L'estate della bellezza

Subito dopo aver conosciuto Derek Jarman. Silenzio in sala Valéry. Cofanetto covato da un po', finiscono i mean Hitch e i doc ambientali, Elena sbircia preoccupata. William Shakespeare irrompe coi suoi potenti Sonetti, d'un amore impronunciabile, scontrandosi nella danza dei corpi del regista connazionale. "The Angelic Conversation", del 1985, è nuova avanguardia che può dar sconcerto, come musica per gli occhi. Elena, nel dubbio, tappa tutto.

Munizioni in mano

Poi venerdì scorso è ritornato Howard Hawks. Non si è presentato con un film qualunque, ma uno suo. Scherzo. Nel 1959 il mitico regista dell'Indiana realizzò una delle suo opere destinate a restare di più nella memoria: "Un dollaro d'onore" (t.o. "Rio Bravo") è un racconto corale, di un piccolo angolo di West, dove le giornate, per un manipolo di fedeli alla legge, son duelli sotto il sol leon. E assedi alla dinamite.

Un po' di lingua

Domenica sera, invece, a cofanetti terminati, Elena ed io (il Rofum, insomma) abbiamo adocchiato quei misteriosi DVD di Santa Brigida. Tra questi, era proposto David Jones (1934-2008), autore statunitense dalla blanda filmografia, più noto in campo teatrale. E così "The confession", del 1999, ultimo lavoro dell'autore, ne emerge con porzione minima, annoiando con logore dinamiche, riacciuffando l'attenzione con quesiti morali aggrappati ai volti dei due protagonisti, angelidemoni della società americana e non solo.

Legalize it Van

C'è di tutto, nel cinema. Quindi in sala Valéry. Come ieri sera, con incursione di Zippino (qual ritorno), che ha pure offerto melanzane alla parmigiana e torta di verdure (prova fotografica a Elena), dove il 'Rofum s'è trovato dinanzi ad inappellabili "Hitch te lo tieni". E ho detto tutto. Scelto di conseguenza: "Come ti spaccio la famiglia" è un filmone del filone sballato, drug movie vietato ai 17 per allusioni a canapa e traffico di lap dance. Terzo lungometraggio di Rawson Marshall Thurber, californiano classe 1975, offre gag un po' datate e qualche imbarazzo da risate, pellicola...pomeridiana, diciamo.

Taigher, drink ?!

Sarà difficile dimenticare questo maggio di 'Rofum-19. Cinema per nulla isolato: una passione non si arresta. Nella reattiva (...) sala Valéry, sabato scorso, eravamo in quattro a chiacchierare con Claude Chabrol: le due Elene, Mino ed Io. Schivato un giocattolo italiano, non il vino uguale, il cursore s'è posato sul suo "La tigre ama la carne fresca", del 1964. Spy story dalla veste non convenzionale, cavalcante la "Nouvelle Vague", ma col topico cipiglio di un seducente supereroe di polizia. Trova sorprendentemente il ritmo in sé.

Clima a posto

Ma sì, intendevo record da quarantenati, un podio di questi tre mesi: dovrei riuscire. Tra i tanti documentari proposti da Cinemambiente e visti dal 'Rofum, purtroppo pure alcuni inutili. Di quelli che dici "zio fa ho perso l'occasione per un film". Come questo. Partendo dal concetto nuovo-ma-non-troppo del "profugo climatico", il lavoro degli italiani Elena Brunello, Paolo Caselli e Francesco Ferri si perde nei meandri di un ecologismo minimo per tutti. "The climate limbo", spolvera in quaranta minuti i problemi ambientali e le loro ripercussioni sugli sfruttati del mondo. Dimenticando che questi lo resterebbero comunque, pure in un eden incontaminato, senza un'analisi socio-economica, una posizione radicale e autonoma che sorpassi il volo delle api in estinzione.

Orchestra terrore!

Oggi, ancora oggi. Ma prima. Alle 9:30 su "RaiStoria" e, da lì, in sala Valéry, s'è affacciato il sommo Federico Fellini. Nel 1979 il regista riminese disegnò un suo ricordo musicale: "Prova d'orchestra" è un altro suo autentico e folle sogno, più film che doc., più Fellini che film.

