Questo mese nelle sale anche un film dalla Romania, col suo cinema
ben saldo al presente. “Tre kilometri alla fine del mondo” (2024) di Emanuel
Pârvu, regista classe 1979, che con questo terzo lungometraggio ha concorso per
la Palma d’Oro, parla di omofobia strisciante, visibilissima quando si tira in
piedi.
Bracconieri. Barca. Spritz. Cinema d’amore nelle notti prima degli esami.
Ritmi da delta danubiano, impersonificati nei modi del commissario di polizia.
Pacatamente, con tono gentile, che ci pensa l’odio per il diverso ad accelerare
il battito. “Sai cosa devi fare”, dice lo sbirro al padre, che significa
l’opposto. Ma anche la madre e il prete sapranno come reprimere (forse il
vaccino per il covid?). Povero Adri. I padri possono essere perniciosi, come in
generale l’esasperazione dei genitori. Ma, attorno al fatto (una tenerezza),
c’è tutta la comunità attorno. Sotto la luce abbagliante, la palude. Ancora una
volta, unica soluzione: via da tutto. Parvu si cimenta in una buona regia e
nella scrittura consapevole; poche chiacchiere, che l’abominio è lì e fa da sé.
Peccato che domenica sera nella Sala 2 dell’“Ariston” fossimo in tre.
(depa)


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