Complessità alla terza

Storie da Cinerofum. Due giorni fa Ele ha improvvisamente deciso di organizzare una piccola rivolta in sala Valéry: stop remore, basta rispetto! Due tizi di là...e chi se ne frega! Guardiamoci un film! Non ero mica pronto. Così è stato per puro caso che ci siamo imbattuti in John Schlesinger (1926-2003), regista e attore londinese che nel 1971, con "Domenica, maledetta domenica", raccontò realisticamente e con dolcezza un triangolo passionale complicato.

Versi di caruggi

Sul finire dell'anno (già, siamo ai recuperi del 2017), più precisamente la sera del 5 dicembre, trascorsa in parte con la famiglia Baracchino quasi al completo, siamo riusciti a intruppare Elena, Baraka e il sottoscritto direzione "Cappuccini". L'appuntamento è con "Bob" (2016), documentario biografico del genovese Fabio Giovinazzo dedicato a Roberto Quadrelli, cantante dell'underground sub-Lanterna anni '90 (uomo di fronte dei mitici "Sensasciou" col loro "trallamuffin"), braccato da un male tosto in vista del 2000, ma sfrontato come una volta dinanzi alle ipocrisie...tutte, sociali artistiche esistenziali.

Radio Polonia Libera

Quest'inizio di anno è stato all'insegna del cinema polacco, non c'è che dire. La settimana scorsa, dopo un film, bellissimo, scritto e diretto da Krzysztof Kieślowski, ne è seguito immantinente un altro (altrettanto valido, per me). "Destino cieco", del 1981, è un film sull'inesorabilità delle odierne e costrette esistenze, cui "Il caso" del titolo originale spesso fornisce l'alibi di un disastro, ma che qualcos'altro rende ancora più subdolo e dispotico: il controllo e la repressione sociali.

Sguardo di vetro al cuore

Un cofanetto verde "Ritratti - Krzysztof Kieślowski - Inediti", fornito da Marigrade fonte inesauribile, ha permesso alla sala Valéry di cominciare l'anno in nome del cinema d'autore. Nonché di ritrovarsi a chiacchierare col regista polacco così attento all'"inquietudine morale" che attanagliava il suo paese alla fine degli anni '70. Assieme a Wajda, tra gli altri, ben determinato a sondare gli effetti dell'ormai ramificata e morbosa socialdemocrazia, nel 1979 realizzò, prima di tutto una dichiarazione d'amore per il mezzo cinematografico, medium magico e prezioso, rivelatore (più ancora che rappresentante!) dei nostri invisibili moti; inoltre compose un toccante affresco di individui mai liberi, sempre braccati: "Il cineamatore" (t.o. "Amator": in quei luoghi, quando dicono amo, intendono il cinema...).

Lavoro e progresso...

Con lo scoccar dell'anno la sala Negri è tornata. Pur nel gelo di lassù, dove il vento sibila tra le palpebre delle verdi persiane, è stato magico impugnare la VHS 180, con su l'etichetta "L'uomo di marmo" - Andrzej Wajda (1977), e infoderarla nel fedele marchingegno. Poi il volume al massimo a recuperar le parole, il catodico che rilascia colori originali, tutti suoi...un polacco in videocassetta nella sala Negri, dicevo, non ha prezzo. Ancora una volta, come nel seguito "Di Ferro, il regista di Suwałki sfoggia la sua maestria nel "manipolare" il passato, in senso buono, come chi conosce la materia del ricordo (nazionale) e prova a renderla "senza orpelli": fine ambizioso quello di un "film onesto su quegli anni", soprattutto nel pantano delle socialdemocrazie, ancora vive nel '77.

Tempeste raccolte

Ieri pomeriggio (era il 26.12)...boh. Si era in casa, gelo pioggia. Vado al cinema a vedere l'unico film "presentabile" nelle sale italiane, un libanese. Un invito a Marigrade e, nella Sala 2 dell'"Ariston" si è, appunto, in 2. Non in totale poiché, in verità, di gente ce n'è. "L'insulto", scritto e diretto da Ziad Doueiri (Beirut, 1963), è un film a sfondo sociale ambientato in una delle aree più segnate dall'odio etnico e religioso (in realtà autentico odio economico, foraggiato da interessi di stato, prima, e multinazionali, poi). Da un fatterello, un tubo!, ad un sadico processo di "interesse nazionale", ecco a quale progresso sono giunte le nostre gloriose civiltà.

Il vuoto, questo conosciuto

Il Premio della Giuria a Cannes 2017 non ha certo fatto gola al pubblico. Ieri pomeriggio, a vedere "Loveless" di Andrej Zvjagincev, tre anime nella spaziosa Sala 1 del "City" (peut-etre que tutti l'avessero già visto...). Va detto che, se il film russo sul piano visivo porta un'ottima fotografia cupa e compatta e, su quello contenutistico, picchia duro come deve, d'altro canto lo fa lo fa senza mostrare toccare vertici lungo il percorso, senza scorci indimenticabili, senza alcun tono prezioso che gratifichi; ma anzi, appiattendosi su un racconto piuttosto didascalico, vittima esso stesso del vuoto raffigurato.

