Altro colore altro regalo, la sala Uander 'sta volta si tinge di bianco, il colore del non-colore, della freddezza che indistamente tratta tutto alla stessa maniera; forse è questa l'unica possibilità di realizzarsi per quell'égalité che non trova più spazio di quel misero terzo di bandiera..."Film bianco" è un film del 1994, capitolo di mezzo della trilogia realizzata da Krzysztof Kieślowski dedicata al tricolore francese.
Extra: Shakespeare libero!
Venerdì scorso, al "City" di Genova, ho rotto il patto stretto con me stesso: vedere un film contemporaneo italiano. Per "Cesare deve morire" dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, ottima pellicola del 2012, fresca vincintrice dell'Orso d'Oro. Dopo aver visto alcune immagini del film in televisione e ascoltando le interviste ai "due registi in uno" di San Miniato, si entra in sala senza esitazione, il bianco e nero degli spezzoni divulgati, già di per sé, addita profondità e valore artistico del film; che finisce con l'affascinare il cinefilo, nel sapere dell'utilizzo, non di attori professionisti, bensì di uomini detenuti in carcere di massima sicurezza.
Extra: Scienza vs Carne
Venerdì scorso, in sala Uander, ho visto un film di cui ricordo ancora la réclame sulla Fininvest: fumo che esce da un macchinario, una cabina con linee orizzontali, e Goldblum che appare nella nebbia, nudo...non so perché (non ho mai avuto paura degli horror) ma ho sempre "schivato" questa pellicola e provato un po' di ribrezzo per l'attore di Pittsburgh. Il tempo dello sterile snobismo (tutti l'hanno visto) è finito, anche se ora so perché "La mosca" (1986) è il film più famoso di David Cronenberg: è il più comprensibile.
Extra: Wilder da Prima Pagina
Ieri, sul canale Iris, hanno trasmesso un film di Billy Wilder che, zitto zitto, ha scalato la mia classifica personale dei preferiti del grande maestro della commedia arguta. "Prima pagina" (1974), però, non può essere considerata una sorpresa, essendo diretto da un Wilder maturo (terz'ultima sua opera, tutto chiaro in mente) e interpretato da due "mattatori" d'oltreoceano: Jack Lemmon e Walter Matthau. Prima ancora di leggere, procuratevelo.
Extra: Uno spettro si aggira...l'ipocrisia.
Eccallà, ieri pomeriggio ho potuto rivedere un film davanti al quale cedetti a Morfeo dopo una giornata lavorativa...e dovevo essere proprio cotto, perché "Il fantasma della Libertà" (1974), penultimo lavoro di Luis Buñuel, è uno dei più frizzanti, ironici, sprezzanti...comprensibili film del regista surrealista spagnolo.
Extra: Scola d'arte non Fracassa
Ieri pomeriggio su Iris è stato mandato in onda un fillm del 1990 di Ettore Scola che, sulle prime, potrebbe essere relegato tra i film per ragazzi, ma che in realtà racchiude elementi d'alto cinema, nella scenografia, nella fotografia e nelle interpretazioni degli attori, che realizzano, tutti insieme, attimi di risa e di poesia. "Il viaggio di Capitan Fracassa" è un vero e proprio gioiellino della Settima.
Extra: Volemose Bene Türkisch-Deutsch
Ieri pomeriggio, non essendo nemmeno riuscito ad aprire la porta di casa e fare un passo nel corridoio, ormai conquistato da creature gialloblù, sono stato "costretto" a recuperare un film di cui qualcuno (fischiettìo...) mi parlò bene. Quindi, con due pagnotte prese nel forno lì vicino, sono entrato nell'affascinante sala di via Palestrina per vedere "Almanya - La mia famiglia va in Germania". Se non fosse che è sempre buona cosa dare una mano a cinema monosala e a produzioni indipendenti (sì, è elemosina, lo so), sarei ancora più incazzato per lo spreco di quest'ora e quaranta riempita di nulla o, peggio, di buoni sterili sentimenti. Film del 2011, diretto da Yasemin Şamdereli, tedesca classe 1973, Zaza di origine (minoranza etnica dell'Anatolia).
Extra: giallo oro alla Woody
Ieri sera, cielo grigetto e casa a soqquadro, il Cinerofum si stringe attorno alla sala Uander e opta per un defatigante Woody Allen: "Misterioso omicidio a Manhattan" è una commedia gialla del 1993 che rispetta tutti i canoni stilistici del regista newyorkese: godono gli occhi, lo spirito e il cervello. E così, per un'ora e tre quarti, io, Elena e "Pulcy" Dany (new!) abbiamo dimenticato l'ammorbamento intellettuale dilagante, la pioggerella fuori e, soprattutto, il delirio in cucina!
