Bauntilò!

La settimana del nono film di Quentin Tarantino ci ha condotti al "Sivori". Fedelissimi del cinema popolare, non ci pieghiamo a vezzi e tributi del regista tennesseano, rifuggiamo le sale dai 10€ in su, con buona pace della super-tecnica sprecata. Più fattibile che mai, tra l'altro, essendo alle prese col meno pirotecnico ed al contempo col più estetico, e compassato film dell'autore. "C'era una volta a...Hollywood" è memoria dei tempi e del luogo, danzante sui piccoli o celebri casi del quotidiano.

Sogni interrotti

Mi aggancio all'ultima chiacchierata inerente le sceneggiatura. Il film visto ieri pomeriggio, Elena, Marigrade ed io al "City", ha dalla sua quasi tutto, regia, fotografia, interpretazioni, soggetto, tranne la sceneggiatura. Di certo non il finale. "La vita invisibile di Euridice Gusmao", del regista brasiliano classe 1966 Karim Aïnouz, in effetti getta alle ortiche un buon lavoro solo sul finire. Quando il romanzo da cui è tratto ha la "meglio" sull'arte del director. Non che gliene interessi granché, forte del suo premio di un certo riguardo all'ultimo "Cannes".

Graziosa mansarda disponibile

Qualche settimana fa è stata la volta di un mostro. Ancora da terra tedesca volti espressionistici per raccontare un'atmosfera mefistofelica dove la frustrazione colpisce a sangue e smembra corpi. "Il mostro di St. Pauli", scritto e diretto dal tedesco Fatih Akin, quello della sposa turca, ha deluso qualcuno per la presunta mancanza di "scrittura dorsale". Ma gli efferati eventi si succedono e, lungi da essere sufficienti, si tirano appresso i versi in rima di un decadimento sociale, prima, ed individuale, a cascata. In uno stillicidio di crolli esistenziali e morali, bello a vedersi.

Le capre mangiano lumache

Sabato scorso è stata la volta di un documentario del 2018 che al limite del criminale, sguazza nel superficiale. "La fattoria dei nostri sogni", dei coniugi californiani John e Molly Chester, si fa rappresentante dello sterile e vile ecologismo 2.0, tanto di moda di questi ultimi anni. Quello che si rivolge a Investitori e Internet, come se non rappresentassero la causa prima, capitalista e consumista, dello sfacelo ambientale ed individuale in cui siamo piombati. Il ritorno in campagna è così retorico da scoprire con visibilio e sgomento che, oltre le capre ghiotte di lumache, pure che i cani da guardia possono sia scacciare coyote, sia sbranare galline! Wow...

"...non si scorda mai"

Rieccoci! Sala Porty Hostel, Port Antonio, Jamaica, again on the stage! Il film suggerito da Depa è di quelli chiaramente appetitosi per le fauci purtoppo non più così voraci di questo cinefilo. Un Dino Risi del 1978 con protagonista Ugo Tognazzi dal titolo “Primo Amore”. Film decisamente piacevole, soprattutto nella sua seconda parte e con un finale lieto e saggio. Buono.

Un altro sorso di Resnais

Finito di ri-vedere, in Sala Valéry, "Providence". Alain Resnais è uno di quei pochi registi, per il sottoscritto, per cui due volte è meglio che una. Uno, per dipanare l'intricato incantesimo cinematografico; due, per godere ancora una volta della musica per immagini che, di certo, percorrerà lo schermo. Pellicola del 1977, con una manciata di grandi interpreti, è un'altra perla letteraria e visiva dell'autore francese.

Vendette di Stato

Altro Steven Spielberg, in sala Valéry. Complice "Iris" o canali simili, quasi sempre ad offrir cinema decente. Stavolta la serata è stata ancora più completa, con documentario prima e film dopo. Il fatto: durante le olimpiadi del 1972 a Monaco, il 5 settembre, un gruppo armato palestinese, legato all'organizzazione Settembre Nero, sequestra ed uccide 11 atleti israeliani. Da qui la vendetta del Mossad, alla chetichella come ogni servizio segreto che si rispetti, in giro per l'Europa. "Munich", del 2005, al di là della materia trattata (il soggetto rielabora un libro inchiesta): pessima scrittura, recitazione grezza, accozzaglia hollywoodiana davanti alla quale è una fatica arrivare in fondo alle quasi 3 ore. Strano per un maestro dell'entertainment.

