L'unione fa la morsa

Venerdì scorso Il Cinerofum ha aggiunto un tassello al proprio mosaico delle sale cinematografiche. Niente multisale, come sapete. Bensì i piccoli cineclub sparsi sul territorio, invisibili ai più, punti fermi di cinefili e anziani smarriti. Quindi benvenuto, o bentornato, "Fritz Lang". Viceversa, benarrivato pure al Cinerofum presso di te, lassù, dove via Acquarone si dà una calmata in vista del sagrato della San Paolo (dietro al quale morrà). E grazie per aver permesso ad Elena e me di recuperare l'ultimo lavoro di Robert Guédiguian, "La casa sul mare", cui tenevamo sia per la fiducia nel regista, sia per quella riposta nei giudizi di Marigrade. Ripagata la mia, Elena è uscita un po' annoiata, come il gestore del cinema ("po' fiacchetto..."). Eppure la carne è sostanziosa, sanguigna, bella rossa...

Paranoia al collo

Lunedì scorso, alla sera: "Altrove". A chiudere la mini-rassegna dedicata a Carl Theodor Dreyer, gli altri tre in programmazione già visti e recensiti, è in programma "Vampyr" del 1932. "Basato su 'Camilla' di Sheridan Le Fanu, è il primo film sonoro del regista danese, col quale questi sperò di smarcarsi dall'etichetta di regista del sacro". Tutte informazioni reperibili sul prezioso Wiki e prontamente ripetute dalla curatrice nel pre-visione. Ciò che non è stato anticipato, invece, è l'aspetto innovativo di questa pellicola, grazie alla scalpitante energia riverberata dall'allora quarantacinquenne Dreyer.

Scrivere di un velo

Il sabato appena trascorso è stato all'insegna del boh. Ottimo così. La sera mi ha condotto al "Corallo" dove, in programmazione, c'era l'ultimo lavoro di Laurent Cantet, quello della classe... Il regista francese classe 1961 ritorna proprio al formato con cui, dieci anni fa, vinse la Palma d'Oro, realizzandone una sorta di proseguimento anagrafico, accademico. In "L'atelier", il discorso si alza col tema della scrittura, per poi ritrovarsi sulle piste di decollo da cui parte ogni coscienza sociale. O dovrebbe: in effetti molto più facile vedere nell'Altro il primo nemico, la causa d'ogni male, piuttosto che ammettere le proprie deficienze e responsabilità (collusioni) con un sistema che, oltre ogni falsità, si basa su sfruttamento e violenza. Alto coefficiente di difficoltà, visti argomento e modalità, ma Cantet ne è uscito incolume, anzi, in grado di offrire spunti preziosi. Complimenti.

"E tu non pensare"

Ieri è uscito nelle sale un film italiano di due giovani registi, fratelli romani, sconosciuti. Sino a ieri appunto. Italoallergico, lo sapete, ma ormai vaccinato: cineasti ignoti, due ragazzi interpretati da altrettali attori sulla locandina, mi fido senza remore. Sino a coinvolgere pure il prof. Sini. Non so se "La terra dell'abbastanza", scritto e diretto dai gemelli classe 1988, Damiano e Fabio D'innocenzo, sia il bocciolo di una rigogliosa filmografia, ma so che può essere iscritto tra i rari e preziosi esordi dalle fulgide promesse.

L'azzardo è bastardo

L'altroieri sera (è sempre l'altroierisera), di nuovo in Sala Valéry, Elena ed io a conoscere, o riconoscere, il regista inglese Guy Ritchie. Nato nel 1968, questo ragazzo senza diploma arriverà ad esordire dietro la camera, nemmeno ventenne, con un film di cui si parla ancora (nonché, subito dopo, a sposare quella là, come si chiama? Ah sì, Madonna): "Lock & Stock" (sottotitolo italiano "Pazzi scatenati", t.o. "Lock, Stock and Two Smoking Barrels"), del 1998, è una crime (& drug) story a ritmo di rock. Vent'anni dopo un po' d'effetto è sceso, però che botta a quella visione...

