Sempre per quella storia di Steven Spielberg. Maestro
indiscusso dell’intrattenimento fantascientifico, bisogna pur seguire le profonde
orme lasciate sul percorso di successi al botteghino. Nel 2005 si cimentò in un
classico disaster & alien invasion movie, con la distruttiva razza
aliena palesatasi un bel mattino, ma che, trasportando su digitale l’omonimo romanzo
del 1996 dell’inglese Herbert George Wells (1886-1946), poi così tipico non è: "La guerra dei mondi".
Isterisol
Tutto è partito da un riso basmati, con verdure e uovo. Siamo rimasti là. A disposizione, un film coi sottotitoli reperiti, che chiude le
proposte di “Foglio” provenienti da quel paese che, cinematograficamente
parlando, tanto ci ha dato. Hong Sang-soo non ha bisogno di presentazioni. Nel
2017 realizzò “On the beach at night alone” una lenta maturazione, ad
alta gradazione, sui ruoli impersonati.
Gasometri
Per le voglie di Yasujiro Ozu, oltre a cofanetti, DVD anonimi e restauri, anche i canali digitali possono servire. Da quello targato “RAI”, in proposta alcuni film del grande regista giapponese. “Gallina nel vento”, del 1948, parla della guerra. Della donna. Della città. Così fredda e immota dinanzi ai dolori del cuore.
Lutto e denti
Questo mese, ormai dimenticate le ultime nostre scivolate nel
suo cinema, abbiamo anche rincontrato David Cronenberg. Ancora sotto shock
per 20 minuti d’ascensore bloccato, all”“Ariston” senza timore di
eccessi e ascessi del regista canadese che, fresco di lutto matrimoniale, ne trae una rappresentazione delle sue. Dolore e perversione in "The shrouds". "Segreti sepolti", riflessioni avvinghiate alla
carne in decomposizione: Il regista di Toronto è tornato.
Prima che tardi
Nel piccolo “Circuito” di Genova è sorprendentemente capitata la sex symbol di fine XX° secolo. “Bella e stupida” cerca di rifarsi, facendocela, ed è così che “The last showgirl” (2024), diretto da Gian-Carla, aka Gia, Coppola, nipote di F.F e figlia dell’attore Gian-Carlo, diviene un film da non buttare. Emancipazioni tortuose in regime di voyeurismo capitalistico, resta l’impresa della coscienza che si accorge della propria decadenza.
Mail di Vita
Pomeriggi finesettimanali autoleccanti
metaforicamente sino a un certo, la televisione può venire in soccorso.
Anche se la proposta è un esempio di forma senza contenuto, anzi meglio.
Glorioso già dimenticato ingresso di Kevin Costner regista al Cinerofum, “L’uomo
del giorno dopo” (t.o. “The postman”), del 1997, promette individualismi,
emancipazioni e indipendenze consapevoli, ma si accovaccia sulla bandiera,
solite stelle strisciate, palesando la visione ristretta di un non autore.
United for
Tra le proposte televisive, dopo le western, quelle belliche
sono al secondo posto. Un nome che riecheggia spesso è “Navarone”, ideale punto
critico del secondo conflitto Capitale. Cinerofum già indica qualcosa di
storto, non potevamo che dirigerci verso l’Egeo a dorso, arrivando in ritardo
di 17 anni, ma in tempo per incrociare Guy Hamilton (1922-2016): il suo sequel
“Forza 10 da Navarone” è ancora lì che surfa.
Motivi per viaggiare
Recentemente ripresentato da “RaiMovie” in occasione del suo restauro, con “I 9 di Dryfork City”, t.o. “Stagecoach”, ché di remake del 1966 si tratta, posso rincontrare Gordon Douglas. Il regista che ci ha convinto con lavori semplici quanto efficaci, ventisette anni dopo il western più osannato, non tremò dietro la m.d.p. continuamente percossa, riuscendo a riportare tutti a casa...
Video inclinati
Ancora sulla scia filmografica di Michael Haneke. Nel 1993, il regista di incomunicabilità e alienazione post-industriale girò il suo terzo lungometraggio, tirando una linea sotto i “71 frammenti di una cronologia del caso”. A chiudere la cosiddetta “trilogia del congelamento”, lontano da guerre permanenti, i diffusi e apparentemente impercettibili segnali di morte.
Sogni fuori campo
Sabato scorso, con Elena al "Sivori" per l’ultimo Orso d’Oro, norvegese: Dag
Johan Haugerud, regista classe 1964, si è aggiudicato il premio berlinese col
secondo capitolo di una trilogia sulle relazioni personali
iniziata un anno fa. “Dreams” è un attento e sensibile studio della delicata fase puberale.
