Pazzesco. Quattro firme da urlo del pantheon registico, tutte italiane, nel 1962 si unirono a prosare gli amori del popolo. Il risultato è "Boccaccio '70", gioiello luccicante che, tra le scene e scritture perfette, permette di cogliere ed esaltare le peculiarità artistiche dei quattro, ugualmente unici, autori: Mario Monicelli, Federico Fellini, Luchino Visconti e Vittorio De Sica. L'episodio del Festival di Cannes rileva, al negativo, quindi positivamente, lo strano fastidio della critica ufficiale per Monicelli, sicuramente la voce più graffiante: nessuna sorpresa.
Prima Kim
A cinque mesi dalla sua Morte, nemmanco sessantenne, il Cinerofum riabbraccia Kim Ki-Duk. In sala "Valéry", abbiamo passato la serata col film d'esordio del regista sudcoreano (come gli è piaciuta sta cosa!); ridendo, piangendo, tremando con la firma che ci galvanizzò. E' stato stupendo trovare nel suo primo, lesto ad esplodere, tutto il resto. "Coccodrillo", 1996.
Quanti hanno cominciato così?
Quanti hanno cominciato così?
Repressione ossessione
Rispetto per Franco Giraldi. Non può essere sempre e solo farina (d'alta cucina) del solito grandioso Ugo Tognazzi, per di più a braccetto con una Monica Vitti stupefacente; non è che la scrittura di Tonino Guerra e Ruggero Maccari, sulle note di Luis Bacalov, d'emblée, t'assicurano il risultato. Ci vuole un regista sensibile quanto ironico, attento alle parole come alle rughe, alle cosce come alla prigionia. "La supertestimone", 1971.
Amare Stoccolma
Parrebbe improprio scribacchiare di "Primo amore", pellicola italiana del 2004, tra le recenti ed eccellenti visioni di cinema d'essai. Ma, convergendo con Simone, cui dobbiamo anche questa valida proposta, Matteo Garrone è uno dei pochi autori, contemporanei e nostrani, a mostrare una filmografia attenta; come questo film, infastidito dai riflettori, avaro di discorsi, silenzioso di rabbia come i nostri cuori. Mica facile.
Čajkovskij Rush
Sarà. Ma il Cinerofum divora cinema più di prima. Sala comoda, la "Valéry": pure un esagitato come Ken Russell (1927-2011) sta fermo buono. Non sullo schermo, dove "L'altra faccia dell'amore" (? t.o. "The music lovers", 1970) impazza senza scomporsi. La disinvoltura nell'energia del regista inglese travolge ancor più di questa: Čajkovskij è libero di suonare, strasuonare, gridare, morire.
Clerinette!
Il Cinerofum cola sui grandi autori internazionali (e il vice si versa). Autocelebrazione conscia della propria piccolezza, dura poco; finisce all'angolo l'uomo solo in crisi! Preziosa questa "comédia lusitana", coi "Ricordi della casa gialla" (1989), frammenti d'esi-stanza spoglia, riaffrescata con singolare intensità dal regista portoghese João (1939-2003). Firma suave.
Difetti cari
In sala Valéry torna Anthony Mann. Torna il suo modo di western disincantato, concreto, con la meravigliosa natura a fissar l'orrido dell'uomo. "Dove la terra scotta" (ad catzum, t.o. "Man of the West"), del 1958, è il cruccio profondo di Gary Cooper sporco di sangue dall'inizio al finale alla Anthony Mann, senza bacio.
Al centro del fuocO
Al Trieste Film Festival dello scorso gennaio, in concorso l'intrigante lungometraggio "Pari", del 2020, dell'esordiente iraniano Siamak Etemadi. Produzione greca kai allos (?), accompagna lungo la ricerca di una madre, di un figlio, di sé. Della donna, dell'...uovo. Exarchia baretto da toccata e fuma. Resta l'ottima fotografia di lampioni e roghi di un esistente insopportabile.
Stincoraro
Finito di vedere "Hondo" (t.o. "Hondo and the Apaches", 1966). Bel tipo, "Hondo". Fuori dal mondo di allora, nel bel mezzo del "Far West", come oggi. Leale e fraterno, più simile ad alcuni apache, che a molti bianchi. Rispetto a lui, tutti mezzi uomini. Un buon "bollino verde", girato con sapienza dallo statunitense Lee H. Katzin (1935-2002). Che non è il regista della celebre versione del 1953.