Ammazza, il progresso!

Il cassiere, grasso e cornuto, più antipatico della Liguria continua a secernere scorbuto? Un cinema, il "Corallo", trova tutti i modi possibili per far pagare 10€ qualunque film (eventi speciali, prime, primissime e primizie...), financo quelli di un certo Berner? Beh, riprendo i sacchi dal bancone e corro in sala Valéry, certo più rispettosa verso i rari cinefili che s'aggirano per le strade gelate. Sul tappetino bianco, dove quasi vivo, cado sempre morbidamente: difatti "Home", del 2008, sua opera prima, permette di rivedere Ursula Meyer, la regista franco-svizzera di Besançon che ci colpì col suo notevole secondo lavoro. Racconto al limite del surreale, se non fossero questi i tempi e i luoghi di una vita impazzita, di esistenze spinte al limite da un progresso che è sempre più involucro vuoto, con all'interno mattoni truffa che simulano un peso affettivo che non c'è, e che d'altronde imprigionano ed isolano, al grido di Infrastrutture!, ogni immaginazione possibile. Sino alla sterilità cerebrale: cioè come ci vogliono.

Gatta senza zampino

Altre "Dive" sulle sponde di celluloide esplorate dai ragazzi dell'"Altrove". Anche Jane Fonda, figlia di Henry, altalenò sulle onde di pellicola dagli anni '60 in poi...senza più andare a fondo. Nel 1966 fu suo marito, Vladimir Plemmianikov, più noto come Roger Vadim (1928-2000), ad offrirne generosamente al pubblico, per la seconda volta, freschezza e passione. "La calda preda" è pallina rosa di stercorario che, a precipizio giù dal monte Passione, si fa lava rossa incandescente che tutto incenerisce. Peggio per la protagonista, che si credeva al sicuro tra le solide mura, in realtà vuote dentro, dei nuovi castelli borghesi.

Le giostre del ricordo

Venerdì scorso Cinerofum in trasferta come ai vecchi tempi. Pulcy Dani, Elena, Albert Monz ed io...gotto di rosso in fondo a via del Molo, poi attraverso tutti  i Caruggi, per giungere dinanzi al "Sivori" per l'ultimo di Woody Allen. Addirittura la paura che i posti finissero. Ma nessuna coda per l'ottuagenario regista newyorkese che, quei "vecchi tempi", li sa raccontare come pochi altri; rendendo il colore lontano e la luce immaginaria dei ricordi, insomma l'imponderabile gioia dei dolori dxi una volta: "La ruota delle meraviglie" (t.o. "Wonder Wheel").

Donna di Picche-Fanti di cuori: 5-0

Altra gran Jeanne Moreau alla rassegna "Intolerance - Dive" del lunedì sera. Due giorni fa, l'attrice parigina, dopo essersi presentata platinata e giocatrice all'aperitivo, è tornata alla soirée tutta vestita di nero, poi di bianco, poi di nuovo...accecata dal dolore, armata dalla rabbia, avrà 5 tappe per giungere alla meta: vendetta per tutti coloro che le infransero il sogno. "La sposa in nero", del 1968, scritto e diretto da François Truffaut, è un thriller, un film d'azione, come preferite, che può facilmente essere considerato una delle congiunzioni che portarono da Hitchcock a Tarantino...

Il vuoto a "giochi fatti"

Belle queste "Dive" che quelli dell'"Altrove" ci stanno proponendo nelle loro consuete rassegne "Intolerance". Ieri, per esempio, abbiamo passato la serata con la grande Jeanne Moreau (scomparsa lo scorso luglio quasi nonagenaria), la quale, prima di farsi noir per la macabra revanche, durante l'aperitivo ha sfoggiato una veste di blonde femme fatale schiava del gioco d'azzardo: "La grande peccatrice" (t.o. "La Baie des Anges"), scritto e diretto nel 1963 da Jacques Demy, è un'effimera corsa attorno ai tavoli da gioco, roulette farabutta che già, assieme al dolce dell'incontro, mescola l'amaro del distacco.

Due sogni distanti

Lunedì scorso, alla "rassegna dedicata alle grandi Dive del cinema degli anni ‘60 e ‘70" organizzata dai ragazzi dell'"Altrove", altra meraviglia femminile: Claudia Cardinale  caravaneggiante lungo la via Emilia, dalle balere romagnole sino alla Spider di qualche giovane viziato dal Casato, scuoterà il cuore di un ragazzo francamente non all'altezza. "La ragazza con la valigia", diretto da Valerio Zurlini nel 1961, ci mostra questo subbuglio senza età, oltre ad una prevaricazione senz'epoca.