Natura viva in cornice dorata

Agosto di letture, il cinema scivola, il Cinerofum crolla. Proviamo a tapullare quest'estate di ben poca pellicola. Nei pressi del ferragosto, classico televisivo, fu trasmesso "Lo squalo" di Steven Spielberg. Del 1975, terzo lungometraggio del regista, uno dei film più celebri di sempre, grazie all'accattivante veste d'avventurosa lotta per la vita, all'ottimo ritmo, senza note inutili, ai personaggi ottimamente caratterizzati e al marketing azzeccato. Volet o nolet, la storia del cinema.

Oltre una frontiera nessuna civiltà

Fine luglio di commedia italiana. Mezz'estate da "100 da salvare". Un altro milanese, questa volta classe 1922, sondò con acume e delicatezza gli intimi gorghi ed abissi degli italiani del post boom, disillusi, frustrati, tenaci come ogni uomo. "Pane e cioccolata" (1974), quinto film di Franco Brusati, scomparso nel 1993, narra d'un italiano emigrato in Svizzera. Per lavoro, e qualcos'altro. Non v'è altra strada se non stai al gioco (e non sei giocatore di classe).
Visto in Sala Valéry in omaggio ai ragazzi del Laboratorio Bellamy, che propongono cinema nei caruggi di Zena.

Svizzero? No, è Stato

La settimana scorsa, nella Sala-che-sapete, è tornato Marco Ferreri (1928-1997), il regista milanese che inzaccherò senza indugio il palcoscenico di una società borghese luminosa e famelica quanto vuota e brancolante. "L'udienza", del 1971, oltre a ciò, è un piccolo gioiello di delicatezza, ode ai tanti piccoli uomini dinanzi ad assurdi giganti. Lo sgomento del protagonista, Enzo Jannacci calzante nella sua mimica unica, al cospetto di una Chiesa che pare ben comprendere e condividere i mezzi dello Stato: burocrazia alienante, retorica ammaliante e repressione braccante.

...portano a Tebe

Dopo l'interruzione causata dalla notte passata nell'attico dei Mignoidi (uscir d'ufficio e manco dover tornare a casa...e che ombrina! Grazie), ligio alle responsabilità verso la Sala Valéry, l'ho raggiunta con un altro Pier Paolo Pasolini in mano. "Edipo Re" trasposizione della tragedia sofoclea, scritta e diretta nel 1967, perlustra l'elementare senso di colpa che ogni individuo porta con sé. Ancor più in società capitalistiche. A fortiori tra gli affamati. Quindi sì, inevitabili riferimenti autobiografici. Universali.

Giustizia nei cieli

La Santa Sala (Valéry), ieri sera, ha sparso sacre parole su me e il mio divano. Verba per una sincera adesione a dio, scevra di vanità, per un'autentica redenzione, priva di opportunismo. "Il Vangelo secondo Matteo", scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini nel 1964, fedele al testo omonimo, ribadisce l'affascinante idea di un Gesù Cristo umile tra gli umili. Peccato che i postumi suoi rappresentanti e delegati, da veri "scribi e farisei ipocriti", abbiano lavorato per millenni in senso opposto; poiché, vedendo questa solenne rappresentazione di un figlio di dio coerente e rabbioso, interpretato da un sindacalista antifranchista, stavo quasi per credere. Ad ogni modo, mise-en-scène di grand'effetto, tra volti caricati e sinfonie glorificanti. Da vedere.

"Lettera affettuosa di scherno..."

E basterebbe la panoramica iniziale, sulla spiaggia punteggiata da brandelli di giornale e carcasse di barche. Ma no, complici la scrittura magica che permette di seguire tutti i balzi ed i cinguettii della sognante protagonista ed una regia sensibile che la scruterà con delicatezza, da una sequenza indimenticabile si passerà ad un'altra ch'è un gioiello. "Io la conoscevo bene", scritta e diretta nel 1965 da Antonio Pietrangeli, è una pellicola di rara intensità sulla solitudine femminile, intrinseca alla società del consumo e dello spettacolo.

Vite bugiarde

La millecinquecentesima è stata d'argento. Prosegue l'andamento positivo nelle "nostre" sale: Elena pare fidarsi maggiormente del grande schermo e del proprio giudizio. Inoltre, memori delle positive impressioni sul precedente lavoro di Pablo Trapero: con nonchalance verso l'"Ariston". "Il segreto di una famiglia" (2018, t.o. "La Quietud") è ancora meglio del precedente; una discesa agli inferi delle nostre menzogne ed ipocrisie. Società ed individuo s'accusano reciprocamente, di chi la colpa di tanto obbrobrio?

