Dura l'avventura...

Dando seguito alle buone impressioni di Juri e ai commenti entusiasti di qualche mio e suo amico (cosa che, nessuno se ne dolerà, mi guarderò bene dal ripetere), sono entrato nella sala 1 del "Sivori". In programmazione, nel cartellone estivo ormai sbiadito, c'è "Civiltà perduta" (2016) di James Gray, in cui il 'Rofum s'imbatté quattro anni fa per uno sterile sbarco ad Ellis Island. Stessa impostazione, che faccia dormire sonni tranquilli (dopotutto ci sono stati grandi uomini al servizio del progresso!) e luccicare gli occhi alle persone "più" sensibili. I pionieri dell'esplorazione coi loro intimi, scontati, travagli e manie di grandezza, per un film dall'ispirazione di plexiglas.

Morte e dintorni

Due giorni fa, in occasione del quarantesimo del vecchio Jachi (auguri scatenato!), ho portato avanti l'ubriacatura a base di Roger Corman. Il venerando regista s'è presentato in sala Valéry con un libro del maestro letterario dell'orrore, Edgar Allan Poe of course. Il racconto è cominciato, la rappresentazione ha preso forma: "I racconti del terrore" (1962) è un classico con tutti gli elementi necessari, compreso Vincent Price.

"Nutrimi!"

Volendo assaggiare ancora un sorso del "Rosso Corman" che ci venne offerto mesi fa da Max e i "suoi" dell'"Altrove", ieri sera ho stappato "La piccola bottega degli orrori", prodotto e imbottigliato da Roger Corman nel 1960. Nettare leggero, un giochino a basso costo, a ricordare che, almeno un tempo, il cinema lo facevano gli artigiani, senza fronzoli, con molta inventiva e praticità e, soprattutto, ironia. 

"Cristo senza Cristo", right?

Affascinato dai racconti, spesso altrui rielaborati, che John Huston ha portato in sala Valéry, pure lunedì sera mi sono abbandonato dinanzi ai suoi sigaro e cappello da cowboy, oscillanti come soltanto una rocking chair americana...Anche "La saggezza del sangue" (t.o. "Wise blood"), tratto nel 1979 da Mary Flannery O'Connor (del 1952), è un intenso viaggio, con andamento joyciano, tra la sterpaglia religiosa che accarezza e graffia i meno saldi...

"Lo sospettetti!"

Ieri sera, il terzo appuntamento colla rassegna "Boom", presso il piccolo (e affollatissimo!) chiostro della Maddalena, dedicata alle commedie di Dino Risi, vivaci scorci rivelanti luci ed ombre della rinascita economica del nostro famigerato Bel Paese, ha previsto "In nome del popolo italiano", del 1971. A giudicare dalla risate, il grado di soddisfazione è stato alto. Attenzione però, dopo un percorso di tragicomiche che tirano su il morale, il finale è di quelli amari, con ben poche speranze per una nazione (sigh) che non sa manco da che parte è girata...

Anotha Pulp Bunker

Domenica under re-construction, Mino propone, il soggetto sa di Pulp, perciò Elena, Marigrade ed io ci presentiamo al "Sivori" ore 19:00. L'affermato sceneggiatore Paul Schrader, ancora una volta dopo aver trasposto Ellis nel 2013, si pone dietro la m.d.p. a orchestrare il racconto di altri. In questo caso dallo sfrontato Edward Bunker e dal suo pazzoide "Cane mangia cane" (romanzo del 1996), l'autore della "New Hollywood" estrae una storia già sentita e risentita, forse un po' meno vista...

Far Far West d'America

Proseguendo la chiacchierata con John Huston, ieri sera Elena ed io abbiamo fatto la conoscenza di una delle figure cinematografiche più ambigue: intimamente statunitense, il giudice Roy Bean, rappresenta l'ancien régime del west americano, già lontano sul finire del XIX secolo, ma sempre orgoglioso, rude e pronto a dar battaglia. "L'uomo dai sette capestri" (t.o. "The Life and Times of Judge Roy Bean", 1972).

"Wine and roses"

Ieri pomeriggio, appena giunto a casa, invero su invito del buon Sergio (che ringrazio per gli ottimi spunti), ho accolto John Huston in sala Valéry. Più che fiducioso, sicuro, sono stato a guardare e ad ascoltare questo scafato regista nato a Nevada nel 1906 (-1987). L'ora e mezza passate assieme rimarranno come qualcosa di intimo, nostro, unico. Il suo racconto di Billy Tully, uno dei tanti "grandi", sfiora e morde, tra gli spartiti di un'amara melodia vitale: "Città amara" (1972, t.o. "Fat city").

Bela katzaten

Ecco. Nemmeno s'è finito di pronunciare il buon proposito, che già s'infrange. Anche colpa dell'archivio di Sergio, questa volta, e di una proposta che non sta in piedi. Un DVD accosta arditamente due film del regista tedesco Tom Tykwer: quel racconto, datato 1998, di una Lola berlinese con energia da vendere, a questo "Heaven", di quattro anni più giovane, basato su una sceneggiatura del compianto Kieślowski e...inesorabilmente perso...non nel "caso", tanto caro all'autore polacco, ma nel caos tutto italo-tedesco di una produzione che si doveva evitare.

"Mi rificco?"

