Solo con un cane

Domenica scorsa, in sala Valéry, ancora Vittorio De Sica. Quando il Cinerofum si prende una cotta, lo sapete, diventa appiccicoso, ossessivo. Non che, a riguardo, si faccia dei problemi; anzi, adora insistere. E continuerà a farlo sino a quando quest'indole degradata gli procurerà pellicole come "Umberto D.". Del 1952, dedicato al padre, in esso il regista infuse un'eco di tenerezza così amara che, complice il sempiterno rimpianto del Sommo Fuggitivo, la sua visione risulta appagante quanto straziante.

Fiaba di capanne e terra

Ieri è tornato in Sala Valéry, travestito da mago, il grande regista sorano Vittorio De Sica. Magia ha voluto portarci e, difatti, forza della fantasia s'è diffusa tra schermo e divano. "Miracolo a Milano", del 1951, è volo amaro su ciò che potrebbe, ma non è. Sogno ad occhi aperti d'una comunità che non ha bisogno, perché fa da sé.

Lotte d'altri mondi

Sino a mercoledì scorso, al "Sivori" in cima a Salita Santa Caterina, era in programmazione l'ultimo documentario del regista bresciano Silvano Agosti (classe 1938), che introduciamo con grande piacere nel Cinerofum. "Ora e sempre Riprendiamoci la Vita" è una carrellata di lotta di classe. Studenti ed operai che dal 1968 al 1978 (Moro) scesero nelle piazze per contrastare i soliti interessi economici e servi a guardia degli stessi, per suggerire (e realizzare?) una società diversa da quella che, negli anni, verrà identificata con la sintetica tripla "Produci, Consuma, Crepa", marchio registrato (ma replicabile) del capitalismo. Tutto bello, tutto perso.

Giustizia "zelante"

Sabato scorso, nel pomeriggio, mi son scappate due ore. M'è stato facile, dato il recente suggerimento di Bubu "Bomboclat" from Port Antonio (ieri sera: "Qual è...più? Di cosa parla?", annàmobbene), quasi istintivo, dicevo, scegliere "Tutti dentro", commedia a sfondo giudiziario scritta, diretta e interpretata da Alberto Sordi nel 1984. Il tempo scorre lungo una pellicola che non rimarrà nelle retine, ma un piccolo tarlo, che enorme dovrebbe essere, lo abbandona lì...sopra la nostra morbida ed illusoria fiducia nelle istituzioni.

Che merd[)e...

Giovedì scorso, scusate il rit., Spike Lee. Al "City" è in programmazione l'ultimo lavoro del regista afroamericano da sempre in lotta contro il razzismo, dietro la m.d.p. e davanti ai microfoni. Elena ed io fummo pronti per "BlacKkKlansman". Lontano dall'esplosiva quanto sterile retorica, spesso mancante il bersaglio (il nesso economico su tutti), questa volta l'autore di Atlanta pensa a confezionare un film d'azione che intrattiene, diverte e, con sorpresa, ancor più di roboanti accusatorie individua vari aspetti del problema (come detto, non tutti).

Nulla resta

Mercoledì scorso l'unica cosa abbordabile nelle sale cinematografiche è stato "Lucky", film d'esordio dell'attore statunitense classe '963 John Carrol Lynch. Figuratevi la soddisfazione, quindi, nel ritrovarsi davanti ad un film inutile, dal canovaccio logoro e cosparso di facili quanto sterili sentimenti. Se bastasse piazzare sullo schermo un simpatico vecchietto, il cinema sarebbe ben poca cosa. D'altronde, per celebrare un nonagenario di Hollywood, come Harry Dean Stanton (1926-2017) qui al suo canto del cigno (morrà pochi mesi dopo), si può organizzare una festa ben più.

Sana concorrenza

Stavo dimenticando di dirvi che, domenica scorsa, in sala Valéry è venuto a trovarmi un regista statunitense già incontrato in via Rolando, l'anno scorso. Joseph L. Mankiewicz s'è presentato col suo "Lettera a tre mogli" sottobraccio, accompagnato da tre grandiose coppie di attrici ed attori, grazie alle quali, nel 1949, realizzò una pellicola godibile ed intelligente sull'amore coniugale. Quindi sulla gelosia, sempre in agguato in una società che non permette, sine pecunia, la sicurezza di sé che apra, con sincerità, agli altri.

