Esercito rancore

Mesi fa m'imbattei in un western classico difficilmente criticabile. "Assalto finale" (t.o. "A time for killing"), del 1967, diretto a due mani dagli statunitensi Phil Karlson e nonaccreditato Roger Corman, è un robusto palco di rabbia e dolore. Quando, e dove, la violenza pare l'unico momento.

Drutta Storia

Riprendiamo il discorso, iniziato un semestre fa, riguardante Artavazd Pelešjan, il regista armeno classe 1938, teorico del montaggio a distanza, che i due Santi Simone e Pietro ci presentarono. Due opere mute, "corto" e "documentario", a distanza di dodici anni, indicano la precipitosa corsa (fuga!) con cui gli "Abitanti" ("Obitateli", 1970) del nostro delicato e spaventato pianeta hanno caratterizzato "Il nostro secolo" ("Mer dare", 1982) Ventesimo.

Vagar m'è amaro

Non chiedetemi come Edward Yang (1947-2007) sia finito nella "Valéry". Elena ed io vagavamo nella Sala, quando trovammo questo raffinato esponente del cosiddetto "New Taiwan Cinema Movement" (1982-1986). Buona sorte, ché "Taipei story" (1985, t.o. "Qing mei zhu ma"), pure nelle sue pesanti movenze antonioniane (gné gné), ha dalla sua una firma con cui non scherzare.

MC-Types

Tutto
parte da un DVD del propositivo Danielino. Un suo parere negativo, una classificazione preoccupante ("film TV"), la consapevolezza che la promettente firma newyorkese non sia immune da scivoloni pregni di retorica mal interpretata, mi pongono in allerta. Eppure, il 19° lavoro di Spike Lee si smarca dai malriusciti. "Sucker Free City", del 2004, "è stato pensato e girato cinematograficamente" e poggia su un soggetto, scritto dall'allora ventottenne Alex Tse, imperniato su conflitti interetnici e gentrificazione, realistico quanto avvilente.

Con le palle

La sorpresa di oggi è stata George Sherman (1908-1991). Questo newyorkese fu davvero un "grande e prolifico artigiano del western", almeno per quanto visto in "Una storia del West" (t.o. "The Last of the Fast Guns"), del 1958. Un'investigazione da bollino verde, ma avvincente e ben girata.

Non toccare

Tra i "Documentari" di quel lontano Trieste Film Festival 2021 (!), stava anche "Chiodi nel mio cervello" (2020), sonata triste in malinconia maggiore del già incontrato Hilal Baydarov. Il regista azero, classe 1987, riflette su se stesso, attraverso le gocce dei ricordi. Stillicidio dell'anima.

Joe te le ta

La terza volta con Sydney Pollack fu in occasione di "Joe Bass l'implacabile" (1968, t.o. "The Scalphunters"). Il cipiglio del versatile autore statunitense al servizio del western impegnato, ma non troppo.

Riderà

Uhhh! Tornato Walter Hill. Quanto tempo. Nel 1982, il regista di Long Beach (1942) diresse uno dei buddy movie più celebri: "48 ore", con Nick Nolte e l'esordiente Eddie Murphy, due nomi, una lunga risata.

Gioiello tempo

Se i cinema, che hai foraggiato indefesso, ti chiudono in faccia dimostrando quanto siano pregni di cultura (la loro), puoi farti una risata e volgerti al Cinema. Come se nelle sale vi fosse di meglio d'un Vittorio De Sica: "Ieri, oggi, domani" (1963), varie sfumature di donna, di Donna Sophia, sempre mozzafiato, sovente strappacuore, in Techniscope.

Classici vecchi

Benvenuto a John Sturges (1910-1992). Il Cinerofum incontra il regista statunitense con appresso la sua bobina più celebre, "I magnifici sette", del 1960. Il western ben piantato negli schemi classici, e logori. A rivederlo oggi, questo rifacimento USA dei Samurai in egual numero, per il genere più in voga pare l'ultimo passo indietro.

