Su, avvicìnati...

Quindici mesi dopo la sua scomparsa, Il Cinerofum ha rivolto un secondo ricordo al regista statunitense Jonathan Demme. La sala Valéry ha cosparso Elena e me del manto truculento di un assassino seriale. Anzi, DEL Serial Killer, trattandosi niente meno che di Hannibal Lecter, alias "The cannibal". Pluripremiato e tra i più citati di sempre, "Il silenzio degli innocenti" (1991) è una perfetta macchina cinematografica (da soldi ma non solo): sceneggiatura, ritmo, non ultimo la disinvolta quanto efficace regia del suddetto autore, capace di alcune memorabili sequenze d'impatto immediato e che balzò così, un po' a sorpresa, tra i registi che contarono.

Eravamo tanto, appunto

Venerdì scorso, ancora Ettore Scola. Ci abbiamo provato, come al solito. Ma all'ingresso del cortile della Maddalena, per "C'eravamo tanto amati", forse la pellicola più celebre del regista di Trevico, realizzata del 1974, quando la maschera di una repubblica "democratica", fondata sul lavoro e antifascista era già coperta dalla polvere, con Elena e me non c'era nessuna faccia nota. Peccato, ché queste commedie italiane, firmate tra gli altri dai "mostri" Age & Scarpelli, avrebbero ancora molto da far sorridere e...riflettere.

Vuoto in terrazzo

Ai ragazzi dell'"Altrove", trattandosi di Cinema, perdoniamo tutto. Perciò anche venerdì scorso, Elena ed io, ci siamo incamminati verso il piccolo chiostro della Maddalena, accettando giorno ed orario. O forse l'abbiamo fatto solo per questa gente: Alessandro Gassman (olé!), Marcello Mastroianni (olé!), Serge Reggiani (olé!), Ugo Tognazzi, Jean-Louis Trintignant (olé!)...? Questo squadrone, da cori ed ola sugli spalti, fu messo in campo nel 1980 da Ettore Scola: "La terrazza" è il solito impietoso scorcio sulla bellezza in costante putrefazione dei salotti della borghesia cittadina, nonché sui rimpianti di ciascuno, sempre presenti poiché nessuno libero.

Cuore d'oca

La sala Valéry è tornata arrembante e mercoledì scorso, scartabellando, s'è imbattuta in John Schlesinger, il regista londinese già conosciuto per le sue nefaste domeniche. Il suo lavoro successivo, del 1975, fu "Il giorno della locusta", tratto dall'omonimo romanzo di Nathanael West (1903-1940). E' la storia di un amore ai tempi della Hollywood in picchiata, di rapporti personali incancreniti, in balia dello show-business tutt'intorno. Non ne può uscire nulla di buono...a prescindere dall'"acume"  e dal fulgore della parte femminile.

Chi ti crede?

La sala Valéry è ufficialmente finita...nel tunnel...anzi, nel tubo. Molti film a disposizione, immediata connessione tra dispositivi (per chi ne ha): non resta che scegliere. Lunedì scorso, per far fronte al "tradimento" dei ragazzi dell'"Altrove" (venerdì?!), Elena ed io siamo ricorsi ad un nostro toccasana: Sir. Alfred Hitchcock. Pellicola del periodo inglese (1938), "Il club dei 39" (anche come "I 39 scalini") mostra un regista spigliato col mezzo cinematografico ed ormai padrone del ritmo, qui alle prese con una spy (and love) story che intrattiene con fughe rocambolesche e audaci allusioni.

Colpa e punizione

Parliamo un po' dell'ultimo film uscito nelle sale italiane del regista greco Yorgos Lanthimos, già noto qui per la precedente aragosta. "Il sacrificio del cervo sacro", del 2017, è un thriller psicologico dall'impostazione classica, che non richiede nessuna indagine o cartella clinica, seppur quasi interamente ambientato in ospedali, semmai poggia sui primordiali principi di colpa ed espiazione. Rimorso e paura. Temi attorno ai quali, abbandonati in ambienti asettici assieme ai protagonisti, ruota uno sguardo sbigottito, echeggia una musica di morte.