La settimana scorsa, nella Sala-che-sapete, è tornato Marco Ferreri (1928-1997), il regista milanese che inzaccherò senza indugio il palcoscenico di una società borghese luminosa e famelica quanto vuota e brancolante. "L'udienza", del 1971, oltre a ciò, è un piccolo gioiello di delicatezza, ode ai tanti piccoli uomini dinanzi ad assurdi giganti. Lo sgomento del protagonista, Enzo Jannacci calzante nella sua mimica unica, al cospetto di una Chiesa che pare ben comprendere e condividere i mezzi dello Stato: burocrazia alienante, retorica ammaliante e repressione braccante.
...portano a Tebe
Dopo l'interruzione causata dalla notte passata nell'attico dei Mignoidi (uscir d'ufficio e manco dover tornare a casa...e che ombrina! Grazie), ligio alle responsabilità verso la Sala Valéry, l'ho raggiunta con un altro Pier Paolo Pasolini in mano. "Edipo Re" trasposizione della tragedia sofoclea, scritta e diretta nel 1967, perlustra l'elementare senso di colpa che ogni individuo porta con sé. Ancor più in società capitalistiche. A fortiori tra gli affamati. Quindi sì, inevitabili riferimenti autobiografici. Universali.
Giustizia nei cieli
La Santa Sala (Valéry), ieri sera, ha sparso sacre parole su me e il mio divano. Verba per una sincera adesione a dio, scevra di vanità, per un'autentica redenzione, priva di opportunismo. "Il Vangelo secondo Matteo", scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini nel 1964, fedele al testo omonimo, ribadisce l'affascinante idea di un Gesù Cristo umile tra gli umili. Peccato che i postumi suoi rappresentanti e delegati, da veri "scribi e farisei ipocriti", abbiano lavorato per millenni in senso opposto; poiché, vedendo questa solenne rappresentazione di un figlio di dio coerente e rabbioso, interpretato da un sindacalista antifranchista, stavo quasi per credere. Ad ogni modo, mise-en-scène di grand'effetto, tra volti caricati e sinfonie glorificanti. Da vedere.
"Lettera affettuosa di scherno..."
E basterebbe la panoramica iniziale, sulla spiaggia punteggiata da brandelli di giornale e carcasse di barche. Ma no, complici la scrittura magica che permette di seguire tutti i balzi ed i cinguettii della sognante protagonista ed una regia sensibile che la scruterà con delicatezza, da una sequenza indimenticabile si passerà ad un'altra ch'è un gioiello. "Io la conoscevo bene", scritta e diretta nel 1965 da Antonio Pietrangeli, è una pellicola di rara intensità sulla solitudine femminile, intrinseca alla società del consumo e dello spettacolo.
Vite bugiarde
La millecinquecentesima è stata d'argento. Prosegue l'andamento positivo nelle "nostre" sale: Elena pare fidarsi maggiormente del grande schermo e del proprio giudizio. Inoltre, memori delle positive impressioni sul precedente lavoro di Pablo Trapero: con nonchalance verso l'"Ariston". "Il segreto di una famiglia" (2018, t.o. "La Quietud") è ancora meglio del precedente; una discesa agli inferi delle nostre menzogne ed ipocrisie. Società ed individuo s'accusano reciprocamente, di chi la colpa di tanto obbrobrio?
Maschere di sé
Come promesso, caro Cinerofum, non perdo tempo e corro appresso al gabbiano di celluloide. Difatti, qualche lunedì fa, ho acchiappato il penultimo lavoro di Xavier Dolan: "La mia vita con John F. Donovan" (2018). Più gioia che cruccio per il sottoscritto, non comprendo appieno le critiche mosse al trentenne regista canadese per questa pellicola che, per contenuti e forme, è una sorta di suo manifesto. Cinema pop ricercato, veste patinata per assordanti crescendo emotivi: anche stavolta fedele alla sua poetica. Prova di grande efficacia, con attori pronti a questa logorante spedizione nell'intimo dei loro personaggi.
United States of Reality
Innanzitutto scusa Cinerofum. Giugno vergognoso, cercheremo di rialzare la testa, ché il cinema ha pazienza, ma non celluloide infinita. Debbo ancora parlare di un documentario visto, in due serate da due ore, con Elena in sala Valéry: "Quando si ruppero gli argini" (s.t. "Requiem in quattro atti"), scritto e diretto da Spike Lee nel 2006, un anno dopo che l'uragano Katrina travolse gli Stati Uniti affacciati sul Golfo del Messico, è un grido di rabbia la cui eco non dovrebbe esaurirsi.