Coppia di fatto

L'altroieri sera è tornata Valèry! Sì, la Sala. L'occasione è stata un rendez-vous con François Truffaut imbastito dalla Cry...l'altra Pollinz...vabbè, un ringraziamento a lei. "Non drammatizziamo...è solo questione di corna" (t.o. "Domicile conjugal", scritto e diretto dal regista parigino nel 1970, non è una commedia sexy italiana, bensì il quarto appuntamento con la saga rosa di Antoine Doinel, il piccolo Léaud ormai cresciuto da quei primi lontani colpi: capitolo leggero ed ironico, affettuoso verso i propri personaggi quanto lo fu Truffaut.

Piccola ascia, sei scheggiata

Una settimana fa, mercoledì di cinema, Elena ed io ancora nelle sale. Si aggira dinanzi alle poltroncine rosse l'ultimo film del romano Matteo Garrone, la fiducia in lui accumulata mi permette di affrontarlo senza paure. "Dogman", presentato allo scorso Festival di Cannes ottenendo applausi ed una Migliore Interpretazione Maschile per l'immenso intenso Marcello Fonte, ci ha lasciati infatti col dolce gusto del bel cinema sporco, quello che picchia duro echeggiando note soavi da botte, sangue e croste. Scenografia eterna d'ogni dimenticata e nascosta periferia.

Aspettando Cowboy

La settimana scorsa, da parte dei ragazzi dell'"Altrove", altra proposta stupefacente. Grazie anche all'interessamento della casa di distribuzione "Reading Blooms", tutta italiana e dedita alle chicche indipendenti, sia Elena sia io abbiamo potuto iniettarci questo "The connection" (in italiano "Il contatto"). Trattasi di trasposizione cinematografica della newyorkese Shirley Clarke (1919-1997), realizzata nel 1961, di un'opera del drammaturgo connazionale Jack Gelber (1932-2003), messa in scena due anni prima da "The Living Theatre". Visto con gli occhi di oggi, questa pellicola dirty e sfrontata, senza perdere in fascino, magari mostra qualche ruga, ma provare ad immaginarsi nelle sale dove la pellicola uscì (poche suppongo), fa venire i sudori freddi...

"Male Malic, Male!"

Giovedì scorso, i ragazzi dell'"Altrove" di piazzetta Cambiaso si sono prodigati in una delle loro sorprendenti proiezioni: "Papà...è in viaggio d'affari", del 1985, è il secondo lungometraggio diretto da Emir Kusturica e scritto dal poeta sceneggiatore Abdulah Sidran, entrambi bosniaci, che si aggiudicò la "Palma d'Oro", grazie ad un racconto denso di affetto e rimpianto per le esistenze di quei luogo e tempo, giammai prive di sorrisi e gioie, ma altresì cosparse di assurdi lacci (e cappi) ideologici.

Inanimus

Martedì scorso, un buco di due ore, c'è tempo per un film. All'"Ariston" propongono un iraniano: la decisione è già presa. "Il dubbio - Un caso di coscienza", pellicola del 2017 scritta e diretta da Vahid Jalilvand, quarantaduenne di Teheran, è di quelle che, appunto, pongono l'accento sulle responsabilità etiche di ciascuno, smarrite per i non luoghi delle nostre società, dimenticate durante la corsa al denaro cui tutto sacrifichiamo. Rigore delle immagini e del messaggio, in un film dolce per gli occhi, ma crudele, giustamente, per i nostri cuori plastificati.

Noia che spoglia

Procedendo lungo la celluloide sbobinata durante l'Annus Mirabilis della Contestazione 1968, i ragazzi dell'"Altrove" hanno organizzato un rendez-vous con Claude Chabrol che, proprio in quell'anno, realizzò una pellicola (in realtà non più) scalpitante sulla superficie scabrosa degli amori omo o, comunque, dei rapporti differenti. "Le cerbiatte" (t.o. "Les biches"), colpisce per il fascino dei suoi protagonisti e per la disinibita eleganza delle sue immagini.

Paraspecchio rotto

Sabato scorso Elena ed io avevamo ancora fame. Di cinema. Golosi ingordi della celluloide, siamo schizzati al "Corallo" dov'era l'ultimo di François Ozon. Peccato che pure questo "Doppio amore", del 2017, sia scheggiato veloce su di un cinema rosa Harmony, intitolato Twin e qualcosa, con foto di volti siamesi speculari in copertina (se c'è spazio, mettiamoci una bocca, o che so, un perizoma). Ancora la giovane e bella Marine Vacth, parigina classe 1991 a catturare l'attenzione del pubblico che, d'altro canto, non può far finta di non vedere la povertà dei contenuti sullo schermo.