Castelli di Gabbia
In pieno cinema americano, "RaiMovie" ha proposto un titolone da paragrafi saggistici. Montaggio. Paesaggio. Sontuosa accademia, pur con tutto l'ardore dentro, che attenta all'attenzione dello spettatore. "I cancelli del cielo" (t.o. "Heaven's gate"), del 1980, director's cut Michael Cimino, è tutto crepuscolato.
Para bellum
Manco ho scritto di uno, scrivo di un altro. Film. Nello specifico, basta che vi leggiate attorno, "western". Era il 1952, quando fui travolto dalle lotte tra coloni e apache. Durò più di nove mesi, i meticci scrissero la loro filmografia. "La carica degli apaches" (t.o. "The Half-breed"), diretto dal montatore statunitense Stuart Gilmore (1909-1971), è una pellicola corretta, che pone con onestà tutto sul tavolo, pure la gelosia.
Amica Butta
Ancora. Inseguo il Cinema. Lo divoro, sbrano: lui sbrana me. Tipo che vedo Bave attorno, su divani, tappezzerie, tra le luci d'un western. Aargh! Fotografia marcata, atmosfera crepuscolare, a raccontar di un ex-eroe, braccati da banditi e fantasmi. "La taglia è tua... l'uomo l'ammazzo io!" è un bon-bon del 1969, scritto e diretto dal nuorese (!) Edward G.Muller (1925-2005). Trattasi di Edoardo Mulargia, una firma da seguire.
Belzebù al miele
Bambini venite qui! (sto cercando di radunare i miei piccoli grandi film). Tra gli svariati volti del "western", ho trovato "Cat Ballou". Pazzariello del 1965, è figlio del regista bostoniano, classe 1927, Elliot Silverstein. Due madri: Parodia e Musica, a smorzare i toni di una rappresentazione altrove tesa, spaccona, violenta.
La parabola del Pugno
Cos'era? Il 1980. No; intendo, quando l'abbiamo visto. Ah, era il 2009, allorché, piccoli e bassi, bussammo alla Prima Porta. Fu quella di Martin Scorsese. Umile permesso alla Settima. Era nella "sala Uander" di Milano (lacrima); nella "Valéry", giusto sia Simone a ricongiungere i fili. "Toro scatenato", 1980, appunto, è la storia di Jacke La Motta, curva fulminea, rabbia e umiliazioni, gloria e disfatta. Attorno, distillato d'arte in movimento: la rude gentriness del Bronx, montata in sontuoso bianconero, da un sarto (cinematografico) unico e inconfondibile del Queens.
Liberx tuttx
Seconda serata 'Rofum con Batti, speriamo vada. La proposta è di due giorni fa, del buon Mino, ed è calda. Per la prima volta nella genovese "Valéry", torna il bianco e nero parigino di Jacques Becker. Il regista dei bassi fondi della Città della Luce, nel 1960, realizzò la sua opera esemplare, inattesa testamentaria. A un anno dalla strage di stato nelle carceri di Modena, del marzo 2020 (13 morti), "Il buco" grida ancora volontà di libertà.
Le Bisou d'Azur
Ieri, per la "Valéry", è ripassato sir Alfred Hitchcock. Lo ha fatto giocosamente, con una panoramica Azzurra, tutta-fiori. "Caccia al ladro" ("To catch a thief"), del 1955 (annus comedy), sprinta veloce lungo la fatal Côte, brivido e amore si baciano sotto gli artifici infuocati d'una storia giallorosa.
Fico duro
Il Cinerofum respira. Nel suo moto lento e incostante risucchia qualcuno. Venerdì sera è stato Batti, impellicolato nella "Valéry". Il primo passo di questa passeggiata è stato sulla già bazzicata Clint Eastwood avenue. "L'uomo nel mirino" (t.o. "The gauntlet"), del 1977, va bene così. Scorretto, gonfiato, con una logica esatta, statunitense, tutta sua. Da vedere, non crediate Clint abbia fatto meglio.
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