La primavera non ci tiene lontani dalle sale, anzi. E
nemmeno trasposizioni cinematografiche invero complicate. Letto non troppo tempo
fa, “Lo straniero” di Camus è materia davvero delicata, così ossessivamente
impalpabile, talmente accecante nel meriggio abulico di un franco-algerino sradicato.
Che François Ozon, a suo di film, sia giunto alla maturità necessaria?
Intro da cinegiornale, poi dovrebbe avere inizio l’incubo ossessivo allucinato.
Ozon inquadra subito il mal d’Africa che gocciola sul protagonista. Sconsolato.
“Che cosa ho fatto”. Quello laggiù non è un clima per francesi, come traspare
da molte righe di Camus. L’efferata impermanenza, trascendenza feroce.
Disincantato, cinico. E’ da vedere se Ozon limiterà ad esprimersi come chi
pretende di descrivere il romanzo così: “Mareuasault è un francese nato in
Algeria che un giorno uccide in spiaggia un algerino e viene processato”.
“Per me è uguale”, “non saprei”, “non è importante”. Incontri tra solitudini,
infruttuosi, tra non vite, “malavite”. Ozon e collaboratori svolgono un
lavoro sul soggetto apprezzabile, aggiungendovi i “Che spreco” di Raymond.
“Giustizia francese” dell’occupante (ingiustizia per gli occupati). Complimenti
anche al parigino, classe 1996, Benjamin Voisin, il destrorso del Metz che ritroviamo
qui in una prova ancora migliore. “Taciturno e introverso”, il nostro non
troverà le parole che in effetti non esistono nemmeno.
(depa)


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