Noi, ipocriti felici

Oh. Ogni tanto un diverso compare all'orizzontale. Quasi in sordina sta passando nelle sale l'ultima "Palma d'oro". Un freddo venerdì può essere ben speso con percorso cinematografico originale (scandinavo), graffiante e provocatorio. "The square", diretto dallo svedese Ruben Östlund è un ottimo strumento audiovisivo per rilevare tracce di profonda ipocrisia nell'aria (compresa la sala del cinema).

Pourquoi l'absence...

Ieri pomeriggio è tornato a trovarci Jacques Demy (scénario et dialogues). Ancora una volta una storia rosa, chicca all'amarena, dove la danza de l'Amour risente dei logoranti rallentamenti e degli improvvisi stop di gente ed ambiente: giudizi e giudici (regole e leggi!), parenti e semplici spettatori. Nel 1964 il regista francese mise in scena e in musica, in maniera originale, una partenza, un'assenza e un ritorno: "Gli ombrelli di Cherbourg" (t.o. "Les parapluies de...").

Largo passa la storia

Ieri sera, in fuga da tutto, dalle 3 pappine del Dall'Ara, dal gelo in casa (0,4 bar che lampeggiano) e da una film che non s'ha da fare (boicotta "Amor Y Anarquia" della infame Agustina Macri), gli "Amici del Cinema" sono stati gli unici a scaldarmi un po'. Non tutto è farina loro, certo, anzi grosso del merito va a Max Ophüls che, ancora una volta, nel 1940 riuscì a mettere Edwige Feuillère in condizione di mostrare tutta la sua arte. "Da Mayerling a Sarajevo" è un ottimo sguardo tra Storia ed Amore, valevole per tutte quelle volte che questi...s'intrecciarono a morte.

Gatta che ammazza

Al secondo appuntamento con le "Dive", lunedì scorso, all'"Altrove", Elena ed io ci siamo imbattuti in un'altra parigina dell'élite cinematografica: Catherine Fabienne Dorléac, a.n.c. C. Deneuve. Ancora una pellicola tagliata su misura per la femme protagonista, questa volta l'abile sarto fu Roman Polański che, nel 1965, al suo secondo lavoro, confezionò la celebre "Repulsione" che portò ad una piccola ma scioccante (e "bellissima") strage.

BB Splendida Stupida

All'"Altrove" ancora chilometri di pellicole sperando di riaverle ancora qui. Chi? Ma le Dive, no?, quelle attrici che con la loro aura superavano i limiti stabiliti dalla loro professione, seppur spettacolare e ingombrante, e dalle loro curve (perché, ognuna a modo loro, suggeriva percorsi mozzafiato). Regina indiscussa dell'arrunchio cinematografico degli anni '60, a celebrare l'inizio della rassegna non poteva che essere lei: Brigitte Bardot. Diretta nel 1963 da Édouard Molinaro, fu "Una adorabile idiota", adorabile senza dubbio, idiota neanche tanto...

2Pac Amaru on the Streets

Giovedì sera scorso si sono riuniti una seconda volta "Grimaldello", "Fronte Degrado" e "Ghetto People" (quest'ultimo ancora in veste diafana). Il risultato è stato la proiezione di "Alle eyez on me", pellicola biografica sulla figura del mitico rapper statunitense Tupac Shakur, a.k.a. 2Pac (1971-1996). Cresciuto tra le giuste rivendicazioni delle Black Panther (sua madre, Afeni, attivista delle "Panther 21" incarcerata, porterà avanti, vincente, sia la propria difesa, sia la gestazione del figlio), gli infuocati conflitti socio-razziali dei "ghetti" delle metropoli (Harlem, NY, e Los Angeles: ergo East & West Coast, leggi dopo) e quelli economici scoppiati tra le principali discografiche delle due coste americane. Il film, a quanto pare, ha coinvolto solo me, forse per la mia precoce passione per il rap (lo ammetto, "in camera" avevo gli "altri", Puff Duddy & Notorious B.I.G.); per i più, il biopic diretto da Benny Boom, 46enne di Filadelfia, qui alla terza "fatica", non rende assolutamente la complessità del leggendario rimatore di origini afroamericane, rimanendo su quella superficie che trascina al botteghino, ma senza dire troppo...

Nebbia tutt'attorno

Sabato triste, quello appena trascorso. Zena imbrattata di nero, tra carogne che brindano e boia che proteggono; ferita aperta da cui chissà che sgorgherà. Pieno di rabbia e interrogativi, mi dirigo verso gli "Amici del Cinema", verso una di quelle sale che, come spesso accade, sole sanno darmi il giusto respiro. In programma la sensibilità profonda e lo stile pulito di Max Ophüls che, con "Tutto finisce all'alba" (t.o. "Sans lendemain"), diresse nel 1939 una straordinaria Edwige Feuillère, qui nei panni d'una donna e madre affetta da un amore classicamente impossibile.