Ieri sera, complici il festeggiamento per il trasferimento del buon Aporty sul divano della sala e il brontosauro al sangue donato dal Dudy e preparato da Elena, è saltata la mia visione in trasferta del lunedì, tramutandosi con piacere in un ritorno della "Uander" sulle pagine del 'Rofum, con piccolo pubblico composto da tre lettori di Bret Eston Ellis. Quale occasione migliore, quindi, per vedere o rivedere la trasposizione del suo romanzo più celebre, "American Psycho", diretto dalla canadese figlia d'arte Mary Harron?
Tutto buono, gnam gnam!
L'ultimo film che vidi, in senso cronologico, alla rassegna veneziana-milanese di quest'anno (ma da Locarno), è stato quello che diverrà un classico filmone di gran successo al botteghino, imperniato sui buoni sentimenti quasi disneyani, con un cast che possa far gola a tutti i tipi di pubblico, per etnia e classe sociale. "Amore, cucina e curry" (originale "The hundred-foot journey"), diretto dallo svedese Lasse Hallström, è un fantasmagorico film tra H. e Bollywood, tra nouvelle cuisine e pollo tandoori.
La luce rossa, la luce rosa...
Ieri sera intermezzo rosa all'interno della rassegna veneziana. Anche per rassicurare l'"Oberdan" (non che ne abbia bisogno) circa la mia fedeltà, mi dirigo stanco ma deciso verso la sala Merini, dove verrà raccontata, con taglio documentaristico, l'epopea delle gemelle Fokkens, veterane del noto quartiere a luci rosse della città sull'Amstel; "Meet the Fokkens", del 2012, di Gabrielle Provaas e Rob Schröder. C'è anche Elena con me, attirata da... !?
Musica e corpi di Maria Fux
Ed ecco che, a metà rassegna, io e Marigrade, seduti nella solita seconda fila a sinistra, un po' stanchi a causa dell'ora tarda, ci troviamo di fronte autore e produttore di un documentario su una nota figura della danza argentina (ma non solo). Buenos Aires, sì, anche se "non è tango" e si rassegna la mia compagna di cinema (appassionata di tacchi alti e rose tra i denti); ma l'animo è sgombro, e Maria Fux, arcigna dolce classe 1921, pare proprio una tipa giusta..."Dancing with Maria" si rivelerà essere l'opera più emozionante della rassegna. Merito degli autori (regia di Ivan Gergolet, Monfalcone, 1977) e del carisma quasi irreale della protagonista.
Nessun enigma, il nostro libro
All'Eliseo di Via Torino, a Milano, io e Marigrade ci siamo imbattuti in una pellicola serba mostrata alla Settimana della Critica, che narra dell'ennesimo Mowgli, cresciuto però tra lupi balcanici e nevi copritutto: "No one's child" ha il merito di costruire coi dettagli ma di non perdercisi, nel coinvolgere con una storia complessa, senza sfociare nella fredda disamina sociologica. Di freddo, c'è già l'animo umano, da sempre il peggiore e insulso tra tutte le bestie. Regia dell'esordiente Vuk Ršumovic, classe 1975.
Quando vuoi...
Nella sezione "Giornate degli autori" del festival di Venezia di quest'anno, figurava anche un film israeliano che colpisce l'alternanza di ironia e dramma, la sapiente mescolanza di grandi domande e piccoli sorrisi: "The farewell party" ha vinto facilmente il premio del pubblico, a mio avviso, proprio per la capacità di divertire chiunque (sin dalla primissima sequenza), tipica di certo cinema israeliano, pur aggirandosi, con buon tocco, tra vecchiaia, malattia, sofferenza e morte. Regia a quattro mani di Tal Granit e Sharon Maymon.
Recuerdo amaro
A Venezia, quest'anno, nella sezione "Giornata degli autori", è stato presentato un film francese, dal sapore tutto cubano. Visceralmente legato a quell'isola che più di altri luoghi, ha saputo condensare in sé caratteri, ritmi e culture del tutto particolari. "Ritorno a L'Avana" ("Retour à Ithaque"), diretto da Laurent Cantet, è una delle tante storie di chi se n'è andato e di chi è rimasto, esuli e falliti, col groppo carico di ricordi e rimpianti.
Non sbattete quella porta
Martedì sera, seconda giornata di rassegna veneziana; al secondo spettacolo, nel tumulto della fescion nait milanese, una sorta di delirio per rincoglioniti, c'è anche Elena a tenere compagnia a me e Marigrade. S'è schivata la mezza boiata cinese precedente e dovrà vedersela con "Melbourne", pellicola iraniana diretta dall'esordiente Nima Javidi, nella selezione della "Settimana della critica".
Siamo tutti un po' Solo
Dopo un sabato vissuto da
leoni (giamaicani), la domenica sera ero decisamente cotto, così ho deciso di
buttare su un altro filmetto nella piccola, ma accogliente, Sala Roots.
“Nirvana” (1997) è il primo film che vidi di Gabriele Salvatores,
quando ero ancora uno sbarbatello che ignorava la bellezza e la varietà di
questa arte che noi 'rofumanti tanto amiamo…
Una melodia, una storia
Nella sezione "Orizzonti" di quest'anno (stiamo parlando della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia), era presente un bel filmetto senza troppe pretese, utile a ricordarsi che si può fare un film senza strappare dollari e lacrime, ma ricordando quant'è bello un racconto, quant'è bella una canzone. "Jackie & Ryan", opera seconda della statunitense Ami Canaan Mann (figlia del più noto Michael).
