Rak conta la cenere

Voci di Venezia portano dell'ultimo film d'animazione di Alessandro Rak, il regista partenopeo che quattro anni fa mi inchiodò in una sala milanese, emozionandomi sino a commuovermi con un'esperienza profonda che ancor oggi fa vibrare la pelle (fu "il mio Leone d'Oro 2013", ricordate?). Mobilito e mi precipito: Elena e Sini con me al "Corallo" di Carignano a vedere "Gatta Cenerentola", l'ultima opera del regista, diretta assieme ad altre sei mani, tutte napoletane, più o meno coetanee: Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone (del gruppo folk-rock "Foja"). Senza raggiungere, a parer mio, i picchi emotivi toccati dal precedente, questo racconto continua a rimandare con intensità ed affetto ad una Napoli scalpitante, rabbiosa, incatenata ma sempre pronta a salpare; per poi tornare e attraccare, più ricca e viva.

Pio ruba vita

Andate a vedere "A Ciambra". Recuperate, nelle dimenticate sale cinematografiche dello Stivale che lo propongono con tenacia, questo piccolo grande film diretto, ancora una volta, da un italo-americano. Jonas Carpignano, newyorkese de Roma classe 1984, non ha creato certo nulla di nuovo, ma la sua opera seconda ha intensità e bellezza tali da emergere nel putrido scenario del cinema massificato.

Radu goes to Hollywood

Ci sono cascato. Leggo Radu Mihaileanu e mi fido, scarto tutto il resto (incredibilmente le alternative erano due italiani). Come saprete, Il Cinerofum diffida dei trailer e non essendo nemmeno caduto l'occhio sulla produzione (Francia, Canada, USA) e ignorando la "naturalizzazione" (?) del regista, così come il soggetto del film (tratto da chissà quale straordinario best-seller), insomma è stato facile inciampare in questo "La storia dell'amore" (oddio, pure il titolo), che dei languidi, sporchi e vivi colori dell'Est europeo ha ben poco, mentre è carica di lucidi grattacieli newyorkesi, eleganti appartamenti borghesi, cellulari e account fb. Ma non si tratta solo di ambientazione, magari. Questo film è puro e freddo investimento hollywoodiano. Con buona pace dell'autore...e dell'Amore.

Dalla e ti sarà dato

Dopo un agosto disastroso sul piano cinematografico, ma elettrizzante su quello umano, eccoci nuovamente, Elena ed io, chi se no?, in sala Valéry. Dopo 7 anni, per l'occasione abbiamo re-invitato l'icona più gloriosa della regia della Vecchia Hollywood: John Ford. Contrariamente alle sensazioni in sala e alle mie supposizioni (che gli amici "fordisti" del Cineclub Lumière avrebbero sputato per terra vedendo il loro presentato tramite film non western, né così "duro"), a quanto pare "Un uomo tranquillo", pellicola del 1952, oltre ad un Oscar alla regia, ha riscosso nel tempo parecchio successo. Il Cinerofum rispetta i grandi autori, gli analoghi critici e persino se stesso: non il film che ricorderemo.

Punk the System!

L'estate è stata punk. E anarchica. "I muri dei Caruggi..." parlano chiaro. Dopo aver mancato, Elena ed io in una stanca domenica, Piazza della Stampa dov'era in corso "La storia del Punk" del "Fronte Degrado", la settimana scorsa ho tentato di recuperare "The great rock'n'rolls swindle". Documentario del 1980 diretto dal londinese Julien Temple incentrato sui mitici Sex Pistols, è stato gustato in sala Valéry proprio come una grande beffa, giusta sberla (uno sputo, scaracchiata, fuck!) contro chi continua a recitare illudendosi di vivere. Detto ciò, questa è la versione di Malcolm McLaren, quella del Deus (il produttore sta riesumando, con sé, bestemmie d'altri tempi, I know) ex machina, come ideatore dello smacco maggiore che il punk giocò alle major discografiche (la truffa del titolo). Tutto vero o no, la storica pietra fu scagliata e tante altre, ognuna con proprio slancio e direzione, colpirono duro.

