Come fa, più, quel pazzo?

A volte va così, torni dall'"Oberdan" che profumi ancora di Cinema. Allora, rientrato al calduccio, ancora col piumino addosso, infili un DVD nel lettore. Tante e varie forme di pazzia. Un'altra è quella che ha braccato il sig. Raab, annichilito da una società che troppo chiede e nulla offre. Bentornato Rainer Werner Fassbinder, hai portato un tuo amico (Michael Fengler), bene! "Perché il signor R. è diventato matto?", del 1969, è una pellicola diretta a quattro mani, fredda come l'amore, calda come la morte.

Lui è andato

Tra le altre, una cosa bella dell'"Oberdan" è che in programmazione può capitare un film d'autore, così, senza l'obbligo di una rassegna ad esso dedicata. Ieri è toccato a Louis Buñuel e avremmo potuto, io ed Elena, mancare l'appuntamento con uno dei registi che più ha contribuito a spingerci a questo incessante percorso cinematografico? Certo che no. Tutti in sala Merini, quindi: "El" ("Lui"), del 1953, appartiene alla prima tranche delle pellicole messicane e, secondo me, al filone meno visionario e simbolista del regista spagnolo.

A$$A$$INI BUONI

L'ultimo film visto lungo la passeggiata di quest'anno tra Venezia e Locarno, è stato un film statunitense ambiguo, incentrato sulle nuove modalità belliche di questo secolo, con le quali si può ammazzare impugnando un joystick, a migliaia di chilometri dalle vittime. Gli americani sono campioni in questo sport (ad uccidere in generale, O.K.!) e ci riescono raccontandosela, cioè attribuendosi delle regole morali (tipo mafia, altro luogo comune agghiacciante uscito alla ribalta di recente), prive di fondamento. "Good kill", del neozelandese Andrew Niccol, classe 1964.

Non tralasciar nulla

Il secondo film in programma all'"Altrove", domenica sera, per il tributo a Pietro Germi (che nacque a distanza di qualche zig­-zag tra i caruggi), è stato "Il rossetto" di Damiano Damiani, anch'esso del 1960. Germi in veste di attore, quindi; e non una comparsa, 'sta volta. Poliziesco dal risvolto rosa tenue, nonostante il rosso versato. Occhi innocenti che possono mettere nei guai, dettagli che il ladro copre a casaccio, mentre la guardia tutto ha già capito.

Quando s'incazzano le donne

Meno male che il week end genovese aveva a disposizione una chiusura degna di un cinefilo. Al teatro "Altrove" di piazzetta Cambiaso, pizze di celluloide da godere assieme ai caldi effetti e alle simpatiche interruzioni, una ventina di persone a scoprire qualcosa di più sul genovese Pietro Germi, anche le sue piccole apparizioni. "Jovanka e le altre" è un film del 1960, diretto dallo statunitense Martin Ritt, in cui Germi appare un secondo per poi lasciare campo ad un manipolo di donne contro il proprio tempo.

Wroam, tatattata tun piscchhh!!

Ve l'ho scritto che s'è trattato d'un fine settimana particolare. Sabato l'ostello della sala Negri ha dato ospitalità a Mino, il quale. assieme al sottoscritto, alle due e mezza di notte poteva solo andare a casa a guardare un film. E una serata strana cosa può far capitolare tra le pagine del 'Rofum? Un film senza senso come "Top gun", del 1986, regia dello britannico Tony Scott, tanta retorica militarista, vabbè ma questo ci starebbe, è il film per adolescenti che ancora debbono un poco sognare, sognare sbagliato, ma pur sempre un volo. Il fatto è che...che...questo film è davvero brutto.

Altro capitolo da studiare.

Week end genovese strano, calmo, ma strano. Sala Negri in versione ostello. Una VHS sempre pronta. Prima Barabba, venerdì. In proiezione un film polacco del 1981. "L'uomo di ferro", di Andrzej Wajda. Film di cronaca, di anni spesi per la libertà, pagati con la vita (anche senza morte). Mescola appassionatamente immagini realistiche a raccordi narrativi che riescono a coinvolgere.

Francofrancofrancofranco

Il terzo film del nostro sabato "veneziano", mio e di Marigrade, è stato del tutto particolare, nel benino (per me) e nel malissimo (per lei). Proveniente dalla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro (e introdotto dai curatori piuttosto pomposamente, in netta dissonanaza con la sincera umiltà dell'affascinante sala parrocchiale Beltrade), "Francophrenia" alletta subito ma delude in fretta. L'idea di James Franco, molto ambiziosa e innovativa un po'...pare indicare un percorso intrigante, senza riuscire a governare il timone;  e alla fine si gira in tondo.

"Pipa, cappello, chapeau et voilà..."

Questa sera, dopo anni in coda, sono riuscito a far accomodare in sala Uander, un artista che ha lasciato un suo segno originalissimo nel modo d'intendere l'arte cinematografica, frutto di una visione personale minimalista, anticonformista, spensierata: Jacques Tati. "Mio zio", del 1956, è uno dei suoi film più celebri. Metrica cinematografica non di altissima digeribilità, qualche ingrediente d'oltralpe un po' stagionato, ma una poetica che rimane per delicatezza e visionarietà.

Pure lui c'avrebbe riso sotto...

