Felice
di aver riformato il trio delle meraviglie delle sale cinematografiche. Fiduciosi
nel cinema persiano allibito di Ali Asgari, è stato facile. “Un po’ di luce” ha
convinto soprattutto me, così angosciato dal male di vivere del protagonista, fuoco
fatuo dei nostri tempi.
La fotografia netta, pulita, alienata che abbiamo apprezzato nei lavori
precedenti del regista. Le sue stasi. “Un po’ di luce” è anche il titolo del
primo paragrafo, lungo le pagine che disvelano intenti taciuti e
impronunciabili. Suicidarsi, mica così assurdo, anzi. Uno dei paradossi reali, meravigliosi
e atroci, cari al regista iraniano. Nel primo livello si incontra il fratello.
Come “mondo”, in maniera onesta, gli “attacchi mirati” di Trump. E le
piante onnipresenti, intruse. D’altronde, “la guerra fa venire idee strane” di
cui si ciba il cinema di Asgari. “Un uomo davvero gentile”, in Iran, è un uomo
morto. Un insegnante di Yoga ha meno sofferenze attorno di un medico disposto a
curare gli studenti pestati (“tanto non avevo niente di meglio da fare, ho
iniziato per sopportare, poi mi è piaciuto…”). L’intro di ogni scena rivela la
cura nella sceneggiatura (con Shadmehr Rastin). Funerali che diventano
matrimoni. Teatro clandestino, prima di andarsene da Teheran “per un bel po’ di
tempo”. Cazzo, pure la spesa!...
Ma ecco la mamma, il “Mostro” di Fine Livello (splendida inquadratura
sull’amore materno). Ecco la speranza, umana, familiare, istintiva. Ecco una
musica curda, con la danza che può unire e far resistere…
(depa)


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