Una storia già morta, anzi non
Io e Marigrade siamo appena tornati da una di quelle visioni che, nel panorama veneziano, rappresentano sempre un piacevole diversivo. Se poi lo statunitense Joe Dante, annata d'oro 1946, sfodera un horror sanguinolento e gustoso come un bloody mary, allora svestiamo più che volentieri le maschere dei rompipalle della Settima e, assieme a tutta la sala, ce la ridiamo e sussultiamo di grossa. "Burying the ex" è un film per tutti, con più di una metafora facilmente aggrappata al pazzo mondo dei morti viventi. Molto popoloso, a ben vedere.
(da) dimenticare
Il secondo film che mi è capitato sotto gli occhi a "Venezia 2014" è cinese, sorta di thriller psicologico, volutamente oscuro, speranzoso di stupire, incentrato sulla ferita rossa, sempre aperta, sul passato della Repubblica Popolare Cinese. "Red amnesia", diretto da Wang Xiaoshuai, non mi ha per nulla coinvolto, la molla si carica si carica, l'attesa sale...ma finirà tutto nella più banale e confusionaria sceneggiatura.
E via per mare! A bagno...
Ed eccoci al consueto appuntamento con "le vie del cinema". Nel 2014, la mia personale camminata cinematografica tra Venezia e Locarno parte da quest'ultima località. Prima tappa "Fidelio, l'odissea di Alice", pellicola francese tutt'altro che avvincente, salpa bene per mari e corpi affascinanti, naufragando sotto una sceneggiatura che dire superficiale è poco. Altro che profondità oceanica. Esordio di tal Lucie Borleteau.
Girala come vuoi
Il secondo lungometraggio del regista statunitense Jim Jarmusch, "Stranger than paradise", è un bel vagare a vuoto che sa di nuova ondata d'oltreoceano, con tre interpreti in tutto, tutti bravi, uno su tutti; personalmente, ritengo però che mostri qualche cucitura di troppo nella sceneggiatura, non perché si vaghi senza senso, ma anzi, perché non sia stato in grado di raccontarlo.
Mario contro gli USA
Ueilà ‘rofumanti! Com’è? Ecco
la mia prima recensione direttamente dalla terra di Jah!
Giovedì sera, in Sala Roots (alias
la mia nuova abitazione in Port Antonio, Portland, Jamaica), ho buttato sul mio
piccolo schermo un Mario Monicelli. “La
mortadella” (1971) è una pellicola frizzante soprattutto per la prestazione
di Sophia Loren, ammagliante in certi sguardi, accattivante nella recitazione e
amabile nelle esibizioni canore. Interessante la critica che Monicelli muove nei
confronti della società USA, capitalista e meschina, ma anche ai movimenti di
ribellione italiani degli anni ’70, basati su sani, ma fragili principi.
Questo sì che è un matrimonio
Settimana scorsa, come sapranno i pochi cinerofumiani sparsi per il globo, è stata settimana di Jim Jarmusch. Come non parlare, quindi, di "Coffee and cigarettes"? Sorta da un cortometraggio del 1986 e cresciuta sino al 2003, anni in cui s'arricchì di tanti altri affascinanti episodi, divenendo una pellicola che, proprio come quel thè dall'ancora minor senso dopo questa visione, "è buona qui, è buona qui": negli occhi e nello spirito.
Tutti noi gridiamo per il gelato!
Questa sera, ancora Jarmusch. Ed è stato un piacere, perché il film è uno di quelli che viene voglia di raccontare ad un amico: "Daunbailò", del 1986, confermò la voglia e la capacità di Jim Jarmusch di raccontare storie e personaggi con tratto leggero, ironico e semplice. Spingendo al sorriso, ma con retrogusto che si di "gioco alla vita", cui partecipare, in ogni caso.Vale la pena di volare
Martedì scorso, in sala Uander, si è proseguito il discorso Alain Resnais, doveroso dopo la scomparsa dell'elegante e vivace regista francese, avvenuta a Marzo di quest'anno. Anche Elena davanti alla rappresentazione de "Gli amori folli" (2009), così alieni da calcoli precisi, così belli da vivere e...osservare.
Gambini era uno squilibrato!
Quella di ieri sera è stata una sorta di prova del 9. Dopo 7 anni, intensi, intensissimi, io ed Elena ritorniamo di fronte a quel film che, ai tempi, mise lei in guardia da me, e me dai consigli di Marigrade. Usciti dall'Anteo, in quel 2007, lei mi guardò strano, io telefonai alla consulente, seppur personalmente soddisfatto. Ebbene, "Il grande capo" (2006) di Lars von Trier, pare essere maturato col tempo, per entrambi! Incredibile.
Gli incubi di Noodles
Serate di grande cinema in sala Uander. La scorsa solitaria settimana s'è conclusa con un celebre, quanto lungo, film Sergio Leone, del 1984: "C'era una volta in America" è una delle tante, ma ricostruite come poche, epopee di un uomo qualsiasi, nato e vissuto in epoca e luoghi unici, la New York della metà del '900.
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