Ancora cinema tedesco al “City”. Elena carica di domenica pomeriggio si fionda, d’altronde è un “Premio della Giuria” a Cannes 2025 che ci aspetta. Le nostre due curve emotive si allontaneranno…Lei soffrirà l’artificiosità dell’opera seconda della berlinese, classe 1981, Mascha Schilinski. Mentre io mi lascerò affabulare dal doloroso echeggiare de “Il suono di una caduta”, ancora e sempre annunciata (t.o. “In die Sonne schauen”).
Frammenti di vita. Di morte. Familiari. Inframmezzati da rombi inquietanti. Assordanti intermezzi propiziatori. Casa con diverse stanze, individualità e trascorsi. Il maschilismo che buca le generazioni. Nei momenti di apparente calma, come un’onda minacciosa "qualcosa non va". La bambina sul lungo fiume...ho capito: è un film verisecuritario. No, niente. Eppure, qualcosa bolle, non so cosa, ma in pentola bullica. Piani sequenza tra le mura del ricordo, lungo una scrittura originale, personale, romanzo d’appendice o capolavoro?
Amici diversi per conoscersi. Ma anche incidenti senza lavoro. Conati repressi a malapena. Elena se ne andrebbe (come i due tizi nella fila davanti, già usciti). Tra macabro e delicato c’è un thrilling di un momento agito così o cosà. “Far finta di essere felici”, tutto per non vedere la guerra.
Non solo l’“esercizio di stile” che lamenta Elena, non senza ragioni, anche se è la sua caratura è notevole. Ma un romanzo manniano in celluloide di rara forza (altmaniano), anche se sul lungo si rivela logorroico e confuso. Dopo la composizione del quadro, molte pennellate superflue. Resta una pellicola singolarmente ambiziosa e profonda.
(depa)


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