Indomito

Ieri, anzi, oggi. Sì, film a nastro. Il Cinerofum impazzito cerca il record, almeno il podio! Alle 14:40 su "RaiMovie", falcidiato dalla pubblicità, è passato il film cult "Papillon". Diretto nel 1973 dal regista statunitense Franklin Schaffner, a mio modesto, offre ben poco: un'avventura non sempre avvincente e uno sguardo atroce sulle colonie penali, il tutto mescolato con la spavalderia di Steve McQueen, qui addossatosi in pratica tutta la pellicola.

Harakiri senza terra

Eppur bisogna scrivere pure dei documentari, numerosi, visti in quarantena. Seguendo la cadenzata proposta di CinemAmbiente, saltello dal'unno all'antro. Qualcosa di molto interessante, qualcosa meno. A metà strada sta "Con i piedi per terra", del 2016, di Andrea Pierdicca e Nicolò Vivarelli. Storie di agricoltura sostenibile, sul serio, avulsa dai ritmi del capitale, quindi in armonia con la vita. Basso profilo, per un documentario rustico che richiama, giustamente, a una rapida decrescita, all'abbandono dell'assillante logica di sfruttamento e profitto.

Sano sabotaggio

Alfred Hitchcock ovunque. Tipo il mitico e tragico Fantocci, in sala Valéry troviamo Sir Alfred in ogni anfratto (il "plot" era l'ultimo suo, non nostro). Sotto il divano, tra i libri, tra la legna del camino (?). Come ieri sera, apro un cofanetto nero "Universal" e trac, spunta "Sabotatori", del 1942. Piccoli Hitchcock, che devono crescere, ma che mostrano già, seppur infantili, gli sgambettii del grande autore, dal thrilling sorridente. 

L'ultimo scherzo di Hitch

Ed eccoci all'ultimo di Alfred Hitchcock. L'ultimo suo film, "Complotto di famiglia", del 1976. L'ultimo inseguimento, fuga; ultimo saluto. Ritmo grandioso, immaginattori come flussi magici dalle sue dita, ironia che non scioglie la tensione: la sagoma più celebre del Cinema appare e scompare, con l'occhiolino che nasconde una lacrima. Con l'ultimo scherzo.

" U V A ! "

Bello, bellissimo. Stupendo. "RaiMovie" il 1° maggio lo celebra come si deve e propone "Il ferroviere" di Pietro Germi.  Nel 1956 il regista di via Ponte Calvi confezionò un capolavoro per intensità che massacra il cuore e appaga l'occhio. Interpretato grandiosamente dallo stesso, dalla quasi esordiente jugoslava Sylva Koscina, dal catanese Saro Urzì e dalla friulana Luisa Della Noce, narra di una vita impossibile, in società lanciate in corsa senza il freno degli affetti.

"Contea di matti"

Ieri e ieri l'altro. Sì perché certi film possono e debbono essere rivisti. In sala Valèry, quasi per caso (proposta di LA7 e programmazione televisiva dal "Circolino" di Viale Monza: regia e cast immancabili), è tornato a farsi vedere Arthur Penn (1922-2010). Nella sua stagione dorata, il regista di Filadelfia realizzò un film di rara potenza. "La caccia" (t.o. "The chase"), del 1966, è un agghiacciante affresco della società texana (bianca) dell'epoca, e non. Esercizio di sintesi esemplare, senza sconti. Robusto come Marlon Brando. Bello come Jane Fonda.

"Molte cose oscure"

Droga! Droga! Droga! Il Cinerofum ormai è irrecuperabile, altro che Corona. Non è mai abbastanza, più Alfred Hitchcock assume, più ne brama. Ieri sera, nella "Valéry" completely addicted, Elena ed io ne abbiamo iniettato un film, avidamente tagliato, del 1947: "Il caso Paradine" è un turbinio di passioni incontrollate, che diventa omicida se di mezzo c'è il patibolo.

