Per qualche voto in più

Fernando Di Leo ormai non li tenne più. Nel 1974, Adorf passò il testimone a Silva, che tracciò sullo schermo, bazooka sberle silenziatori, la curva di un'ascesa criminale e democratica. Statale. "Il Boss". Col Ministro. Et voila le milieu.

Figli Cannibale

"Recuperato" l'esordio di Jean-Pierre Jeunet (si-fa-per, era l'anno scorso), colgonsi originalità e focus delle sue mosse artistiche, come la loro fissità. "Delicatessen", del 1991, codiretto col nantese classe 1956 Marc Caro, è una grottesca satira sociale, distopia ben aggrappata al reale, perciò graffiante smussata. Quasi che il top (piani alti) sia capire tutto e per tutti averne. Tra incudine e cartello, l'amore.

Luca. Navigli

Fernando Di Leo torna presto. In sala "Valéry". Nello stesso anno (?) il guerriero Mario Adorf, da protagonista, si riprende la scena. Al secondo isolato del gagliardo milieu allestito dal regista pugliese, c'è Luca Canali, magnaccia dal cuore morbido, che accarezza gatti e minorenni: pure lui nel tetanico ingranaggio. "La mala ordina", 1972.

Bulls Brothers

Tra le vallate del Texas mi sono imbattuto in un regista travolto e relegato dal maccartismo. Quale motivo più valido per tirare Edward Dmytryk nel mezzo della Valéry? Il regista canadese di origini ucraine, che si fece da solo, non s'è certo presentato col suo file migliore. Perso nella squilibrata verbosità, sacrosanto disgusto, "Alvarez Kelly" (1966) non può che lasciar campo aperto alle bestie, meno idiote dei militari e disumane degli uomini.

Piazza Chino Rocco

Rivisto ieri, ché Elena doveva toccare con. "Milano calibro 9" è un filmone del 1972 di Fernando Di Leo. Già incontrato sul 'Rofum col discusso scabroso di ventenni, il regista pugliese ribadisce la lucida e secca, resa incandescente, visione della società; con una pellicola cresciuta cult, milano rock progressiva che tira pugni e svuota il caricatore. La spirale allucinatoria trafigge la tempia.

Anzi che ava

11 giorni con Mario Bava. 10 e mezzo, va'. Ve lo consiglio. L'autore colorrorifico (dai su...), docente anti-cattedra di Estetica della Paura, nel 1975, vide senza volere il proprio nome legato al titolo "La casa dell'esorcismo", del "suo" produttore Alfredo Leone. Il film, quindi, è "directed by Mickey Lion", che, dopo tre anni, ripossessò sia Lisa sia il diavolo.

Whotel Rosso

Faticosamente su per la Clint Eastwood avenue. Nel 1971, altro antieroe solitario e tenebroso. "Lo straniero senza nome" (t.o. "High plains drifter"). E' il più duro, non v'è dubbio. Stavolta, ad accoglierci, almeno una scenografia rosso fuoco che fa dimenticare "il resto".

Dipende...

Se una commedia di Mario Bava "rischia" di trapassare il cuore, esattamente come le perle terribili del mare che gli è consono, si mette in luce, se ancora ve ne fosse, la versatilità del regista sanremese. Mastro lambiccatore di generi, in "Quante volte...quella notte" (ancora 1971) solletica con un mnemonico gioco di viste, "Cubo di Kuro" in cui l'apparenza si scatena.

Requiem per il Passato

Appena regalato al Prof. e chiacchierato con Simone, sì faccio viceversa, ho anche guardato "Lo specchio" (1975), di Andrej Tarkovskij. Pellicola pilastro, un lungo intenso doloroso ricordo. Volgersi al passato, è parlare coi morti.

No gentrification

Era il 1972 quando Mario Bava realizzò "Gli orrori del castello di Norimberga" (t.o. "Baron Blood"). Una data come tante, per un film come pochi. "Directed by" un autore il cui nome, assieme a quello dei fidi collaboratori, dovrebbe echeggiare. E lo fa, sentite?