La pena sì

E' la quarta volta che incontriamo Sydney Pollack. Il regista di Lafayette, Indiana, nel 1972 realizzò il suo secondo western, dove la "sua" New Hollywood brillò di più, tesa a spezzare, per via di un trapper leggendario, le catene che imprigionavano tanti dei canovacci classici. "Corvo rosso non avrai il mio scalpo!" (olè, como una produçion italo-espagnola!), titolo originale "Jeremiah Johnson", narra proprio di quest'uomo solo delle montagne, tra lupi e pellirosse. Era lui l'intruso.

Libertà in testa

E poi è stata la volta di "Fuga da Alcatraz", del 1979. Donald "Don" Siegel col talismano Eastwood, per un'evasione impossibile, se non vi si pensa. Contro ogni sistema carcerario, senza tante parole, un obbiettivo fisso in testa.

Avventure diverse

Il cinema è anche questo. Imprevisto e sorpresa. Lo scorso venerdì sera era scattata la proiezione, la mia proposta salta, per sottotitoli invisibili, quindi il caso s'è bendato e ha infilato la mano. Estraendo "Gli argonauti" (t.o. "Jason and the Argonauts"), del 1963, diretto dall'inglese Donald "Don" Chaffey (1917-1990): regista che non è sulle "bibbie" del cinema.  Qui l'inatteso. La sorpresa è conseguente, dal ritmo e dagli effetti speciali di questo peplum degli anni '60 del XX° secolo, che ancora affascina come una succosa pellicola matura.

Procadere

Nella sezione "Independent Korea", all'ultimo bla-bla di Firenze, v'era anche "Io non mi licenzio", del 2021, di Lee Tae-gyeom, semiesordiente classe 1971. Pellicola di rivalsa femminile, un po' commedia, un po' appassionata, in linea con gli altri film visti: fa il suo, seguendo con cura le gesta di questa cenerentola dei tralicci, tra tristi nani; senza alzarsi oltre le antenne.

Too Hard to

Nella sezione "Retrospettiva (mi tocco) a Moon So-ri" (sì lo sapete, al "Festival del cinema coreano a Firenze"), è stato presentato anche "Tre sorelle", del 2021 (!), del regista sudcoreano, classe 1980, Lee Seung-won. Pellicola che punta sul climax familiare fortificante e liberatorio. Sale sale, e fa male.

Falce d'acciaio

Toh, Django. Incazzato Hill, al grido di "Preparati la bara!", becchino senza cappio né collo, atroce vendetta per una moglie persa in modo sciocco. Il cavese Ferdinando Baldi (1927-2007), nel 1968 filmò tutto senza scomporsi. "Viva Django".

FREE

In vista d'un rassegna, tra amici, conclusiva della filmografia del grande Kim Ki-duk, vien fotta di scrivere delle sue opere, inimitabili, sontuose sonate dal basso. Mesi fa, al Florence Korean FF, è stata la volta di "Indirizzo sconosciuto" (t.o: "Suchwiin bulmyeong"), del 2001: Elena ed io presenti nella Valéry. Inizia a pesare, scrivere di quest'autore. Angoscia a colori ammalianti, violenza che accarezza e poi lividi. D'amore, di rabbia.

Sabàta na cueca coça aqui, coça lá

Abbiamo già incontrato Sabata, quello di Frank Kramer. Lo scaltro pistolero, esperto di balistica ed effetti speciali, si presentò al grande pubblico nel 1969, avvisando tutti: "Ehi amico...c'è Sabàta. Hai chiuso!". Gianfranco Parolini, il suddetto Kramer, e i suoi collaboratori erano in forma smagliante.

Adulti infanti

Il Festival del cinema coreano di Firenze ne ha raccontate tante altre. Tra cui "Più che famiglia" (2020), buon esordio della regista Choi Ha-na, classe 1992 di Taegu. Nella sezione "Independent Korea": recherche e revenche, a maniche rimboccate, d'una ragazza annoiata e determinata, tra parenti buffi e amici di più.

Sei più sei

Di necessità, ragù; motivo per cui mi trovo davanti l'ennesimo spaghetti western. Ma non è l'ennesimo e forse nemmeno pastificato. "I lunghi giorni della vendetta", del 1967, ha un carattere differente. Quello Del regista? Vedremo. Resta il sesto lungometraggio del ferrarese Florestano Vancini (1926-2008), alias Stan Vance, dove i soprusi prepotenti meritano, e ricevono, stessa moneta.