Mica facile
Una ventina di giorni fa, altra dumenega scombinata. Di ritorno da Città di Castello (auguri Rouch e Giulia!), Elena prova a raddrizzarla con un cinema. Alla lunga ha capito che un film può risolvere tutto. Non solo, ha pure capito dove rivolgersi. La seguo fiducioso, quasi più di lei, verso la minuscola "Film club", dove una pellicola svizzera annuncia adolescenti in crisi. "Blue my mind", scritta e diretta nel 2017 da Lisa Brühlmann, zurighese classe 1981, è anche qualcosa di più. Storia originale e coraggiosa, convoca tutto il potenziale del surreale per rappresentare l'intrinseca inadeguatezza ed il senso d'orrore che accompagna la pubertà.
Dependencia de retorica
Sabato scorso, un po' scomposto, mi sono diretto solo soletto verso l'"Ariston". Dopo un siparietto incommentabile con una signora molto più scomposta di me (ride e ride), entro in sala dove mi attende l'ultima opera di Pedro Almodóvar: "Dolor y gloria", mellifluo quanto melenso, è un'astuta carrellata della memoria che, nelle pretese del regista dovrebbe consacrarlo tra i grandi. Ahimé, come suoi illustri colleghi, lo schianto sulla vetrina allestita è fragoroso, perché una centrifuga glamour, con zenzero, ricordo e passione, non è sufficiente.
Lo stato uccide ogni giorno
Le sale cinematografiche non esplodono di titoloni. Ma Elena vuole uscire a tutti i costi. Quindi, anche in vista di una chiacchiera col prof. Sini, che di questa opera ha apprezzato l'affresco sociopolitico, ieri è stata la volta del "Sivori", con un film italiano: "Il traditore", ultimo lavoro di Marco Bellocchio, narra della redenzione giudiziaria di Tommaso Buscetta (1928 - 2000), membro di Cosa Nostra ai tempi del cozzo tra vecchia mafia palermitana e giovani leve corleonesi. Ricostruzione di due ore e mezza che scorrono veloci, più che per la bellezza delle immagini, per la rilevanza della vicenda negli sporchi e frequenti intrecci tra Stato e Mafia. Come fossero cose distinte.
Diablo rubio
Prima che finisse questo maggio gelido, avrei voluto scrivere ancora tre lettere sul bizzarro film argentino visto giovedì scorso. Film psicopatico. Come il suo protagonista, quel Robledo Puch (Buenos Aires 1952), passato alle cronache come l'"Angelo della morte", tanto ben tracciato in volto, quanto mal conciato in testa. Il soggetto si presta, il regista bonairense classe 1980 Luis Ortega non lo spreca. "L'angelo del crimine", del 2018, colpisce forte quando c'è un cranio da bucare, si fa più placido, senza perdere d'efficacia, quando s'addentra nella contorta intimità e complessa sessualità del giovane biondo, interpretato efficacemente dal rapper argentino, classe 1998, Kiddo Toto.
Clinica di classe
Dopo aver bazzicato le sale cinematografiche di un inverno-primavera tutto sommato fruttifero di pellicole degne, è giunto per il 'Rofum il momento di mettersi gli occhiali, prendere penna e studiare. La sala Valéry è la migliore compagna di studio della Liguria, per cui è a lei che, una decina di giorni or sono, ho consegnato "L'anno scorso a Marienbad". Secondo lungometraggio di Alain Resnais, viene citato come uno dei film più pesanti (e pensati) della storia della "Settima". Lo faccio pure io, riconoscendovi la potenza creativa, la rivoluzione espressiva e la sensibilità cinematografica dell'acclamato autore bretone, scomparso nel 2014. Leone d'oro 1961.
Niente ravioli al vapore
Qualche settimana fa nelle sale comparve un film cinese del 2018, "I figli del fiume giallo". Dalla locandina ammiccante, coi colori e sguardi alla "Pulp", mi aspettavo il classico sulla Triade, ed invece sarà una panoramica sociale rosanera sulla Cina che è. Scritta e diretta da Jia Zhangke, l'ambiziosa pellicola, non esente da scuciture, mostra il coraggio dell'autore di sondare un cinema diverso: che pur nei canoni dei film di malavita, racconti una Cina più vera.
Su e giù e ritorno
Jacques Audiard era al cinema, fino alla settimana scorsa. Il Cinerofum s'è quindi arrampicato sino alla spaziosa Sala 1 del "Sivori", memore dell'ultimo coinvolgente e scattante lavoro del regista parigino. Ha fatto bene: "I fratelli Sisters", Leone d'argento a Venezia 2018, mostra un'altra opera compatta, attenta, la cui appagante scrittura necessitava solo di due ottimi interpreti, come in questo caso. Davanti a questi schermi, si sta bene.