Vita breve, zero sprechi

A volte va così. Non mi riferisco all'allucinatoria sconfitta di sabato scorso, bensì alla proiezioni di ieri sera, in sala Valéry. Bon, almeno è viva. Dopo aver "rischiato" pellicole ben più, causa impianto audio da rivedere non ho saputo sfoderare altro che "Una pazza giornata di vacanza" (t.o. "Ferris Bueller's Day Out"). Film per ragazzi, "brat pack", dicunt. Insomma, storia di monellacci pronti a marinare alla prima occasione, scritta e diretta nel 1986 dallo statunitense John Hughes (1950-2009). Ancorché titubante, non stoppo il lettore...vediamo un po' che ne esce.

Consacrata famiglia

Dopo un venerdì imbizzarrito, ne serve uno queto. Perciò, l'ultima Palma D'oro, vinta dal Hirokazu Kore'eda, pare fatta apposta per catapultarci nelle riposanti atmosfere dell'Estremo Oriente; col taglio dei grandi autori del passato (Ozu è lì, i maghi del Neorealismo appena dietro, Fellini fa capolino), "Un affare di famiglia" dimostra, altresì, la robustezza di una regia che muove sapientemente i protagonisti di questa vivace e malinconica famiglia allargata.

Lo Stato uccide: Stefano Cucchi

Torna Elena e, gulp, mi trascina al cinema. Nel mirino c'è il film che racconta l'uccisione di Stefano Cucchi, trentenne romano classe 1978, per mano di due carabinieri. Diretto da Alessio Cremonini, anch'esso romano di 45 anni, "Sulla mia pelle" non dev'essere commentato, bensì visto. In rigorosa riflessione sulla disumana condizione in cui abbiamo deciso di porci: cioè metterci nelle loro mani.

Dammi un bacio

Martedì scorso ritorno al passato per la sala Valéry. Esattamente al 1962, quando Valerio Zurlini convocò per la seconda volta il ventunenne parigino Jacques Perrin, da affiancare ad uno dei Marcello Mastroianni più addolorati. "Cronaca familiare", dall'opera del fiorentino Vasco Pratolini (1913-1991), scritta quindici anni prima, tratta di un amore turbolento tra fratelli, immerso nel vuoto rancore ereditario della solita, ennesima guerra.

Quasi fatta

La Sala Valéry sta tornando con determinazione al vecchio ruolino di marcia. Lunedì scorso ha fatto il suo ingresso nel Cinerofum un regista statunitense Gregory Hoblit, classe 1944, con una manciata di film sulla schiena, tra cui il pregevole "Il caso Thomas Crawford" (t.o. "Fracture", molto più aderente...alla sensibilità del maniacale protagonista). Del 2007, quinto e attualmente penultimo lavoro, esegue con cura il suo compito di giallo classico, col delitto quasi perfetto a spiazzare inquirenti, avvocati e magistrati. Risultato ottenuto grazie ad Hopkins che, richiamato nelle vesti del cugino del Cannibale Annibale, porta a casa, a mani bassi, un altro "trofeo", tenendo col dirimpettaio Gosling, all'altezza, la corda ben tesa.

Autori ricascanti

Ecco perché un blog così può tornare utile, almeno al sottoscritto (perdonate). Uno sguardo ai film: c'è una produzione polacco-statunitense, con Jim Carrey e Charlotte Gainsbourg protagonisti, diretta da un regista greco, Alexandros Avranas che nel lavoro precedente, del 2014, colpì con violenza...Una lampadina s'accende, ma senza emettere luce, sino a quando vado sul Rofum e cerco...Ok, proseguiamolo il discorso con questo autore ambizioso, rigoroso sul piano visivo e desideroso di scandalizzare con gusto. "Dark Crimes", del 2016, è uscito in ritardo nelle sale italiane, o forse in tutte?...

Tutti al capolinea del 5

L'avrete capito anche dal numero di recensioni, raramente così basso come questo agosto. Il Cinerofum è in difficoltà d'ispirazione. Un po' la calura, un po' la scarsità di titoli accettabili proposti dalla pregevole distribuzione italiana, poi gli altri impegni, tant'è che ultimamente...pochi titoli e scalerci. In questo senso, "Final Destination 5" è sintomatico del livello in cui si trova la fu gloriosa Sala Valéry. Non è il caso di spaventarsi, allarmarsi sì. Questo n-simo capitolo della saga dedicata alle dipartite più spettacolari, accidentali e insindacabili, diretto dallo statunitense classe 1967 Steven Quale, fa bene il suo lavoro sporco. Resta da capire se lo stiamo facendo anche noi, in sala.

Finché va, lasciala.

