Agnes

Questa volta per Chloé Zhao. Sino al Sivori, tuttasalita, a cercare la conoscenza della regista cinese naturalizzata USA che ha fatto incetta di plausi e premi negli ultimi anni. Per nulla attirato da quella che parrebbe essere l’ennesima riesumazione di un eroe del passato in chiave romantica. Ma qui l’eroe è il genio. Quello del Bardo. Protagonista quindi è il teatro, che diventa vita. In “Hamnet”, un’ispirazione fantasiosa e suggestiva, quanto una moglie da avvolgere nell’oblio.
La morte di Hamnet, la genesi dell’Amleto”. Dolore e senso di colpa alla base dell’opera più iconica di Shakespeare. Immagini e parole scorrono come “una storia commovente”. Un cantore di Stratford sconosciuto, immaginario, innamorato. Il mistero che copre la figura della moglie Anne permette un intrigante affaccio sui saperi, ormai dispersi, d’artemisia. Figli dati alla luce della foresta, un anticonformismo che si sognerebbe reale. Che parto! Grigi schizzi di miseria londinese, la nebbia pestilenziale che sale dalle fondamenta. In quelle due sillabe, il balzo dall’illusorio Eden al più concreto infernale. Goiadolore. Vitamorte. Un dramma vero. Ottima scrittura (tratta dal romanzo della nordirlandese Maggie O'Farrell, tra i produttori del film), con scelte condivisibili (l’“essere o no” recitato in un oscuro crepuscolo d’un lurido Tamigi). I chiasmi di una vita. Amneto è lo Spettro. Interessante, emozionante se vi si entra dentro. Morire. Dormire. Nella quiete del pugnale. Non facile rendere il genio artistico, la Zhao, col supporto della O’Farrell, lo fa, anche grazie al duo irlandese protagonista, composto da Paul Mescal, 1996, e soprattutto, Jessie Buckley, classe 1989, capace di tratteggiare un’immensa e imaginifica Anne Hathaway.
(depa)

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