Inizio della fine

Qualche settimana fa, prima che la malasanità ci obbligasse a casa, in sala Valéry, "Il principio dell'incertezza" (2002), di Manoel De Oliveira. Il regista portoghese nel 2002 allestì una pièce d'alto bordo, pervasa di gioiosa malinconica poesia: la calma del cinema, il cinema della calma. Stupende seghe profondamente borghesi su vuoto e società, che son la stessa cosa.

Ehm, sì, libertà, ma, però

Se può fermare il luogo, il covid-77 non può fermare l'idea. Il Cinema se ne sbatte dei decreti alla sinfasò e resiste. I supporti a disposizione per sminchiarsi anima e cervello sono superconnessi (c'è chi sbava come Homer a sentir "5G", manco fosse il punto da raggiungere...tetragono: "ahhhh"), ma rifuggo la pappa servita e reinvito, in sala Valéry, quel compagnone di Ken Loach. L'ottuagenario regista della working class si presenta imbarazzato orgoglioso, con in mano la sua prima Palma d'oro, vinta nel 2006. Prego Ken, accomodati, guardiamoci "Il vento che accarezza l'erba". Guerra civile irlandese (1922-23), frammento poco noto, ma duro e pesante, lo stesso che da sempre ostacola la marcia dell'uomo verso l'egualitarismo.

Cenere a Hollywood

Nonostante l'attenzione quarantenaria può capitare di tutto in sala Valéry. Poerdirvi, qualche giorno or sono, tutte le precauzioni non hanno impedito il contagio con "Pretty Woman". Zampini di Elena e delle reti televisive pubbliche, che propinano pressocché annualmente questo ninnolo cinematografico. Diretto dal regista newyorkese Garry Marshall (1934-2016), rende celebre sul grande schermo gambe e bocca dell'allora trentatreenne Julia Roberts e conferma il fascino di Richard Gere (vent'anni di più), senza trascurare alcun cliché.

Non video ergo cago

Non chiedetemi "perché", questo carattere (font) strano, proprio in questi giorni di COVI-19. Bah. Spero si risolva, altrimenti decreti sicurezza tris che vietano di cliccare su qualsiasi "menù a tendina che non sia di comprovata necessità". Comproviamo un po' su "Alien", scritto dallo statunitense Daniel O'Bannon (1946-2009) e diretto, nel 1979, dall'oggi ottantatreenne Ridley Scott. Mai visto prima, causa precoce affettazione, poveretto paga oggi imposte alle stagioni: tutto sto casino per una seppia smarrita? Dimenticando il tempo, un claustrofobico (e confuso) inseguimento al neon, dinanzi al terrore più terribile, poiché ignoto.

Middle complicazioni

E allora iniziamolo, questo marzo di corona-forum, di cine-virus (Bubu, già che ci sei, se riesci, dammi una mano: toccami). A ritroso, come il tempo di sti giorni, partiamo da ieri sera, da un Woody Allen del 2003. "Anything else" è una commedia rosa d'annata, caratterizzata dai dialoghi spumeggianti e i personaggi tannici tipici della zona artistica del regista newyorkese. Accompagnamento musicale in sala Valéry: Billie Hollyday, of course.

Leggera incazzatura

Questa settimana, virus innominabile, sale vuote. Non un rammarico inaffrontabile, nel caso di "Criminali come noi" (t.o., umilmente, "La odisea de los giles", t.inglese "Heroic losers", con la sintesi degli anglosassoni), commedia argentina diretta da Sebastián Borensztein, bonaerense classe 1967. Con la star Ricardo Darín, scorre leggero e ridanciano: filmetto simpatico, che altro dire?

Triade colorata

Settimana scorsa. Film in scia con le opere orientali infiltratesi nelle nostre sale, ultimamente, in barba al virus dei tamarri. Ed è bene che le bobine possano spostarsi come da articolo 13 dei diritti dei loro padroncini umani, poiché "Il lago delle oche selvatiche" (2019) è una bellezza per gli occhi, con ritmo gangster di grande qualità. Da non perdere, questo quarto lungometraggio di Diao Ynan classe 1969, come Elena e io non abbiamo fatto.