Extra: borghesia sterminata
Ecco, volendo cedere al vezzo di suddividere in categorie le opere di Luis Buñuel, ne identificherei tre, secondo la dose d'ingrediente surrealista presente in esse: quelli smaccatamente surrealisti ("Un chien andalou", "L'age d'or"...); quelli che, pur con elementi di forte rottura col cinema classico, ne richiamano la struttura ("La Via Lattea", "Il fascino discreto della borghesia", "Quell'oscuro oggetto del desiderio"...); e quelli aderenti ai canoni cinematografici condivisi dai più (forse "I figli della violenza", "Bella di giorno"...). Il film che ho rivisto ieri al cinema, "L'angelo sterminatore" (1966), appartiene alla seconda categoria, quella di mezzo, quella che credo di preferire (me latino codardo!).
Extra: Rossellini, come sorge il Re Sole
Il film di cui voglio scrivere appartiene al genere storico e fu ideato per essere trasmesso in televisione; ho avuto la fortuna di vederlo ieri pomeriggio all'"Oberdan" e, benché io non adori le pellicole in costume, l'ora e mezza è passata piacevolmente, arricchendomi con dettagli storici inerenti l'ascesa al potere del Re Sole e con la conoscenza di ciò che intendeva Roberto Rossellini con "TV come mezzo didattico". Tra i primi e più riusciti passi del suo progetto didattico v'è "La presa del potere di Luigi XIV", del 1966, prodotto da un canale TV francese.
Davvero affascinante ritrovarsi catapultati nella Francia del XVII° secolo tra corso Buenos Aires e Viale Vittorio Veneto...
Extra: Buñuel-Dalí coppia d'or
Ieri sera, all'"Oberdan", io ed Elena, siamo stati travolti dal surrealismo di quel genio folle che fu Luis Buñuel, coadiuvato nella sceneggiatura (e chissà in quant'altro) dal suo degno compare, Salvador Dalí. Con questi nomi altro che mezzi salvati. "L'age d'or" è un film del 1930, del quale è impossibile, nonché inutile, provare ad estrarre una trama, un filo logico (almeno secondo il senso che comunemente viene dato a questa locuzione). Hai voglia a scrivere "La forza sovversiva del desiderio amoroso raccontata attraverso diverse epoche storiche"!
Extra: Il grande Gatsby III°
Ieri pomeriggio, all'"Oberdan", sono andato a vedere la trasposizione su celluloide di un romanzo che, sei anni fa, mi emozionò molto; "Il grande Gatsby" di Francis Scott Fitzgerald, del 1925, ha avuto, sino ad oggi, tre versioni cinematografiche (una quarta dovrebbe uscire quest'anno, diretta dall'australiano Baz Luhrmann): una "muta" del 1926, andata persa; la seconda (del 1949) dell'americano Elliott Nugent; la terza, di cui parlerò in questa recensione, è datata 1974 e diretta dal regista inglese Jack Clayton. Entrato in sala, quindi, con la voglia di continuare il sogno di quell'elegantissimo e inquieto signore del primo dopoguerra, con lo sguardo sempre rivolto allo stretto di Long Island e le spalle ai suoi immensi prati curati e cosparsi di sconosciuti ubriachi e danzanti...la pellicola non mi ha deluso, il tuffo nel romanzo è avvenuto, tra strass luccicanti e dolori nascosti.
Extra: Ognun per sé, Huston per tutti
Ieri sera, il regista americano, originario del Nevada, John Huston è voluto passare in sala Uander per mostrarci quello che, da molti appassionati, viene indicato come suo film più rappresentativo: "Giungla d'asfalto" è una pellicola del 1950, in cui viene mostrata in maniera lineare e dettagliata una rapina ad una gioielleria. Il finale, ovviamente, non trapelerà da questa recensione; il piacere provato dal pubblico in sala, invece, sì.
Extra: Godard vs IBM...
Ieri pomeriggio, solo soletto, ho potuto porre un altro tassello godardiano sulla mia personale parete dedicata al creativo e stravagante regista francese: "Agente Lemmy Caution: missione Alphaville" (solo "Alphaville" per gli amici) è un film del 1965 (il nono lavoro da quel primo, fulminante, "À bout de souffle" che lasciò tutti senza respiro), contemporaneo al "folle Piero", nel quale Jean-Luc Godard è parso impiastricciarsi come un bambino (molto maturo, certo) coi colori "fantascienza", "poliziesco" e "noir". Ovviamente c'è molto altro, dietro a questo bianco e nero angosciante, nel quale si aggirano sereni e stupidi gli abitanti-prigionieri di "Alphaville"...