Primo e ultimo sarà per te

Tocca anche parlare dell'ultimo. Documentario. Intendo, di quelli proposti in rete da Cinemambiente. Compito pesante, poiché "The last pig", opera statunitense del 2017, lungi dallo stimolare una riflessione su animalismo e vegetarianismo (posizioni politiche sempre più obbligate), pare un personalissimo viaggio di espiazione, nonché un servizio su una sorta di maiali "privilegiati". Un allevatore, Bob Comis, ha guardato troppo negli occhi i maiali mandati, negli anni, al proficuo macello. S'è pentito, ci soffre. Ora ne ammazza meno. Di Allison Argo and Joe Brunette.

Buie verità

Non solo. Dopo pochi giorni è stata la volta di un'altra colonna del cinema hollywoodiano: John Ford. Su Rete4, nemmeno le pubblicità sono riuscite ad affievolire la carica sprigionata dal suo film del 1960: tradotto da noi con un roboante "I dannati e gli eroi", "Sergeant Rutledge", pur trattando il delicato tema del razzismo (delicato per gli USA di allora, non per le sue vittime di ogni luogo e tempo), imbriglia la retorica e punta il dito, ora bonario ora lapidario, su ipocrisia e meschinità delle nostre comuità.

Affarucci lontani

Pausa da Sir Alfred, per questo aprile squarantenato. Anche perché vorrei raccontarvi di altri due incontri illustri, fatti in sala Valéry. Colle pay-tv che impazzano, ammettiamolo, anche per ampiezza di scelta, qualcosa è comparso sui piccoli schermi di clausura. Pagando per forza, "RaiMovie" ha regalato un film di Howard Hawks del 1952. "Il grande cielo" racconta una classica storia di trapper nordamericani...non rapper pigri, ma cacciatori delle Montagne Rocciose, spavaldi esploratori, pronti a tutto per...un'avventura.

"Stinco di patate"

Dai che lo sapete, cosa viene dopo. Così scrivevo il 28 cm: "Non ti preoccupare 'Rofum. No, non sarà...'na quarantena a fermare la nostra fede (sbirro...). A sale chiuse, ci pensa lei. La 'Valéry' se ne sbatte delle ordinanze (responsabilmente cosciente di sé, disobbedientemente civile) e reinvita Alfred Hitchcock. Il quale si presenta in sala col successivo film, del 1972, quinta collaborazione con la 'Universal', sua penultima fatica. 'Frenzy' è un capolavoro di regia, conturbante e ironico, gioiellino per costruzione dell'immagine e direzione degli interpreti". Questo blog dedica la sua dedizione ai registi come te, giovane settantatreenne felice di tornare al proprio Covent Garden. E di stupire, disturbare, ancora una volta, il popolo delle sale.

Il terrore vien dall'alt(r)o

La tappa successiva fu del 1963. In quell'anno, Alfred Hitchcock cominciò a realizzare una serie di pellicole con la casa di produzione "Universal", prima delle quali fu un'inquietante storia di rivolta animale. "Gli uccelli" è un silenzioso e violento incontro, da vederascoltare, tra creature diverse.

Spy-Love Climbing

E partiamo con questa folle maratona. Fa piacere sapere che vi sia anche Bubu, che ringrazio, in collegamento. Perché sarà dura, ma un po' meno, grazie ad Alfred Hitchcock che l'ha resa una gratificante passeggiata, panoramica ed emozionante, orrida e gioiosa, attraverso alcune delle sue ultime opere. Raccontarla tutta, una volta fatta, permette anche raffronti, utili e no. Se poi aggiungiamo che ieri era il 40° anniversario della morte del geniale regista londinese, ribadendo il lato settimino del 'Rofum, il percorso fatto restituisce un aroma in più. Torniamo alla prima tappa, che poi è stata l'ultima, in sala Valéry. Su LA7, tra un'alienante pubblicità réclame e l'altra, "Intrigo internazionale", del 1959. Riconosciuto come uno dei migliori del regista, è l'acrobatica e ironica fuga di uno gigolò e la sua bella.