Credi male

Osanna oscar, corsa d'oro alle opere di Bong Joon-Ho. Secondo lungometraggio dell'autore sudcoreano, "Memorie di un assassino", del 2003, è un ottimo poliziesco dove, dietro alla solita farsa poliziesca, s'annidano riflessioni fondanti: l'insormontabile distanza tra realtà e apparenza, proporzionata a quella tra libertà e Stato (di polizia). Il taglio ironico e pungente del capellone di Taegu era già arrotato.

Sinfonia Borgata

E qualche giorno fa è stata la volta dei "Brutti, sporchi e cattivi" di Ettore Scola (1976). Più avanzo nella filmografia del regista avellinese più ne apprezzo poetica e mestiere. "Anvedi che scuffia pe' sta pelicola!". Emozionante immersione nella far borgata romana, terra di nessuno da western nostrano (ma de spaghetti pochi), dove la foia s'accresce con calura e inedia e i punti più basso e più alto paiono attaccarsi: magia popolare sporca e cattiva, appunto, tenuta su, oltre che dall'ottimo Manfredi protagonista, da un gran maestro italiano della Settima attorniato da artigiani consolidati.

Gioca guerré

Ed eccolo quel qualcosa sulla Grande Guerra da cui, una settimana fa, strappai Elena. Il 'Rofum, in quel dell'"Ariston", ha rincontrato l'inglese Sam Mendes, che non vedeva dai tempi della sua "Bellezza Americana" e che ritrova oggi, dopo le sbandate bondiane, con sottobraccio un'ottima pellicola d'azione. La Grande Guerra, come ogni altra, fu di carne e sangue, di terrore e follia, di violenza, dolore, morte. Su questo sfondo, il regista di Reading sviluppa la sua corsa eroica contro il tempo, la missione impossibile nelle linee nemiche, l'ultimo livello di un platform mortale, per noi fortunelli in sala, in terza persona. Non resta che godersi la partita fatale: please insert coin, "1917".

Stagioni di Stato

Ieri, con la santa pasiensa di chi non vuole mettere piede al "Corallo", abbiamo recuperato l'ultimo film di Roman Polański. Non che le mie aspettative chiedessero fretta. E infatti. Storia che dovrebbe essere raccontata e ascoltata dieci volte l'anno, quella di Alfred Dreyfus. Per la trasposizione cinematografica, questo "L'ufficiale e la spia" (2019), me ne basta una.

Born in USA

Ieri l'altro, memore dell'ultimo godibile "Mulo", ho strappato Elena da qualcosa sulla Grande Guerra, per immergermi nel cinema americano del quasi novantenne (90), in odor di leggenda, Clint Eastwood. "Richard Jewell" è un ottimo film sui diversi e spesso fallaci piani di lettura; sugli stereotipi cui ormai le nostre menti sono infarcite e succubi. Negli States sono i migliori in questo (diciamoglielo, sempre: siete i più grandi, the best); nella terra dove la macchina dei sogni ha preso piede, dove le armi si vendono più che gli hamburger, dove Stato vuol dire, più che ovunque, Controllo silenzioso, Violenza occulta e Prevaricazione travestita, è ben visibile il meschino traguardo raggiunto dalle società capitalistiche.

Lo chiamano lavoro, ma è sfruttamento

Settimana scorsa, l'ultimo di Ken Loach, "Sorry we missed You": le alienanti condizioni di lavoro nei Trasporti e nella Logistica sono tema sempre più attuale. Ché la follia disumanizzante della merce ha prevalso e le associazioni dei lavoratori (sindacacati) le si sono inchinate. Attraverso un racconto realistico, con interpreti ben lontani dallo star system e personaggi recuperati dallo strato sociale mai dimenticato dall'autore inglese, un pugno agli aguzzini, una carezza ai prigionieri.

