Grazie alla videoteca di “Foglio”, proseguire nella filmografia di Jafar Panahi non sarà complicato. Sarà stupendo. Come guardarsi ne “Lo specchio”, 1997 (Pardo d’Oro a Locarno), dove realtà e rappresentazioni coincidono con noi, ormai cresciuti, alle prese con la società.
Nuovi quartieri
È un piacere non perdere di vista le sale in compagnia di una cinefila come Elena che, spesso, può spronarmi ad andare. Anche per pellicole a sfondo storico-politico, non il suo pane. Nessuno annoiato, però, con la (tragi) commedia messa in piazza dall’esordiente rumeno Bogdan Muresanu: “L’anno nuovo che non arriva”, del 2024 (“Premio Orizzonti” a Venezia), intrattiene e ricorda.
Echi innati
Con tutto l’amore che proviamo per Jafar Panahi, piuttosto
inspiegabile come non si fosse ancora affrontata seriamente la sua filmografia.
Stiamo riparando. “Il palloncino bianco”, del 1995, è il film d’esordio rese
noto al mondo il taglio sopraffino del regista iraniano. Sguardo poetico dalla
parte dei bambini, fogli bianchi sui cui si scrivono le lezioni quotidiane: “Camera
d’Or” a Cannes.
Sorrisi al vento
Al secondo appuntamento con la rassegna “Aspra natura” dei
ragazzi del “CineLercari”, abbandonato da Elena alla prima pioggia, mi son
trovato da solo ad ascoltare “Il lamento sul sentiero” (1955, t.o. “Pather
Panchali”). Ossequioso e intimorito dinanzi a Satyajit Ray (1921-1992), il monumentale
autore indiano che nel film d’esordio mostrò le origini della sua formazione
cinematografica. Dall’Europa, un’elegante lente realista per inquadrare caratteristiche, grandi sofferenze e piccole resistenze di un popolo.
Battaglia
In questo ultimo mese del 2025, finalmente, Elena ed io siamo riusciti a conoscere i ragazzi del “CineLercari”, finora intravisti solo sui muri. La rassegna di questo mese s’intitola “Aspra natura”: ambiente e paesaggi protagonisti come attori in carne ed ossa. E ne “Il tempo dei cavalli ubriachi”, del 2000, la natura si prende la scena e tutto il resto di emozioni e sentimenti sofferenti. Bahman Ghobadi, iraniano classe 1969 di origine curde, aiuto regista di Kiarostami, qui all’esordio che gli valse la “Camera d’Or” a Cannes, si è immerso più del “maestro” in un dolore senza freni.
Una coppia
Non che questo novembre
non ci abbia già saziati, con firme grosse tra l’altro. Ma, furia per
furia, leggiamo “Die My Love” in uno dei nostri cinema qui in giro, allora tra facce note a fare una nuova conoscenza. Il quinto lungometraggio, in 25
anni, della regista scozzese, classe 1969, Lynne Ramsay colpisce per intensità.
Perché picchia, senza scappare anzi scagliandosi contro il vetro di un
malessere infrangibile.
Peccato capitale
Dalla televisione, invece,
l’occasione per fare un altro passo con Darren Aronofsky. Strana filmografia
quella del regista newyorkese. Nel 2014, al suo sesto lungometraggio in sedici
anni, decise di mettere sul palco verticale il personaggio biblico,
immaginario, di “Noah”. “Noè” per noi infanti italiani, quello dell’arca
e della coppia di liocorni. Ma i temi sono da adulti devastatrici della vita
sul pianeta.
La prova delle generazioni
Su ottima concessione
dell’amico “Foglio”, un altro Mikio Naruse proiettato in sala Nostra. Nel 1943 il
regista nipponico dal “ritmo lento” e dalla “sottile caratterizzazione
psicologica” realizzò una drammatica novella sul canto delle generazioni: “Canzone
della lanterna”.
Turbolestern
Dopo un semestre senza western,
ho recuperato con uno spaghetto abbondante. Per la seconda volta, allora, col
sardo Edoardo Mulargia! “Edward Muller” fuori dal nuorese, che nel 1967, stava
in cucina a servire “Cjamango”.
Devianze
Nell’anno della morte di
Alain Delon, il canale “Iris” omaggia il “Magnifico” ripercorrendo la
celluloide da lui impressionata. "Furore di vivere" (t.o. "Le chemin des écoliers") è una delle sue prime apparizioni di ragazzo
irrequieto, pronto a tutto, a troppo. Di Michel Boisrond (1921-2002), che accogliamo con entusiasmo.
Scombussolamente
Per Jafar Panahi al “19’’” con Elena e moltissimi altri
nella Sala 1, alle 18:30 di venerdì, testimonianza di una Genova
cinematograficamente reattiva. “Un semplice incidente”, ultima Palma d’Oro
conferma uno degli autori più liberi dei nostri tempi, non a caso perseguitato chi
non concepisce l’autodeterminazione dell’individuo. La responsabilità non è una
pratica burocratica, né un dovere istituzionale.
Il teatro della vita
Ancora immanenza delle
manifestazioni viventi, stavolta di “Erbe fluttuanti” nel 1959, nei
pressi di una compagnia di teatranti kabuki. Con le sue maschere, le sue
entrate e le sue uscite, i colpi di scena. Remake di sogni latenti e bisogni impellenti.
Problemi e Opportunità
Poi di corsa nella “FilmClub”, dopo tante mediorientali, per una pellicola brasiliana. “Il sentiero azzurro” (t.o. “O último azul”), film scritto e diretto dal recifense, classe 1983, Gabriel Mascaro. Gran Premio della Giuria al 76° Berlino per questo film ambientalista, anti-ageista, dal taglio molto giovanile...
Piani fatti
Un altro novembre appena partito che, con Elena, ci fiondiamo al “19 secondi”, aka “Ariston”, per un film statunitense
col giusto quantitativo di stelline critiche. Heist movie, anzi Caper,
che l’(anti)eroe di “The mastermind” è uno scapperato d’una volta.
Come gli anni ’70 del XX° secolo, così ben ricostruiti in questa pellicola
dall’ultimo Cannes che ha la caratura in voga tra i registi giovanili. Tecnologia
Hi-fi per sensibilità umane, troppo umane, nel nono film scritto e diretto dalla miamiana, classe 1965, Kelly Reichardt.
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