Maschere di sé

Come promesso, caro Cinerofum, non perdo tempo e corro appresso al gabbiano di celluloide. Difatti, qualche lunedì fa, ho acchiappato il penultimo lavoro di Xavier Dolan: "La mia vita con John F. Donovan" (2018). Più gioia che cruccio per il sottoscritto, non comprendo appieno le critiche mosse al trentenne regista canadese per questa pellicola che, per contenuti e forme, è una sorta di suo manifesto. Cinema pop ricercato, veste patinata per assordanti crescendo emotivi: anche stavolta fedele alla sua poetica. Prova di grande efficacia, con attori pronti a questa logorante spedizione nell'intimo dei loro personaggi.

United States of Reality

Innanzitutto scusa Cinerofum. Giugno vergognoso, cercheremo di rialzare la testa, ché il cinema ha pazienza, ma non celluloide infinita. Debbo ancora parlare di un documentario visto, in due serate da due ore, con Elena in sala Valéry: "Quando si ruppero gli argini" (s.t. "Requiem in quattro atti"), scritto e diretto da Spike Lee nel 2006, un anno dopo che l'uragano Katrina travolse gli Stati Uniti affacciati sul Golfo del Messico, è un grido di rabbia la cui eco non dovrebbe esaurirsi.

Mica facile

Una ventina di giorni fa, altra dumenega scombinata. Di ritorno da Città di Castello (auguri Rouch e Giulia!), Elena prova a raddrizzarla con un cinema. Alla lunga ha capito che un film può risolvere tutto. Non solo, ha pure capito dove rivolgersi. La seguo fiducioso, quasi più di lei, verso la minuscola "Film club", dove una pellicola svizzera annuncia adolescenti in crisi. "Blue my mind", scritta e diretta nel 2017 da Lisa Brühlmann, zurighese classe 1981, è anche qualcosa di più. Storia originale e coraggiosa, convoca tutto il potenziale del surreale per rappresentare l'intrinseca inadeguatezza ed il senso d'orrore che accompagna la pubertà.

Dependencia de retorica

Sabato scorso, un po' scomposto, mi sono diretto solo soletto verso l'"Ariston". Dopo un siparietto incommentabile con una signora molto più scomposta di me (ride e ride), entro in sala dove mi attende l'ultima opera di Pedro Almodóvar: "Dolor y gloria", mellifluo quanto melenso, è un'astuta carrellata della memoria che, nelle pretese del regista dovrebbe consacrarlo tra i grandi. Ahimé, come suoi illustri colleghi, lo schianto sulla vetrina allestita è fragoroso, perché una centrifuga glamour, con zenzero, ricordo e passione, non è sufficiente.

Lo stato uccide ogni giorno

Le sale cinematografiche non esplodono di titoloni. Ma Elena vuole uscire a tutti i costi. Quindi, anche in vista di una chiacchiera col prof. Sini, che di questa opera ha apprezzato l'affresco sociopolitico, ieri è stata la volta del "Sivori", con un film italiano: "Il traditore", ultimo lavoro di Marco Bellocchio, narra della redenzione giudiziaria di Tommaso Buscetta (1928 - 2000), membro di Cosa Nostra ai tempi del cozzo tra vecchia mafia palermitana e giovani leve corleonesi. Ricostruzione di due ore e mezza che scorrono veloci, più che per la bellezza delle immagini, per la rilevanza della vicenda negli sporchi e frequenti intrecci tra Stato e Mafia. Come fossero cose distinte.

Diablo rubio

Prima che finisse questo maggio gelido, avrei voluto scrivere ancora tre lettere sul bizzarro film argentino visto giovedì scorso. Film psicopatico. Come il suo protagonista, quel Robledo Puch (Buenos Aires 1952), passato alle cronache come l'"Angelo della morte", tanto ben tracciato in volto, quanto mal conciato in testa. Il soggetto si presta, il regista bonairense classe 1980 Luis Ortega non lo spreca. "L'angelo del crimine", del 2018, colpisce forte quando c'è un cranio da bucare, si fa più placido, senza perdere d'efficacia, quando s'addentra nella contorta intimità e complessa sessualità del giovane biondo, interpretato efficacemente dal rapper argentino, classe 1998, Kiddo Toto.