MeloKò

Incominciato ieri il Festival del Cinema Coreano di Firenze (FKFF! online: per Kim). Il film d'apertura è stato "Josée", del 2020, diretto da Kim Jong Kwan, classe 1975, al suo quarto lungometraggio. Ineccepibilmente girato, rappresentante la più scontata delle storie d'amore. Le immagini non coprono la scarsa profondità di intreccio e dialoghi; questa volta la scuola coreana non tiene a bada il sentimentalismo.

Testa dritta

Non ne abbiamo perso uno. Di lungometraggi, al Trieste Film Festival. Perché vien mangiando, quando è buono. Elena ed io, in pole davanti a "Non piango mai" (2020), pellicola polacca scritta e diretta dall'esordiente Piotr Domalewski (attore-sceneggiatore-regista classe 1983). Altra buona fattura a narrare una grande determinazione, singolare femminile, qualità troppo spesso dimenticata.

Tuttx bullizzattx

Alle porte di un nuovo festival, provo a concludere almeno i lungometraggi del vecchio. Dall'ultimo "Trieste", "Esilio" (2020), pellicola kosovara-tedesca, scritta e diretta del regista Visar Morina (Pristina 1979), che quel percorso l'ha conosciuto, scorre mescolando xeno e psico fobie. Tutto reale, nell'odierna società civile.

Spyricoz

Allora avanti con la commedia italiana, ancor più sbarazzina, parodiante le cortocircuitali spy-story statunitensi, 007 già in locandina. Lo sapevamo: Luciano Salce può scherzare quanto vuole, col "Mattatore" in lana natalizia e pon-pon, in "Slalom", del 1965: il risultato è un'esilarante quanto ritmata avventura.

Essere sparito

Ecco perché, vale sempre la pena, seguire i consigli. Ve lo do anch'io: "Il "boom"", di Vittorio De Sica, 1963, capolavoro della grande scuola cinematografica italiana. Alberto Sordi pazzesco, può solo esplodere il testo di Cesare Zavattini. Thanks Mino.

Cable nel cuore

Ci voleva Sam Peckinpah, per sbloccare questo 'Rofum maggiolino. Il film è strano vero, commedia western, erotica, sentimentale esistenziale. "La ballata di Cable Hogue", del 1970, tra mucchi di paglia e cani selvaggi, è una pellicola amabile, verace e sincera. W Sam.

Meticcio W

Altro buon western italo-spagnolo. Sì, anche "I tre del Colorado", del 1965, si inserisce tra le piccole grandi co-produzioni che scrissero così tanti capitoli del genere imported più tipico. Regista di La Coruña, Amando de Ossorio (1918-2001, prima), si presenta da abile mestierante, tra colleghi uguali.

Trama nera

Vedere uno Chabrol ti ricorda di non dimenticare Chabrol. Con pochi autori mi capita di venir rapito come con Claude, concentrato nella sua arte mentre, con un buffetto, mi dice tontolone guarda qui. Prendi "Ucciderò un uomo" (t.o. "Que la bête meure"), del 1969, una scia d'asfalto bagnato e dolore coagulato, ripresa come goccia sulla pagina d'un diario. Vendetta; e tutto ciò che la circonda.

Traffici di cuore

Robert Wise entra al Cinerofum. Il regista che fece gavetta per, poi, ottenere residenza onoraria a Hollywood (quattro 'scar), nel 1948, mostrò proprio in un western, toh!, la sua già pronta e raffinata arte. Paesaggi, fotografia, intreccio, tutto tenuto al passo, elegante e ritmato. "Sangue sulla luna" (ovvero "Vento di terre selvagge"), "come dicono gli indiani, aria di tempesta", gli onesti soccombono, se qualcuno non ci ripensa.

Topolini nel paiolo

Quant'era che non vedevo Joseph Losey? Una decade, o quasi. Concedendo al cesarismo di mediaset, alla prima opportunità, offerta dal ciclo "Europa Europa" di "Iris", non mi distraggo. "Cerimonia segreta", pellicola che il regista USA rinnegato-inglese d'adozione diresse nel 1968, ringrazia da sé ogni costanza. ­La curva inconfondibile del regista, un giro sulla Follia, due spari ad Avidità & Sadismo, non siamo mai usciti dal Circo Umano.

