Pochi luoghi pei bimbi

Al cinema per l’Iraq che grida. Al piccolo cinema City di vico Carmagnola in programmazione “La torta del presidente”, scritto e diretto nel 2025 dall’esordiente iracheno Hasan Hadi. Regia naturalmente sensibile, viva di colori, per un neorealismo d’essai: “Camera d’Or” meritata.

La truffa dello Stato

Di nuovo in strada lungo il cinema americano indicato da “Foglio”. Con Elena, ci ritroviamo ancora nel farwest, ma con tutt’altra vicenda da narrare: né “indiani”, né mandriani, ragazzi miei, vi presento: James Addison Reavis (1843-1914), l’Arizona è sua. Con “Il barone dell’Arizona”, del 1950, Samuel Fuller imparava ad organizzare scena e interpreti.

Beatleabba

Sabato pomeridiano d'inizio aprile, ma Elena è ancora febbricitante. Ci vuole una commedia. E Thomas Jensen, la cui cifra artistica conobbi 13 anni fa, su proposta di Albert Monzy, è tornato nelle sale. Buona idea, ché “Mio fratello è un vichingo” (t.o. “The last viking”), diverte con brio, bizzarria, senza tralasciare riflessioni più complesse.

non dovresti nemmeno

La primavera non ci tiene lontani dalle sale, anzi. E nemmeno trasposizioni cinematografiche invero complicate. Letto non troppo tempo fa, “Lo straniero” di Camus è materia davvero delicata, così ossessivamente impalpabile, talmente accecante nel meriggio abulico di un franco-algerino sradicato. Che François Ozon, a suo di film, sia giunto alla maturità necessaria?

Riti e varianti

Di ritorno da Marsiglia, un tributo al "Cinema, vidéothèque, bar, cantine" Videodrome 2, di cours Julien. Perso per un giorno il loro appuntamento, abbiamo raccolto la proposta nella nostra "Navetta". Il secondo film di Shōhei Imamura qui al Cinerofum è quindi "La ballata di Narayama", del 1938, che conferma una firma da stringere nella mano del migliore cinema giapponese.