Di nuovo in strada lungo il cinema americano indicato da “Foglio”.
Con Elena, ci ritroviamo ancora nel farwest, ma con tutt’altra vicenda
da narrare: né “indiani”, né mandriani, ragazzi miei, vi presento: James
Addison Reavis (1843-1914), l’Arizona è sua. Con “Il barone dell’Arizona”,
del 1950, Samuel Fuller imparava ad organizzare scena e interpreti.
“Eclipse” (“Criterion”) e la “Kit*Parker*Films” ci hanno presentano questa versione
restaurata e museale (arte moderna). Titoli su pergamena [v. 14333], scritto e fatto
dal regista di Worcester dalle posizioni ambigue.
All’annessione dello stato del Gran Canyon agli U.S.A., 14 febbraio 1912, l’occasione
era buona per rievocare gli eventi del 1879, “Just outside Phoenix…”,
quando poteva andare diversamente, o forse no? Buon impianto, ben architettato,
con Sofia baronessa a puntellare il “castello”. Determinato, il nostro barone Reavis,
pronto a tutto (pure ad un breve noviziato…). Rita, la zingara sognante! Sofia
è cresciuta, ma non abbastanza (viaggiare non è sufficiente) da non riconoscere,
oltre che l’amore, le battute consunte del suo vecchio marito. L’uomo che volle
cambiare la geografia! Qualcuno reagisce, ma il padre redarguisce. Una certa suspense,
ritmo inatteso: “E io, sono un falso?”, eh sì. D’ora in poi, chi riderà di Vincent
Price, ah già è Lui il Barone!…bon bastic: ora fa sul serio (proprio
vero che dietro ogni uomo c’è una donna, in fondo a destra, dico).
1884, il Barone dell’Arizona è un truffatore! Addio Arizona. Dinanzi alla folla
omicida, un barone muto. Al suo secondo lungometraggio, l’occhio già critico di Fuller per la massa: immorale e
irrazionale, dai volti ben più lugubri dei personaggi istruiti e imbellettati.
Dopo 6 anni di galera, una visita che scalda il cuore: chi truffa una moglie
trova tre amici!
(depa)


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