Movimento I°

Il viaggio tra le "immagini intense e impressionanti" di Ken Russell, fa tappa obbligata presso "La perdizione" (t.o. "Mahler"). Del 1974, è uno degli squassanti scorci del burrascoso autore inglese sulle musicali allucinatorie vette. Sul crinale sanità-santità; già morto, già dio. Si può continuare, a suonare.

Uhrodia

Alla fine Simone ce l'ha fatta (cioè, noi). "Lawrence d'Arabia", "il film più bello della storia", del 1962, ha solcato la desertica, gelida nottegiorno, sala Valéry. Colossal miliare, insegue l'ingenua complessità del protagonista, personaggio tragico (e comico) uscito dai (e rimasto nei) romanzi. Lawrence, "metà beduino, metà dio", permise a David Lean di sfoderare il suo cesellato stile e di far mambassa d'Oscar (sette). Splendido colonialismo, coi selvaggi che non vogliono imparare.

La lotta per la valle

Una consolidata squadra di capaci artigiani italo-spagnoli permette di sfoderare film di maniera compatti e avvincenti. Come "L'uomo della valle maledetta", del 1964, melodramma di frontiera, amore apache impossibile, in una landa infestata di razzismo. Diretto da Omar Hopkins, Primo Zeglio sotto sotto.

Castelli Vuoti

Una porta minuscola può introdurre ad un regno infinito. Sono entrato e, dinanzi, s'è parato Michelangelo Antonioni. Vuole che guardi "Il mistero di Oberwald", del 1980, letterario, sempre inesorabilmente puntato sulla vacuità, qui regale, e sull'insoddisfazione che sempre coglie chi vegeta di corone e castelli. Qualcosa di imperfetto, ma Karl Kraus ne aforismò, quindi ho goduto dell'Antonioni sperimentale, alle prese con dissolvenze, luci e filtri da tragico kammerspiel di corte.

Occhio ai grandi

Sono contento di aver conosciuto Burt Kennedy (1922-2001). Ché "Il grande giorno di Jim Flagg" (t.o. "The Good Guys and the Bad Guys"), del 1969, mi ha permesso, non soltanto, di rincontrare Robert Mitchum, garanzia statuaria; ma, anche, di stare con un buon western brioso, ben girato, altroché, dal regista statunitense.

Vuoto in Borsa

Batti, puoi dire quello che vuoi, quando passi dalla "Valéry", la qualità si vede. Ne dico solo una, l'ultima, di ieri sera: "L'eclisse" di Michelangelo Antonioni, 1962. Il terzo capitolo sull'incomunicabilità è forse il più gelido: freddezza alla radice, resta ciò che resta, nell'animo un appuntamento tradito ogni giorno.

Testamentum venenum

Va bene così. Duccio Tessari alla regia della scrittura di Ennio Flaiano, chi lo sa?, promisero di più. Resta "Vivi o preferibilmente morti", un western del 1969, manesco e caciarone, dove il regista e sceneggiatore genovese sfoderò tutto il suo Giuliano Gemma. Una fraterna amicizia che travalica le eredità, da pomeriggio senza impegni.

Cristo d'argento e occhi bassi

Avanti con Ken Russell. A scoprir di più del "coraggioso e visionario regista inglese", passando da una delle sue opere più celebri. "I diavoli", del 1971, ribadì un autore ambizioso e dissacrante, esibito in una roboante e sacrosanta, iperterrena bestemmia.

Boschi fucilati

C'è ancora un bel po' di Trieste Film Festival. Attraversiamo veloci "Al crepuscolo" (t.o. "Sutemose"), pellicola lituana del 2020 rigorosa e dolorosa, come altre dieci già viste, sulle Resistenze di quella terra fucilata. Il regista nazionale Šarūnas Bartas, classe 1964, dipinge un cupo grigioverde, il senso d'oppressione che non ti molla un secondo. Piacevole.

La mossa del Peepshow

Leggete Palma d'Oro e William Wyler (1902-1981), il regista tedesco naturalizzato e osannato (3 Oscar). Che fate? Lo guardate. Ma il "bollino verde" di un western quacchero copre tutto. C'è Mary Poppins nel "Far West", se le fa dare senza reagire e sposerà proprio tutti! "La legge del signore" (1956, altro giro: "L'uomo senza fucile"), menoso quanto un sermone, mi fa lo stesso effetto: perché sono qui?