Era il 2024 quando, nella rassegna grimaldelliana intitolata "GUERRA: chi la vuole, chi la fa, chi la subisce", in via della Maddalena 81r fu proiettato “Paradise Now”, scritto e diretto nel 2005 dal nazareno classe 1961, Hany Abu-Assad. Il 5 gennaio ero solo a recuperarlo, peccato: sordo alle critiche che riecheggiarono in libreria, essendomi trovato un film coraggioso, intelligente, sensibile. Scrivere e dirigere un tal soggetto richiede queste qualità.
[in PALESTINESE 2.0, con sottotitoli per non udenti, dal DVD Feltrinelli – Real Cinema: fonte Archivio Marigrade] Check point, soldati, armi. Narghilè, musicassette, anni che si vorrebbero spensierati. Un lavoretto in officina, il ritorno di una vecchia fiamma. Poi un’offerta bomba. Atroce meccanismo che colpisce allo stomaco (“perché noi?”). “Non c’è un cinema a Nablus”. Il protagonista, Kais Nashif che rincontriamo, ha gli occhi e lo sguardo giusto per dire certe parole. Sullo sfondo, una città millenaria ridotta in macerie. Non avere null’altro che il proprio corpo contro l’occupazione. Alla regista dei video testamentari, un dubbio, un fastidio. Che il succo del film stesse nelle speranze della figlia esule del martire palestinese (“Stiamo facendo la cosa giusta?”), lei che viene “da un altro mondo, dai quartiere signorili”? “Così non c’è differenza tra vittima e carnefice!”. La pietà, quella che non hanno mai le forze impegnate in occupazioni armate e pulizie etniche. Parole, quando basterebbe, stare in silenzio. Ottimo film, a ricordarci che laggiù “La vita è una prigione eterna”.
(depa)


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