Stasera coi ragazzi del CineLercari per una rassegna dedicata a "Venere", à plus tard.
(depa)
Fanfare
Grazie alla proposta di Mino, Masaki Kobayashi è tornato ad
effondere il suo proscenio potente, la sua fotografia rigorosa. Né alpini, né bianchetti
possono scalfire la poderosa intensità di “Harakiri”, dal 1962. Dal
regista nipponico di sinistra, una feroce narrativa anti-sistemica, anti
gerarchica.
Lutto
Tornando al cinema giapponese mai abbandonato, cogliamo il
suggerimento delle sale che ripropongono la filmografia di Hirokazu Kore’eda. Il
regista nipponico dei moti familiari dell’animo, nel 1996, esordì con un’opera addolorata.
Sottotitolo nostro “Lutto”, non “I bagliori dell’anima”, “Maborosi”
annuncia fedelmente la cifra futura dell’acclamato autore.
Ad uso e dominio
Altra lezione francese. Di lingua, per Elena. Di cinema, per
entrambi. Classicissimo: al di là delle valutazioni, assistiamo al corso di
storia del cinema all’Università del Cinerofum. Docente prof. “Foglio”, come
una baguette la bobina del primo lungometraggio di Robert Bresson. Del 1945, in
piena IIWW, “La conversa di Belfort” (t.o. “Les anges du péché”).
Classe à perdre
Lasciamo il cinema ispanico contemporaneo e buttiamoci,
causa lezioni all’ “Alliance” al martedì, nel cinema francese "classico", si-fa-per-dire. Balzachiano sì, ché Claude Chabrol, già al suo secondo lungometraggio
del 1959 irrompeva come provocatore: “I cugini” devasta più di una vetrina
cinematografica [Visto n. 21355].
Silenzio sociale
Cresce il cinema spagnolo nelle sale internazionali. Alle 21:15 di ieri sera, nella grande Sala 2 dell’“Ariston” eravamo in sette, Elena ed io compresi per “Il silenzio degli altri” (t.o. "Sorda") scritto e diretto nel 2025 dall’esordiente Eva Libertad, regista classe 1978 di Murcia. Film su diversità e comunicazione: la feroce sordità diventa esempio pregnante, per nulla metaforico, di tutte le nostre difficoltà. Pluripremiato Goya, regia e interpretazione, ne conveniamo.
Preliba-vendetta
Il primo film della rassegna ha visto presenziare anche Elena a questo film spagnolo sul profondo dolore di una donna. Un abuso sessuale frantuma il cristallo che la racchiudeva. L’arte, qui il teatro, può incanalare la rabbia, per farla esplodere più forte. “La furia”, del 2025, scritto e diretto dalla regista catalana, classe 1993, Gemma Blasco, anche per l’interpretazione della coetanea, pure lei barcellonese, Ángela Cervantes, è un segon llargmetratge da coronare come fosse il primer. Premio Goya per entrambe.
Mascherate
A ritroso, l’appuntamento di sabato presso il festival “La
Nueva Ola” tenutosi al “Sivori” mi ha visto schierato con Mino per la Catalogna.
Meno noioso degli sbadigli risuonati nella Sala 2, “Muy Lejos” (t.i. “Away”),
scritto e diretto dall’attore Gerard Oms esordiente alla regia, colpisce per
efficacia e profondità, che possono essere enormi quando non appiattite in
salsa LCVaiTu.
Restare, andare. Restare
Il fine settimana appena trascorso ha visto nelle sale il breve “La Nueva Ola - Festival del cinema spagnolo e latinoamericano”. Riuscito a presenziare con un film per giorno, con formazioni varie, è stato un interessante affaccio. Partiamo dall’ultimo, in solitaria pomeridiana: con “La hija cóndor”, del 2025, scritto, montato e diretto da Álvaro Olmos Torrico, cineasta boliviano non alla sua prima affermazione, parla di terre e generazioni travolte dalle novità: ben poche in sintonia colla nostra esistenza su questo pianeta.
Il colore del down costante
Questo mese c’era anche il buon prof. Malavasi, coi suoi studenti, al “Sivori”. Nella rassegna “CONTESTAZIONE! Firmato: Marco Bellocchio”, l’unico nostro mancante del regista di Bobbio era “Marcia trionfale”, del 1976. Picchia forte e grida il capitano, fece lo stesso Bellocchio, quando non pretendeva di rappresentare l’Italia in alcunché.
Il diritto è un dovere
Nelle sale solo l’ultimo film del regista tedesco-turco Ilker
Çatak che, due anni fa, ci convinse inseguendo una professoressa alle prese con
la propria autonomia a scuola. Dall’istruzione alla cultura, lo Stato dispone i
suoi gregari per la medesima strategia autoritaria. Dominio e sottomissione:
così arrivano i fondi. “Yellow letters”, Orso d’oro 2026 che premia tenacia e maturità
di film e protagonisti.
Fragile
1967: "Au pan coupé", per altri "I caffè di Parigi", del 1967: di Guy Gilles perché non lo lasciamo.
Resistenza precaria
Divertente la commedia a sfondo storico "La cena del dittatore" (t.o. "La cena") di Manuel Gómez Pereira.
Rose e Cannoni
Era un mercoledì sera al “Sivori”, ritorniamo al cinema statunitense del giorno d’oggi. Ma...! Per una firma norvegese, al quarto lungometraggio, che si dimostra matura, drammironica, intrigante. Kristoffer Borgli, classe 1985 , con “The Drama” (s.i. “Un segreto è per sempre”), si presente come nuova firma graffiata.
EmanciNazione
Martedì sera tanto-per-cambiare stanco. Sul santificato canale televisivo TV2000 Elena scorge un “Sophia Loren e Clark Gable” ambientato a Napoli. Ueeh! All’uopo, niente più, niente meno di una commedia rosa con la scenografia, premiata e in Technicolor, della vivace flora e soprattutto fauna partenopea. “La baia di Napoli” (t.o. “It started in Naples”), del 1960, come il precedente film visto del newyorkese Melville Shavelson (1917-2007), cambiato il volto maschile con un altro, smuove i noti appetiti.
Il tempo è uno straniero
Poi, questo mese, è stata la volta del ritorno al teatro internazionale di quartiere “TiQu” per una nuova proposta sconosciuta. Mesdames e messieurs, con tutto l’entusiasmo del curatore, vero fan della poetica del regista…, Guy Gilles! Applausi di incoraggiamento prima della visione di “Le Clair de terre”, 1970. Meno, ma più convinti, alla fine. Invero quest’opera che, per il curatore è la summa dell’arte di Gilles, mostra una matura disinvoltura registica.
Giron Giro
Domenica di metà aprile grigia e fredda, comunque al cinema. Stavolta per l’Iran, il cui cinema è tra i più riscaldanti. Bello tornare, dopo 9 anni (argh!), agli “Amici del cinema” di via Rolando ferroviere, dove è in programmazione l’ultimo film di Ali Asgari. Ché “Divine comedy”, del 2025, continua ad esplorare le assurdità kafkiane, il disumanizzante purgatorio di ogni autoritarismo. Con sconsolata ironia…
La truffa dello Stato
Di nuovo in strada lungo il cinema americano indicato da “Foglio”.
Con Elena, ci ritroviamo ancora nel farwest, ma con tutt’altra vicenda
da narrare: né “indiani”, né mandriani, ragazzi miei, vi presento: James
Addison Reavis (1843-1914), l’Arizona è sua. Con “Il barone dell’Arizona”,
del 1950, Samuel Fuller imparava ad organizzare scena e interpreti.
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