E Flachi, l'hai mai visto?

Balza in testa alla coda, il film, appena visto, di Abbas Kiarostami. Perché vien facile sbrigliar pensiero e parole sulle dolci note, in immagini, del regista iraniano: "Il sapore della ciliegia" (1997, Palma d'oro). En plain air, su strade ausiliarie: un landrover di dolore, lungo le curve periferiche della vita.

Volante Sacro

Altro Mario Bava, altro horror gourmet. "Reazione a catena", del 1971, per oscuro sottotitolo "Ecologia del delitto", che rivela più di mille squarci, è un caleidoscopico vortice d'assassinio. Troppa rabbia nell'aria, si condensa in rosso.

Arcistufi

Continua il Trieste Film Festival, attento e presente. In concorso, anche una buona pellicola bulgara su xenofobia e razzismo. Tema sempre urgente. Quella dei migranti, emergenza permanente e inestricabile delle democrature. "Paura" (2020), scritto e diretto da Ivaylo Hristov, sofiese classe 1955 (non nuovo all'argomento), avanza sprezzante, a testa alta, fucile in mano se, sino al calore al centro della gelo.

Eva tra i dollari

Balzo mascherato in avanti e siamo al 1968, quando Mario Bava si dilettò con "Diabolik" (t.o. "Danger: Diabolik"). L'artista ligustico, che ve lo dico a, nei colori e architetture del fumetto delle sorelle milanesi Giussani, trova la terra permessa, dove sbrigliare la propria arte, manuale, creativa; ironica giallonera.

Rabbia muta

Riprendo il "Trieste Film". Le pellicole in concorso proseguono lungo il sentiero irto di dolore e carico di rabbia. "Padre", serba del 2020 scritta e diretta da Srdan Golubović (1972), ha convinto sia Elena sia me: rassegna lucida, proprio perché disperata, sulle nostre gloriose Istituzioni. Reale triste.

I colori del ruolo

Facciamo un salto indietro, che poi rimane "in avanti", a braccetto con Mario Bava. Siamo nel 1961 ed esce "Ercole al centro della terra", peplum che non necessita di presentazioni. Suggestioni...una mitologia resa concreta ed avvincente da un narratore tutto da ascoltare.

L'oro di Maria

Seconda volta che il 'Rofum s'imbatte in Umberto Lenzi; di nuovo, uno "Spaghetti Western" che è un piacere guardare. Perché "Tutto per tutto", del 1968, ha intensità nel ritmo e nelle immagini; senza dimenticare, ancora, la fratricida lotta nella Città dell'Uomo.

NOOOOOOOO!

NOOOOOOOOOOOO! Cioè, sì, o meglio, "Mario Bava". "Operazione paura", del 1966 (t.i. "Kill, Baby, Kill!"...), ti mette all'angolo e comincia a pregare che so' cazzi. Paura. Niente di meno. Molto di più. Come vedete, lo spavento può dare assuefazione.

Futuro ricordo

Non aveva senso continuare a parlare della prima perla raccolta di Chris Marker; ne ha molto, invece, esplorare la sua filmografia. E' ancora causa Simone, che "Sans soleil", del 1983, giunse ad impreziosire il Cinerofum. Cinema in versi. Liriche sostanziose (colla mano che stringe in basso, indicando "ciccia"), meravigliose. Non solo. Docusperimentale che scuote mezzo e destinatario. Su su, guardare, che siamo in ritardo.

Respect, Ator

Arrampicandosi per la filmografia di Mario Bava, ci si imbatte, lapide 1966, ne "I coltelli del vendicatore". "Directed by John Old", non cambiano solfa (terrifica ossessiva), né sostanza (plasmatica). Cupi forsennati eroi del Nord, soffiano come il vento, si posano in cenere.