Stato organizzato

Due settimane fa, perdonate il ritardo, ma sapete, con alle giornate d'estate s'accompagna la pigrizia delle cicale; dicevo, due settimane fa ho invitato in sala Valéry un regista che il Cinerofum attendeva da anni. Prego, s'alzino tutti ("Me, myself & I"): signore e sigh...Giovanni Battista Loy, Nanni per tutti, cagliaritano del '25 (9). Il film di cui scrivo qui ci parla di un  regista ironico e sensibile, attento agli strati bassi, come a quelli alti, della società; per mettere in luce, evitando i più semplici quindi sterili nessi di causa ed effetto, le zone d'ombra di un sistema inadeguato. "Detenuto in attesa di giudizio", del 1971, mostra l'aberrazione di quelli giudiziario e, prevalentemente, penitenziario, mostrata in tutta la sua crudele assurdità. Roba tosta, bruttura dinanzi al quale, pure il gioviale ed esplosivo A. Sordi si fa piccolo, cupo, terrorizzato.

Prendi i soldi e crepa

Una decina di giorni fa, in sala Valéry è passato Robert Bresson, col suo cinema dalle passioni sotterranee, dagli sguardi fissi verso un orizzonte lontano, solitario ed, ahimé, ineludibile. "Diario di un ladro" (t.o. "Pickpocket"), del 1959, racconta della solitudine metropolitana, incatenata all'argent ed alle sue strutture, incapace di essere risolta da un autentico sentire comune.

100 modi per

E via, si parte con questo mese di cinema giornaliero. Ancora con le retine appoggiate tra il verde e l'azzurro del Galles, resto a chiacchierare con Peter Greenaway. Nel 1988, il teorico e creativo autore cinematografico realizzò un film marcato a fuoco col suo stile, con la sua poetica, con la sua visione: "Giochi nell'acqua" (t.o. "Drowning by numbers") ha lo scherzo sfrontato, l'immagine ricercata (pittorica) e il terrore per la donna....

Art Decòmp

Dopo i saliscendi per le Orobie e il Tour estivo ed amichevole tra le isole del nord ovest, avevo proprio bisogno di ricompormi. E invece, ecco qui la sinfonia alla decomposizione che il regista gallese (toh! un saluto ai ragazzi eleganti e sfasciati di Llanilltud Fawr) Peter Greenaway, scrisse e diresse nel 1985: "Lo zoo di Venere"  (t.o. "A zed & two noughts") è un altro dei suoi caleidoscopi audiovisivi, tra feticismo della materia (carne e altro) e piacere del riprodursi.

Dura l'avventura...

Dando seguito alle buone impressioni di Juri e ai commenti entusiasti di qualche mio e suo amico (cosa che, nessuno se ne dolerà, mi guarderò bene dal ripetere), sono entrato nella sala 1 del "Sivori". In programmazione, nel cartellone estivo ormai sbiadito, c'è "Civiltà perduta" (2016) di James Gray, in cui il 'Rofum s'imbatté quattro anni fa per uno sterile sbarco ad Ellis Island. Stessa impostazione, che faccia dormire sonni tranquilli (dopotutto ci sono stati grandi uomini al servizio del progresso!) e luccicare gli occhi alle persone "più" sensibili. I pionieri dell'esplorazione coi loro intimi, scontati, travagli e manie di grandezza, per un film dall'ispirazione di plexiglas.

Morte e dintorni

Due giorni fa, in occasione del quarantesimo del vecchio Jachi (auguri scatenato!), ho portato avanti l'ubriacatura a base di Roger Corman. Il venerando regista s'è presentato in sala Valéry con un libro del maestro letterario dell'orrore, Edgar Allan Poe of course. Il racconto è cominciato, la rappresentazione ha preso forma: "I racconti del terrore" (1962) è un classico con tutti gli elementi necessari, compreso Vincent Price.

"Nutrimi!"