Tutti alienabili

Un buon film si riconosce dalle prime due o tre inquadrature ("eccallà, la sparata del giorno"). Quello che abbiamo visto Elena ed io venerdì scorso, "The Constitution" (sottotitolo italiano "Due insolite storie d'amore"), diretto dallo zagabrese classe 1947 Rajko Grlić, non mantiene tutte le promesse iniziali, ma conferma la sua sensibilità sul piano visivo, con la fotografia (luci) ben attenta al proprio compito: incorniciare ciascun luogo secondo le differenti gradazioni di minaccia, protezione, isolamento, passione o dolore, presenti nello stato d'animo del protagonista. Esistenze travagliate all'ombra delle Nazioni, dove l'illusione di una costituzione aurea continua a rincoglionire le menti, cedendo alle discriminazioni più violente.

In territori inumani

Mercoledì scorso è stato facile scegliere un film tra quelli nelle sale. C'è una produzione palestinese al "City" e di certo non vi rinuncio per una americana su supereroi, né una italiana su coppie in crisi (ma buffone). Ed anche a capire che la scelta di "Wajib" (sottotitolo italiano "Invito al matrimonio"), scritto e diretto dalla palestinese classe 1974 Annemarie Jacir, è stata ottima non ci si è messo molto. Dall'inizio alla fine, questo road-movie nei territori occupati, per salite e discese, strade e scale, mantiene la delicatezza necessaria per affrontare con lucidità uno dei casi politico-sociali (trattasi di esseri umani) più imbarazzanti della storia dell'umanità.

Aprili senza sosta

Pure François Truffaut nel 1968 disse la sua. Lo fece alla maniera che lo rese celebre, con l'ironia, frutto di profondità e leggerezza, che sola può incorniciare gli amori fugaci e capitali dei giovani aprili. "Baci rubati", proiettato lunedì pomeriggio all'"Altrove" all'interno della rassegna "Intolerance '68 - La lutte est finie", accarezza soltanto gli anni della contestazione, parlando al massimo di un'inadeguatezza complessiva della società, cui rispondere, se non con un sasso, almeno con una smorfia e, possibilmente, con un bacio.

Stufare è poco, pd

Abbiamo quasi rischiato di perderlo, l'ultimo film di Kim Ki-Duk, datato 2016, uscito nelle sale in queste settimane. Così non è andata ed, anzi, in occasione de "Il prigioniero coreano" tutta la sala "Film club" a disposizione per Elena e me. Comodità estrema, quindi, per volgersi a questa pellicola meno allegorica e visionaria del solito, trattandosi di Ki-Duk, ma non per questo meno profonda. La disumana distinzione e separazione tra individui mediante frontiera, la ridicola sceneggiata di stati e nazioni, con tutto il codazzo di retorica ed idiozia (capitalista e militare): proprio non riusciamo?

"I cani, le mosche e le calzature"

Lunedì scorso turna all'"Altrove". Ancora una volta, per "Intolerance '68 - La lutte est finie", nella piccola sala di piazzetta Cambiaso presenti Elena ed io. Cambio di programmazione multiplo (sbaglio io che sbagli tu che infili una pizza porno sulle bisce di Chabrol), finalmente si passa a "Goto - L'isola dell'amore", del regista polacco naturalisé francese Walerian Borowczyk (1923-2006). Questa pellicola del 1968 (appunto) sintetizza in fiaba surreale, ma nemmeno tanto, la tragicommedia delle moderne società. Tanto militarismo (col necessario servilismo a contorno) e pomposa e affabulante retorica a coprire un'avidità, a nascondere una bramosia di potere che sembra non poter abbandonare la nostra specie: certamente non in questo Stato.

Provolazione nel mezzo

Ieri sera  ancora "Intolerance '68", all'"Altrove". Secondo appuntamento colla rassegna dal sottotitolo "La lutte est finie". Mai dicitura più infausta, chiedere ad Elena dopo che ha abbandonato la sala come una volta, come se sotto i suoi occhi non fossero scorsi chilometri di celluloide. Tutto merito di Carmelo Bene (1937-2002) e del suo "Nostra Signora dei Turchi", del 1968. Pellicola di contest-auto-contestazione, provocatoria quanto incomprensibile, ambisce ad una demolizione cinematografica coinvolgente tutte le sue componenti (immagine, suono, parola)...compreso il pubblico in sala.