Proprio quando pensavo d'aver avuto l'onore di iniziare alla carriera di spettatore cinematografico la più bella nipotina, ecco che si spengono le luci e mi fugge gridando lamammaaa. Cambio di sala, pertanto, e mi ritrovo con tutt'altra compagnia, non meno piacevole (Pulcy Dani ed Elena). Dai un cartone animato III di dubbia qualità, mi ritrovo a vedere "Resta con me", scritto e diretto dall'islandese classe 1966 Baltasar Korkámur, dove l'ovvia barchetta di piccioncini (appena incontratisi, of course) si ritroverà alla deriva ("Adrift" è il t.o.) nel bel mezzo di una pacifica tempestuccia. Storia vera come l'uragano Raymond del 1983.

Boicotta Autogrill

In quel di Andalo, nell'accogliente sala Pegorar, la scorsa settimana s'è mantenuto vivo il Cinerofum. Seppur a qualche centinaio di chilometri dalle consuete poltroncine, seppur grazie ad un thriller in salsa (americana) road movie. Oh, che poi...alla fine della fiera Elena ed io soddisfatti dell'ottima compagnia. D'altronde, con quella sagoma di Kurt Russel, nel 1997 in fase calante ma ancora arzillo e desideroso di dar prova di sé, azione e divertimento sono solitamente assicurati. Quell'anno lo diresse Jonathan Mostow, statunitense classe 1961, in "Breakdown" (s.t. italiano "La trappola"), dimostrando di essere un buon manovale del genere.

Che fortuna Coglionello!

Ed invece l'altroieri sera filmone della madonna incoroneta di Molfetta in Sala Valéry. La Ele chiede qualcosa di leggero e allora beccati sto "La dottoressa ci sta col colonnello", cult-movie della commedia erotica nostrana. Diretto nel 1980 da Michele Massimo Tarantini, classe 1942, istituzione in questo genere di pellicola, fece saltare i tappi ormonali ad adolescenti imberbi ed irsuti d'ogni età, non certo per le calze di Lino Banfi, né per lo sguardo di Alvaro Vitali, bensì grazie a Nadia Cassini, l'avvenente peperina, classe 1949, che venne da Woodstock portando con sé il proprio...fondoschiena, oggettivamente ammirevole chef-d'oeuvre.

E domatela!

Sabato scorso vi siamo riusciti. Il DVD recuperato già da mo', come si dice: mancavano tempo e voglia. Soprattutto tempo, poiché "Magnolia", scritto e diretto da Paul Thomas Anderson nel 1999, dura più di tre ore; la voglia di (ri)vedere forse il più acclamato film del regista californiano, qui al suo terzo lavoro, non mancava punto. Virtuoso della m.d.p. e della sceneggiatura, forse qui dimenticò che certe altezze debbano comunque posare su basi, in questo caso psicologiche, solide e profonde. Altrimenti il castello cade.

I papaveri della memoria


La settimana scorsa, lo stesso giorno in cui Gaetano faceva capolino da qualche parte a Cirié (13 agosto 2018), solitario in sala Valéry mi sono imbattuto in un prezioso frammento di cinema georgiano. Con la sola condizione che fosse un film straniero precedente al 1990, la mia ricerca mi ha difatti condotto presto alla voce Abuladze Tengiz (1924-1994) ed al suo "L'albero dei desideri" (1977). Sullo schermo i poetici "Quadretti di vita della  campagna georgiana prima della rivoluzione, tratti dai racconti di Gheorghij Leonidze", vividi scorci di uomini donne bambini evocati con forza e delicatezza dall'epoca del ricordo, sino a renderli eterni personaggi di ogni dove.

Corpodesiderio

Caldo micidiale, i lunedì-venerdì in ufficio, vien quasi voglia di una remota isola deserta, possibilmente circondata da spiagge caraibiche, tra palme e pesci padroni. Quindi l'offerta del canale 8 è stata colta al volo, da Elena e me. La sala Valéry, ieri sera, s'è trasferita nella "Laguna blu" dove il desiderio si può vedere e toccare. Diretto dallo statunitense Randal Kleiser, appena fresco del musical più celebre e travolgente, questa terza trasposizione degli incontaminati lidi della passione raccontati dall'irlandese Henry De Vere Stacpoole nell'omonimo romanzo del 1908. Inizia come film per ragazzi, tra le prime giocose avventure nella natura, per poi condurre gli stessi, idealmente, tra le acque del loro intimo piacere. Asso piglia tutto, la bellezza perfetta e pura della protagonista, la newyorkese Brooke Shields, allora quindicenne mozzafiato.