Volendo assaggiare ancora un sorso del "Rosso Corman" che ci venne offerto mesi fa da Max e i "suoi" dell'"Altrove", ieri sera ho stappato "La piccola bottega degli orrori", prodotto e imbottigliato da Roger Corman nel 1960. Nettare leggero, un giochino a basso costo, a ricordare che, almeno un tempo, il cinema lo facevano gli artigiani, senza fronzoli, con molta inventiva e praticità e, soprattutto, ironia. 

"Cristo senza Cristo", right?

Affascinato dai racconti, spesso altrui rielaborati, che John Huston ha portato in sala Valéry, pure lunedì sera mi sono abbandonato dinanzi ai suoi sigaro e cappello da cowboy, oscillanti come soltanto una rocking chair americana...Anche "La saggezza del sangue" (t.o. "Wise blood"), tratto nel 1979 da Mary Flannery O'Connor (del 1952), è un intenso viaggio, con andamento joyciano, tra la sterpaglia religiosa che accarezza e graffia i meno saldi...

"Lo sospettetti!"

Ieri sera, il terzo appuntamento colla rassegna "Boom", presso il piccolo (e affollatissimo!) chiostro della Maddalena, dedicata alle commedie di Dino Risi, vivaci scorci rivelanti luci ed ombre della rinascita economica del nostro famigerato Bel Paese, ha previsto "In nome del popolo italiano", del 1971. A giudicare dalla risate, il grado di soddisfazione è stato alto. Attenzione però, dopo un percorso di tragicomiche che tirano su il morale, il finale è di quelli amari, con ben poche speranze per una nazione (sigh) che non sa manco da che parte è girata...

Anotha Pulp Bunker

Domenica under re-construction, Mino propone, il soggetto sa di Pulp, perciò Elena, Marigrade ed io ci presentiamo al "Sivori" ore 19:00. L'affermato sceneggiatore Paul Schrader, ancora una volta dopo aver trasposto Ellis nel 2013, si pone dietro la m.d.p. a orchestrare il racconto di altri. In questo caso dallo sfrontato Edward Bunker e dal suo pazzoide "Cane mangia cane" (romanzo del 1996), l'autore della "New Hollywood" estrae una storia già sentita e risentita, forse un po' meno vista...

Far Far West d'America

Proseguendo la chiacchierata con John Huston, ieri sera Elena ed io abbiamo fatto la conoscenza di una delle figure cinematografiche più ambigue: intimamente statunitense, il giudice Roy Bean, rappresenta l'ancien régime del west americano, già lontano sul finire del XIX secolo, ma sempre orgoglioso, rude e pronto a dar battaglia. "L'uomo dai sette capestri" (t.o. "The Life and Times of Judge Roy Bean", 1972).

"Wine and roses"

Ieri pomeriggio, appena giunto a casa, invero su invito del buon Sergio (che ringrazio per gli ottimi spunti), ho accolto John Huston in sala Valéry. Più che fiducioso, sicuro, sono stato a guardare e ad ascoltare questo scafato regista nato a Nevada nel 1906 (-1987). L'ora e mezza passate assieme rimarranno come qualcosa di intimo, nostro, unico. Il suo racconto di Billy Tully, uno dei tanti "grandi", sfiora e morde, tra gli spartiti di un'amara melodia vitale: "Città amara" (1972, t.o. "Fat city").

Bela katzaten

Ecco. Nemmeno s'è finito di pronunciare il buon proposito, che già s'infrange. Anche colpa dell'archivio di Sergio, questa volta, e di una proposta che non sta in piedi. Un DVD accosta arditamente due film del regista tedesco Tom Tykwer: quel racconto, datato 1998, di una Lola berlinese con energia da vendere, a questo "Heaven", di quattro anni più giovane, basato su una sceneggiatura del compianto Kieślowski e...inesorabilmente perso...non nel "caso", tanto caro all'autore polacco, ma nel caos tutto italo-tedesco di una produzione che si doveva evitare.