Sonny & Rico
Se i tratti distintivi di Michael Mann, per alcuni tra i migliori, sono "maestro dei film d’azione,
affinità psicologiche tra poliziotti e criminali, ritratti spesso con look alla moda.
Operatore di molte sequenze dei suoi film”, allora "Miami Vice", del 2006, ne rappresenterebbe la vetta artistica. La cosa è più complicata. Nonostante la comprensibile volontà di omaggiare la fortunata serie TV di 50 anni fa, cui contribuì pure lui, il regista di Chicago non può essere sempre Re Mida.
Biglie amanti
Un sabato di due settimane fa. Due messaggini con
Mino per una proiezione pomeridiana per la quale ha una proposta. Sobbalzo al
titolo “La maman et la putain”, Marigrade ne ha appena parlato!,
chiedendo “Jean Eustache?” (1938-1981). Lui conferma ed eccoci davanti alle
quasi 4 ore che, nel 1973, l’esponente di spicco della “post Nouvelle Vague”
si prese per attraversare la complessa volta delle relazioni sessuali. Un unicum
per impostazione, e durata, che, in maniera originale, traccia una curva emotiva che è precipizio di maschio sessantottino.
Agnelli OGM
Aspettavamo discendesse dal “Corallo” e così è stato. Inoltre,
annusato un autore che potesse solleticare anche i salofobi nel tunnel
dei “divoratori di serie”, istintivamente ne abbiamo convocati 2: Benza e Genna.
Conoscitori appassionati di Bong Joon-Ho, con disinvoltura dinanzi a “Mickey 17”,
senza stupirci della sua esplicita satira fantascientifica. Lo “svalvolo” eccessivo e disturbante è marchio dell’immaginazione critica del regista di Daegu.
Artemisia e aglio
Venerdì scorso con Elena al “Sivori”, perché “nelle
sale c’è un cinese…”. Che poi non era cinese e nemmeno è l’omonimo che “fa cinema
da 40 anni!”. Più umilmente, ma con maturità encomiabile da “Un
certain regard 2023”, Anthony Chen è un regista singaporiano, classe 1984, che col quarto lungometraggio “The
breaking ice” pone firma autoriale ai rapporti volatili resi celebri da certa
“Nouvelle”.
Soziale Symphonie
Settimana proficua. Grazie al pacchetto pagato a “PrimeVideo” da altri, lunedì speso con Michael Haneke. Ancora col regista “austriaco ti Cermania” che, nel 1997, tantopercambiare riuscì a scioccare il suo pubblico. Violenza e dominio, le ultime guerre insegnano, procurano “Funny games” a schiere di genti prive di emozioni.
Cine tarzan
Esausti anche dei desperados di “Chi l’ha visto?”, ieri sera ci siamo accontentati di un Brian De Palma non certo d’annata. Nel 1998 per il regista newarkese i giochi erano fatti. “Omicidio in diretta” (t.o. “Snake eyes”) ne è la prova, virtuosistica senza dubbio, ma, nonostante l’iperattività del protagonista, terribilmente vacua.
Ketchup & plastica
Inebetiti da un Michael Haneke preso un po’ troppo sotto
gamba…con Elena nella sala “Navetta” per capire cosa frulla sullo
schermo del grande (…) regista austriaco. Nelle immagini di “Benny’s video”,
suo secondo lungometraggio datato 1992, l’inspiegabile apatia delle opulente società
civilizzate.
Capitani persi
Anche la televisione, pure lei debitrice, ha voluto omaggiare
Gene Hackman. Su “RaiMovie” il suo Oscar del 1972. Con “Il braccio violento
della legge” (t.o. “The french connection”), anche William Friedkin, ormai
habitué del ‘Rofum, si aggiudicò l'ambita statuetta. Hackman ancora alla
prova con un poliziesco dalla foggia autoriale, sapientemente cucita dal
regista, dove il protagonista insegue, e colpisce, i propri fantasmi.
Ci sei dentro
Nelle sale un tributo a Gene Hackman da poco scomparso: rinunciamo all’unica uscita valida. In occasione del restauro per il suo 50° anniversario, “La conversazione”, del 1974, col quale Francis Ford Coppola si aggiudicò la Palma d’Oro: spy movie psicologico autoriale che lasciò angosciato sfogo all’attore californiano. Regia e interpretazione ineccepibili.
Rapaci e brandelli
Febbraio non era ancora finito che già eravamo tutti lì con SimonMi a sentenziare/scegliere “Se uno mi dovesse chiedere…direi Michael Haneke”. Il dodicesimo e ultimo lungometraggio del regista austriaco fu “Happy end”, del 2017: altro affresco agghiacciante, ma splendido, dell’incomunicabilità tra generazioni alienate.
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