Ma noi avevamo ancora un discorsetto in sospeso...non me ne sono dimenticato. Procediamo. Altro film francese a Venezia 2014: una commedia divertente, dal buon tocco, comicità coinvolgente e sguardo dolce verso una coppia di sfortunati, un po' (tanto) scapestrati, ed il mondo agrodolce che li circonda. "La rançon de la gloire", di Xavier Beauvois (classe 1967), intrattiene con leggerezza, senza puntare troppo in alto, portando a casa la pagnotta ma, a noi del 'Rofum (!), non basta, giusto?...

"Stanotte: riccioli d'oro!"

Altra rassegna da seguire, al "Circolino" sopra lo "Zelig". Sir Alfred Hitchcock dimostrò, sin da questo suo "Il pensionante", muto del 1926, quanto sapesse manipolare la materia suspense, sfruttando il mezzo cinematografico a 360°, spingendosi lungo sperimentazioni tecniche che gli permetteranno di segnare la Settima Arte come pochi altri.

Ramenghi senza tempo e frontiere

La sala Uander, martedì scorso, ha fatto sedere comodamente i suoi due afecionados sul divano. In programma tre ore di Kubrick in costume, epopea di un qualunque uomo del proprio tempo, sballottato dall'indole e dal caso: "Barry Lyndon", del 1975, paesaggi incontaminati fanno da sfondo alle piccole e grandi battaglie dell'uomo.

Mordicani, ortodossi e calcio da tavola

Lunedì scorso, al "Circolino", ho assistito ad una proiezione inserita in una serata intitolata a "Gli svitati", dedicata alla "surreale e grottesca comicità italiana". E poteva restare escluso da questo appuntamento Dario Fo, il menestrello delle coscienze che vien da Sangiano? "Lo svitato", del 1956, è un esercizio di surrealismo piuttosto spinto (come dev'essere!), diretto da Carlo Lizzani e scritto a più mani, tra cui regista e protagonista, lo stesso Fo.

I Germi che verranno

Domenica pomeriggio non è bastato saltare presto su un treno, poche energie per uno "Spazio" austriaco, mannaggia. Meno male che c'è la "Uander" a coccolarmi  con un film che assieme alla sua Genova, in questi giorni, vuole essere un tributo al centesimo anniversario dalla nascita di Pietro Germi. "La presidentessa", del 1952, non è tra il lavori migliori del regista genovese, maestro in commedie dal retrogusto sociale severo. Ma rappresenta una tappa di affinamento della propria arte, nonché un omaggio alla fulgida bellezza di Silvana Pampanini, instancabile e meravigliosa attrice romana.

Il caso...di sempre

Week end lavorativo, torna in ballo la sala Negri. La VHS inserita è quella n° 20 della collana "I capolavori italiani" distribuita da "L'Unità": "Il caso Mattei" è un'altra rigorosa ed affascinante indagine filmata di Francesco Rosi, datata 1972, dieci anni dopo la nebulosa morte dell'altrettale figura dell'industriale (quindi politico) marchigiano, interpretata dal solito ineccepibile, travolgente Gian Maria Volonté.

Siamo tutti in un tanzbar

In questi giorni all'"Oberdan" è in programma una trilogia diretta dal regista austriaco, classe 1952, Ulrich Seidl. M'è capitato l'ultimo capitolo, "Paradiso: speranza" (presentato alla Berlinale '13), convincendomi con alternante equilibrio, probabilmente l'effetto voluto dal regista che punta molto sull'effetto provocatorio delle proprie immagini in movimento, con risultato positivo, ma non troppo.

L'ultimo colpo manca

Venezia, ancora. Eh sì, ancora lavoro arretrato per me. Ma ci siamo quasi, state tranquilli. La giornata più ricca, sabato 20, riservò qualche blanda soddisfazione, tra cui un film francese ben diretto, ben interpretato, intelligente ma...un po' codardo. A "Le dernier coup de marteau", diretto da Alix Delaporte, classe 1969, rimprovero solo di aver seguito, seppur correttamente, una strada più cha battuta, asfalto senza rischi che, se mette al sicuro da sbandate grossolane, non lascia il ricordo di una forte emozione.

Due volti per zero fa zero.

Dopo il piacevole week end lungo gallese (passate da Aberystwyth!), durante la quale un'altrettale chiacchierata con Barabba ci ha sfortunatamente condotto alla sua visione, io ed Elena ci siamo incamminati verso il Plinius (dove è innegabile, ouh, solo cinema di qualità...prrr!) per il film "I due volti di gennaio" è il film d'esordio di un regista iraniano, Hossein Amini, che non credo giungerà alla ribalta dietro la m.d.p. Magari mi sbaglio eh...

Concha dice sì, ma è no.

Questa sera, io ed Elena alla corte di Marlene. Sempre lei, ancora più femme fatale; dopo aver ridotto a pezzi il prof. Rath, qualche anno prima, questa volta la regina della tela potrà divertirsi, con "Capriccio spagnolo", a tramortire e poi stendere l'omuncolo di turno, tanto piccolo quanto perso. Ancora diretta da Josef von Sternberg, nel 1935, la Dietrich trovò negli echi dell'espressionismo tedesco la potenza a lei consona.

Solitudine e ambizione

Venerdì sera ha aperto i battenti la sala Town, sempre in Port Antonio, Portland, Jamaica.
Gran bella prima con questo magnetico e intrigante “Le luci della sera” (2006) di Aki Kaurismäki.
Un film sull'etica morale e sulla dignità anche di un uomo perdente, almeno secondo gli schemi sociali imperanti. Un cinema essenziale, scarno, come se immagini, dialoghi e gesti fossero passati a un vaglio finissimo per fare rimanere solo quello che è importante.