Nelle sale ha fatto capolino una proposta che abbiamo subito accettato. Dall’attrice californiana Kristen Stewart un esordio interessante, di certo coraggioso. “La cronologia dell’acqua” (2005), tratto dal romanzo della scrittrice Lidia Yuknavitch (1963, anch’essa californiana), racconta di una bambina, di una ragazza, di una donna. Sempre la stessa, attraverso le sue dolorose esperienze.
Nelle “Certain Regard e “Camera d’Or” di “Cannes 2025”, distribuito da “Wanted”, “Losange Films” e tanti altri, si muove bene l'attrice regista di Los Angeles. Osa pure, con inquadrature e montaggio autoriali dal forte retrogusto indipendente (finalmente). Paura e scisto. Ripercorsi i capitoli di un’apnea esistenziale. I. “Trattenere il respiro”. Giochi sotto la doccia. Madre assente, padre manipolatore (scorbutico e anche un po’ porco). Inizia insistente su questa sua audace metrica blu (voci fuoricampo), per poi sgranchirsi e irrobustirsi come il corpo della donna protagonista. Repressione ed esplosione famigliare: sesso, alcol, droga. “Mamma” è soltanto più corta di “dipendenza”. Più lacrime che sorrisi. II. “Nel blu”. In profondità colorate, pubblicare o perire. Gli eredi di Ferlinghetti, LSD, psilocibe, san Pietro. Sperimentazione: un romanzo collettivo. III. “Bagnato”. Jim Belushi tra “L’urlo e il furore” (rielaborare Faulkner è una banalità). Altra esperienza fuori da sé. Non trattenere nulla, tranne l’acqua. IV. “Rinascita” ma sempre sperma e birra in poetry slam (vodka!). Reminiscenze dolorose, melanzane avvelenate. Col successo …V…VI. “The other side of downing”, di male in peggio. Il trucco parrebbe inventarsi stronzate, ma in effetti “non è lusinghiero”.
(depa)


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