Road to Stereotypy
Se Elena ed io abbiamo atteso tanto un motivo c'era (oltre al boicottaggio del vorace "Corallo", che se l'è tenuto in pancia per mesi). La ragione è che da un film hollywoodiano diretto dal primo scemo più scemo che passa, per di più trionfatore agli Oscar, non ci si può aspettare che giunga nulla più che da "Green book" (2018): distillato di retorica a 99°, brucia occhi e spirito, condannandoti ad una striscia di stereotipi, che poi è la stessa offerta da qualunque mass-media. Diretto da Peter Farrelly. Amen.
Sempre deliri laggiù
Lunedì scorso mi son diretto verso un palestinese. Un film, intendo. Da quella terra martoriata giungono quasi sempre gemme estratte dal dolore o, come in questo caso, da un'ironia che possa anestetizzare, senza ottenebrare l'intelletto (anzi). "Tutti pazzi a Tel Aviv" (t.o. "Tel Aviv on fire"), diretto nel 2018 dal regista palestinese classe 1975, Sameh Zoabi, sceglie quest'ultima strada, danzandovi senza inciampi, ribadendo financo la distanza abissale che separa gli individui dai poteri (quando non estraggono le armi, o i portafogli). Il quadro non è edificante, ma è doveroso sostarvi dinanzi un attimo in più.
Aziende Supporto Locale
Sempre la scorsa settimana, mi sono diretto verso il "City" perché ormai c'è fiducia. Per le proposte del circuito cineclub genovese e per un cinema, quello francese, spesso in grado di sondare il sociale meglio...del nostro. Fiducia tradita, poiché "Le invisibili", diretto nel 2018 dal regista francese, classe 1983, Louis-Julien Petit, mi ha irritato dall'inizio alla fine, vuoi per la recitazione approssimativa (con buona pace del non-professionismo), vuoi per una retorica assistenzialista criminale, qui come altrove spacciata per solidarietà.
NO BORDERS NO NATIONS...
Settimana scorsa, chi sa quando, ero andato a vedere un film cipriota del 2018. Un po' perché inseguo film da paesi improbabili (cinematograficamente), un po' perché il nullaosta di Marigrade rende tutto più sereno. "Torna a casa Jimi!" (t.o. "Smuggling Hendrix"), scritto e diretto da Marios Piperides, nicosiano classe 75, che ha tradotto da lettera in celluloide un suo omonimo romanzo, ha il dono delle ottime commedie, quella leggerezza che permette di sopportare lo (e riflettere sullo) sfacelo sociale che, in primissimo piano, fa da scenografia al racconto.
Memoria di lotta
Scriviamo tre lettere sul film visto ieri sera, da Elena e me, nella minuscola sala Film Club del "Sivori". La pellicola, invero assai poco celluloide, trattandosi di un misto animazione-documentario, ronzava da un po' nelle sale palpabili. E' stato un bene recuperarla perché la storia che vi si narra è una di quelle da non dimenticare. Ryszard Kapuściński (1932-2007), giornalista scrittore polacco, fu reporter nella guerra civile angolana (1975), si spinse agli estremi per la verità, gesto sempre più raro. E ne trasse un racconto vero ed efficace. Quindi ai due registi, Damian Nenow, polacco classe 83 (formatosi a Lodz) all'animazione, lo spagnolo classe 1974 Raúl de la Fuente al "reale" (ed al montaggio), il merito di aver seguito le orme del tenace e coraggioso protagonista, realizzando questa trasposizione, nel riportare alla memoria volti e fatti, esempi di lotta per ideali di giustizia e di sfruttamento senza vergogna. Non bastasse, "Ancora un giorno" (2018) è un film emozionante.
La realtà che ci circonda
Lo scorso mese, nelle sale, è transitato uno dei titoli che impreziosisce da solo una stagione. A tal proposito, è giusto scrivere che qualcosa pare muoversi, i film stranieri di buona qualità distribuiti anche da noi si susseguono. In questo caso, un film libanese di estrema intensità: "Cafarnao" (sottotitolo italiano "Caso e miracoli"), scritto e diretto nel 2018 da Nadine Labaki, attrice qui al 3° cimento registico. Col gusto neorealistico per le innocenze tradite di bambini dimenticati, un logorante percorso nel nostro infernale pianeta.
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