Colazione da Tiffany
Recensione LXXXIV:
Il Cinerofum vuole capire. La nostra iniziativa si è spesso interrogata sulle cause di un successo cinematografico che pare essere arrivato (a causa, forse, dell'evidente maturità raggiunta dai mestieranti d'oggi nel campo del merchandising), solo negli ultimi anni. Schiere di affannati a nominare Audrey Hepburn e Tiffany senza sapere chi o cosa siano, di corsa a comprare un gadget con la filiforme stella hollywoodiana (nata europea, eccome) che fuma la sua "siga" a distanza, senza aver visto "Colazione da Tiffany" (1961), senza sapere chi sia Blake Edwards né Truman Capote...scherzo dai, tutti hanno visto il film e sanno chi ne siano gli artefici.
Il Cinerofum vuole capire. La nostra iniziativa si è spesso interrogata sulle cause di un successo cinematografico che pare essere arrivato (a causa, forse, dell'evidente maturità raggiunta dai mestieranti d'oggi nel campo del merchandising), solo negli ultimi anni. Schiere di affannati a nominare Audrey Hepburn e Tiffany senza sapere chi o cosa siano, di corsa a comprare un gadget con la filiforme stella hollywoodiana (nata europea, eccome) che fuma la sua "siga" a distanza, senza aver visto "Colazione da Tiffany" (1961), senza sapere chi sia Blake Edwards né Truman Capote...scherzo dai, tutti hanno visto il film e sanno chi ne siano gli artefici.
Extra: tributo fantastico, Woody
Allora, dovete capirmi: non è cosa da poco scoprire di potersi innamorare una seconda volta. La prima quando, piano piano, presi coscienza di ciò che stava scorrendo davanti ai miei occhi: il primo film che vidi. La seconda, ieri. Arrivato a casa con gli uccellini nelle orecchie, dopo aver visto "Le Havre", ci mancava anche che Woody Allen mi stendesse definitivamente col suo dolcissimo tributo alla magica macchina del Cinema: "La rosa purpurea del Cairo", del 1985, è un prezioso gioiello che fa ridere (strano, eh?, per un film dell'autore newyorkese), commuovere e fantasticare, sì, soprattutto volare, sopra le nostre piatte vite tridimensionali.
Extra: "Miracolo" solo per l'Italia
Pomeriggio grigio freddo milanese, per scaldarsi niente di meglio che un piccolo cinema nascosto, di quelli old-style, "parrocchiali", sala minuscola e cassiere assonnato tra confezioni di caramelle...che bello il Centrale di via Torino! In programmazione, con tenacia, sempre film di buon livello. Ieri, emozionato come un bambino che sta per scartare il regalo agognato, circumnavigando parte dell'arco sinistro del Tempio di San Sebastiano, sono andato a vedere l'ultimo di Aki Kaurismäki, "Miracolo a Le Havre", facendo, come sempre, il pieno d'ottimo cinema e di sincero e giusto cuore.
Extra: Quell'oscura chitarra che suona lei
Sala Uander, ieri sera, film d'autore, Io, Elena. Solita combinazione iniziale, dalla quale, la magica macchina cinema, mescolato il tutto, questa volta ha generato: "Quell'oscuro oggetto del desiderio", Luis Buñuel, 1977. L'ultimo film del visionario regista spagnolo non delude le aspettative e, tra simbolismo inesistente e concreta conoscenza dell'incantesimo con cui una donna può incatenare a sé un uomo, lascia lo spettatore intontito e affascinato, punti interrogativi sulla testa, alcuni dei quali sapientemente rimossi all'istante, altri che rimangono lì...
Extra: Il "minore" di Kaurismäki
Fiùùù, che sospiro di sollievo; ora vi spiego perché. Come ormai saprete, la sala Uander è completamente assuefatta dal cinema di Aki Kaurismäki, freddo fuori, caldo dentro, e io ed Elena ormai sembriamo due segugi intenti a spazzolare tutta la filmografia del grande regista finlandese (alla ricerca, tra l'altro, del suo primo passo falso); proprio seguendo questa pista, ieri sera, ci siamo imbattuti in questo "Los Angeles senza meta". Mai titolo più azzeccato, quindi, sia per classificare la nostra metodologia di ricerca poco accurata, sia, purtroppo, per descrivere la pellicola che ci si è sbobinata davanti...
Extra: quando Rossellini giocò (neppure tanto...)
L'altro ieri il Cinerofum s'è bardato per bene, giubbotto pesante, sciarpa e cappellino, per andare all'Oberdan a vedersi un Rossellini dal titolo tutt'altro che roboante; una pellicola che, di certo, non viene annoverata tra i suoi Grandi Lavori ma che, nella sua leggerezza, sottende temi profondi e, soprattutto, lo stile delicato-incantato-vero del regista romano. "La macchina ammazza cattivi" è una favola ambientata in una meravigliosa Maiori (vicino ad Amalfi), iniziata nel 1948, finita nel 1952, con tanto di morale finale.
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