Affetti in affitto

Ieri è stata una domenica intensa, seppur senza campionato (...), conclusasi degnamente coi ragazzi di Pellicceria Occupata e impreziosita dalla presenza di Zippino. "We still hate You Thatcher" è la nuova rassegna autogestita che, dopo il "Riff" di Loach, ha proposto il crescendo asfittico e nevrotico che l'inglese Mike Leigh realizzò nel 1988: "Belle speranze" è un ottimo film, abilmente danzante sulla sottile linea tra realtà e grottesco, separazione destinata a sparire nella folle avvilente gold rush cui siamo tutti iscritti.

Art VS Capitalism

Freschi de "Il secondo principio di un artista chiamato Banksy", mostra presso il "Ducale" dedicata al misterioso graffitaro-e-non-solo di Bristol, sabato sera in Sala Valéry s'è optato per il suo documentario "Exit Through the Gift Shop", del 2010. Timorosi del solito esercizio egotistico di un artista, lemme lemme, Elena ed io ci siamo ritrovati a riflettere (ridere e incazzarci) su arte, società, economia e...cinema. Secondo voi, "consigliato" o no?

Non entrate in quella sala

Poca roba nelle sale, un russo del meridione ci spinge, Elena, Mino e me, sino in cima alle "Battistine". Attraversar lo spiazzo e balzar sui Cappuccini (anche per noi, oggi) è un de-fatto che presto tronca. Il russo in questione ha 28 anni e pare saperci fare coi colori. Glielo concediamo, c'è just l'ingresso da rifare, ma basta films ché di vita ce n'è una. "La ragazza d'autunno", di Kantemir Balagov (1991), è una logorante rappresentazione di due ore e dieci sulla terra bruciata, ormai gelata fumante, che ogni guerra lascia. Desolazione d'anime perse, sullo schermo e...in sala.

Il primo sogno di FF

Meraviglioso "Lo Sceicco Bianco". Intorno all'ipotetico centenario di Federico Fellini (20 gennaio 1920-1993), nelle sale fioccano alcune sue opere. Tra cui il suo primo sogno, realizzato nel 1952, ode alla prosaica fantasia, alla magia popolare, tra incantesimi spiccioli e risate a bizzēf.

Ettore parte in 9a

La settimana scorsa, Ettore Scola in Sala Valéry col suo film d'esordio. Presentatosi a mani vuote, ché tanto "Se permettete parliamo di donne" (1964) è sul tutubo, il regista di Trevico scomparso 3 anni fa (il 19 gen all'anniversario), ha scherzato e giocato. Un pezzo di panduce, un gotto e via, serata eroto-grottesca, per una commedia che tratta, invece, parecchio di uomini, anzi, uno e nono: il Gassman mata-todo, attorniato da altre variopinte, tutte stupende, donne e attrici della storia del cinema di quegli anni.

Rackhia Dance

Settimane di riproposte anni '80 ('980), in televisione. Tra le varie, in Sala Valéry il celeberrimo "Dirty dancing", del 1987, diretto dall'italo americano Emile Ardoino (1943-1993). La storia di Baby legnosa in vacanza estiva, alla scoperta dei corpi, del ballo, e un po' di sé. Sogno a occhi aperti delle bruttine, volteggiar con Patrik Swayze, rivaleggiare con un'indemoniata irrefrenabile bionda.

Idiodeus

E' falso! Il primo dell'anno, invero fu l'ultimo! Ammettiamo. Beata Teona Strugar Mitevska, allora, regista classe 1974 di Skopje, che ci ha permesso di dare l'addio al 2019 con una pellicola intelligente, divertente, giusta. Ambientata nella Macedonia al secolo dello sciovinismo più becero, "Dio è donna e si chiama Petrunya" assume la grinta d'una risata tesa a seppellire l'idiozia che ammorba ogni società patriarcale e teologica, pus fuoriuscente a tutte le latitudini. In tal senso il drammatico, che permane, è frantumato dalla sagace ironia delle autrici.