Cimitero di pupazzi

Solo soletto in sala Navetta, “by Useless” un DivX con “Il seme dell’uomo” (1969) di Marco Ferreri, che si può non proiettare. Ci perdonerà il nostro stimato regista, anche stavolta così attento all’amalgama di colori sul proscenio. Un distopico grottesco esplicito, con l'uomo come unica e sola calamità di questo pianeta.
“E con Annie Girardot”, un suo soggetto, sceneggiato con “La tregua di 35 anni interrotta, come mai?” Tra immagini di repertorio di guerra e di pestilenze, volti di sopravvissuti mentre suona “La collanina” di Gabriella Ferri. Si parte dall’autogrill “Pavesi”, quello nel Mezzogiorno, con 400km per giungere a casa. “Zona operativa”, posti da cavie. Scienziati e militari confessano che “è successo quello che doveva succedere”: lebbra, colera, tifo, peste. Per queste ti danno una pastiglia. Per il resto “dovrete arrangiarvi” (come gli antichi). Crudeltà e necessità (bruciare i morti). Immagini disperate: Londra brucia secondo la pianificazione di cervelli elettronici senza dubbi, né scrupoli. E il “Va pensiero” calza proprio in questo requiem d’una “civiltà distrutta”. Povero Papa, pure lui si pente dei peccati. E ci ha messo un po’, il nostro, a “curare” la sua Dora. Museificare, l’unica idea. La pistola rossa a pois bianchi di Dilinger è risorta. Dopo la balena, in una Dora “poco collaborativa”, compare la gelosia. “…uomo” da intendersi come specie. Marche per réclame e slogan pubblicitari ciò che resta. Ferreri si confermò il più indipendente (e solitario) dei registi italiani.
(depa)

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