Sabato pomeridiano d'inizio aprile, ma Elena è ancora
febbricitante. Ci vuole una commedia. E Thomas Jensen, la cui cifra artistica conobbi 13 anni fa, su proposta di Albert Monzy, è tornato nelle sale. Buona idea, ché “Mio
fratello è un vichingo” (t.o. “The last viking”), diverte con brio, bizzarria,
senza tralasciare riflessioni più complesse.
Alle 16.15 siamo in una decina nella piccola Sala 2 del “City” e ritrovo la prevista
regia del danese, vivida e netta, ma i “dogmi” sono ormai remotissimi. In
questo “Mondo pieno di uomini…” vari, c’è posto per tutti. C’è chi rapina dinanzi
al dolore. E chissà a che servono 15 anni di galera per “cambiare”. E’ una
commedia da buoni sentimenti, “Da vicino nessuno è normale” su tutti, con solida
base per una psicologia bignamesca su “Le responsabilità della società” (the
family!), corroborata dal buon ritmo e dalle buone interpretazioni.
Supposizioni narcisistiche (egoistiche) non aiutano l’empatia, “Ma io esisto!”.
I danesi la fan semplice, ma il carnage sociale è più subdolo nelle nazioni
dell’Alta Qualità di vita. “Vai, non mi servi più adesso” è la lezione 1 di “Elementi
base”. Jensen se n’è accorto e ha trovato il suo modo simpatico e graffiante di
ricordarcelo.
(depa)


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