Quelli del "Laboratorio Probabile Bellamy" ne inventano più del diavolo. Altrimenti come potrebbero aver ideato il cine-trasloco dall'"Altrove" al piccolo chiostro della "Casa della Maddalena" (dove non mettevo piede da circa venticinque anni)? L'estate sempre più inaffrontabile aiuta, certo. Ma come la mettiamo, allora, riguardo alla scelta di proiettare, "rigorosamente in pellicola", quattro meravigliosi film di Dino Risi? Eh, i ragazzi ci san fare... Via, si parte, prima serata della rassegna "Boom": "Una vita difficile", del 1961, è il racconto di un'Italia orgogliosa e pigra, volitiva e scanzonata. Pronta a tutto, anzi, a nulla.

Il glorioso rifiuto dei José

Il luglio del Cinerofum comincia con un impegno: senza distrazioni lungo il cinema che fu. A questo scopo, sabato mattina, di buon mattino ho scorso un po' di classici del mio archivio Terone. L'occhio è caduto sulla cartella "Pontecorvo Gillo", scoprendovi al suo interno il "Queimada" che inseguivo da un po'. Pellicola del 1969 non è soltanto un film contro il colonialismo, semmai è contro ogni genere di prevaricazione (peggio se a fin di lucro). Amaramente, più che un inno alla Libertà, diventa inno alla Storia, lunga narrazione di massacri ben presto dimenticati.

"Fisse e dilatate"

Dove lo trovi un quartiere in cui, camminando tra caruggi e bui passaggi, ci si possa imbattere in una proposta cinematografica, così, prêt-à-prendre, via, da vedere a casa. Magari in sala Valéry, come ieri sera, dove Elena ed io ne abbiamo viste di belle (o di orride, dipende) per colpa di Michael Crichton, "incontrato" nel tunnel della Balaclava. Scrittore in primis, con romanzi thriller-scientifici celeberrimi, regista per il conseguente desiderio d'un altro mezzo narrativo, l'autore di Chicago, classe 1942, ha dalla sua la forza dell'intreccio, ciò vuol dire ritmo, ciò vuol dire emozione, che vanno a scuotere gli spettatori, soddisfatti di aver pagato il biglietto. "Coma profondo", del 1978, secondo film del regista, appresso al canovaccio vincente, propone un cast di giovani promettenti e immagini di grande effetto.

Ritrovarsi per l'addio

Altro Fritz Lang, anzi, l'ultimo. Ma no, che avete capito?! "Il diabolico dottor Mabuse", del 1960, fu il lavoro finale del fondamentale regista austriaco. Dopo quasi trent'anni dalla sua seconda ed ultima apparizione (periodo coincidente col lungo esilio dell'autore dalla terra natia), fece ritorno sui grandi schermi uno dei primissimi signori del male, il Mabuse, scienziato con enormi disturbi emotivi, dedito all'onnipotenza: ardua la sua cattura, dati i poteri paranormali e l'inventiva degna degli assistenti dell'agente segreto inglese ben più rinomato. Ma Lang l'ha acchiappato e fermato su questa preziosa pellicola, che in sala Valéry ha tenuto Elena e me svegli coi trucchi e i misteri della grande narrazione di spionaggio.

Murder & Revenge!

E domenica mattina, sempre in sala Valéry, è stata la volta di un Fritz Lang anomalo. Per l'ambientazione, il mitico e violento Far West, non certo per la disinvoltura mostrata dal regista austriaco nell'allestire (in studio) un racconto così avvincente. "Rancho Notorious", del 1952, è una lunga e faticosa vendetta in technicolor vivace, dove il carisma di Marlene Dietrich, tra leggenda e tempo che passa, si delinea ancor più marcato.

Controllo luce

Fine settimana Fritz Lang. In sala Valéry, venerdì scorso, è stato proiettato un altro lavoro del regista austriaco (nella versione francese, fornita ancora una volta dal prezioso archivio di Sergio). "Il testamento del dottor Mabuse", del 1933, è il secondo capitolo della saga dello scienziato pazzo che volle controllare il mondo, a pochi attimi dal Reichstag...

Welcome to (our) Hell

Ci andai vicino. Quasi indovinata la conclusione dell'avvincente rassegna anticlericale organizzata dai ragazzi della "Ferrer". Nessun ecclesiastico dilaniato, ma Satana in persona a minacciare l'intero creato. "Il signore del male" fu evocato nel 1987 da John Carpenter e alcuni suoi amici, tra cui i sopravvissuti a quel gran casino di Little China, Alice Cooper (che qui interpreta "street schizo", cioè se stesso) e una masnada di zombificati. Il risultato è un countdown electro-demoniaco che non annoia.

Maledette

Il giugno 2017 verrà ricordato come il mese di Fritz Lang. In sala Valéry, ieri sera, un'altra perla "prodotta e diretta" dal regista austriaco nel 1945, nel suo lungo periodo hollywoodiano: "La strada scarlatta" comincia come un gioco a tre e conduce alla disfatta di tutti. La malafemmina, il magnaccia e lo stupido...ma, come in ogni grande opera, i personaggi hanno contorni sfumati e su tutti incombe la società del consumo e dell'apparenza.

Il Boia ci molla

L'"Altrove" si ferma, altrove si va. Ci pensiamo Elena ed io, col prezioso contributo della Sala Valéry e dell'Archivio Sergio, a portare avanti la bandiera del noir. Più precisamente, lo stemma di Fritz Lang (aquila nera con monocolo), il quale nel 1943, assieme a "Bert" Brecht, scrisse una pellicola emozionante, dato il tema caldissimo (soprattutto per l'epoca) e la messa in scena, asciutta e potente, con un goccio di retorica, ma tanto silenzio per riflettere. "Anche i boia muoiono" è l'ingranaggio demoniaco delle occupazioni e il meccanismo eroico delle resistenze.