...per la nuova, sontuosa ma tenace, signorile ma operaia, sala Valéry (ne vedrà delle belle). Il primo film proiettato, che rimarrà negli annali consultabili dai futuri ricercatori appassionati di Cinema (...), in data 22 Giugno 2015, è stato, per puro caso televisivo, "Django", diretto dal romano Sergio Corbucci nel 1966. Western portato alla ribalta dal recente, omonimo e liberato (ma molto slegato), colpisce per la cura nella costruzione del personaggi e dell'atmosfera: cupi, tosti, sporchi di fango, intrisi di sangue, crivellati.
Isola Memoria
Quinta e ultima pellicola della mia prima giornata di Trieste FIlm Festival 2015, è stata "Naked Island" ("Isola Calva", "Goli" in originale), documentario in concorso, diretto dalla croata Tiha K. Gudac, su di una delle tante tragedie di cui s'è lordata la tremenda pagina umana. Campo di concentramento della peggior specie, ai tempi di Tito, dove uomini e donne furono trattati e ammazzati peggio che topi.
L'ombelico del tondo
Il quarto film visto il primo giorno dello scorso Trieste FF è stato "Viktoria", pellicola bulgara diretta dalla regista Maya Vitkova (Sofia 1978). Uno dei pochi film che, a questa edizione del festival dedicato al cinema dell'Europa dell'est, mi ha fatto infuriare, finalmente come una bestia.
Smemorandum
Il quarto film del primo mio giorno allo scorso Trieste Film Festival è stato un documentario serbo-rumeno, diretto dal regista serbo jugoslavo, classe 1960, Sinisa Dragin: "The forest". Tragicomica epopea, purtroppo realissima, dei popoli naufragati nella palude della torbida personificazione di un'idea pura.
Statue grigie su, sogni belli giù
Il terzo film visto all'ultimo Trieste Film Festival (2015) è stato il serbo "Il monumento a Michael Jackson", di Darko Longulov (classe '63), tragicommedia divertente che intrattiene e, proprio sul finale, si toglie la soddisfazione di spingere ad una riflessione tutt'altro che superficiale.
Smontare il montabile
Quella di giovedì scorso, come ho già scritto, è stata una buona serata di cinema, caratterizzata dalla visione di due pellicole di due buoni autori; il secondo spettacolo, sempre al City, offriva l'ultima opera del gallese Peter Greenaway, "Eisenstein in Messico", con tutti i colori cari all'autore, tutte le sue luci, le sue insistenze e provocazioni. Viaggio caleidoscopico nel Messico e nell'idea di passione e morte con cui quel paese volge lo sguardo al sole; ma anche racconto intimista su di una scoperta di sé che, in soli dieci giorni, sconvolse il regista russo, teorico maniacale del montaggio sino a non riconoscersi, a non comprendersi come summa di tutti i propri istinti e di quell'Altro...
Splendido orrido
Ieri sera è stata una di quelle che piacciono a me. Intendo la sera. Intendo al cinema. Arruolata la fedele Marigrade che, pure a Genova, è l'unica che mi assiste (e viceversa). Comunque, eccoci al "City" per vedere un film di cui mi parlò vagamente Mino tra una gastrite ed un piatto del Fabbro. Leggo il regista e non ho più dubbi. Dal regista che presentò quell'intenso e audace scorcio sull'orrido statunitense, a Venezia 2012, mi aspetto grandi cose. E anche "Louisiana - The other side", di Roberto Minervini non ha tradito.
Oohh memì signù!
Determinato a ritornare rapidamente su sentieri cinematografici, anche l'ultimo di Nanni Moretti può andare bene. Non che non mi fidi del regista prematurato in alto a destra ma, per andare sul sicuro, mi terrei ben più lontano da un film con la pummarola (ueh italiana!). Qualcuno me ne parlò, non dirò benissimo, ma in alcuni casi senza troppe insofferenze...eppure questo "Mia madre", a me è parsa proprio 'na ciofecata pesante. Io, per mettere in guardia chi sta entrando in sala, mi limiterei a dire: "sappi che non è un Moretti"...perché nessuno ha avuto tale accortezza nei miei confronti?
Altro volo in altro Ghibli
In questi giorni al cinema Sivori c'è una rassegna dedicata al disegnatore e regista giapponese Hayao Miyazaki. Io, martedì scorso, mi sono imbattuto nel film d'animazione di un membro del suo entourage, Yoshifumi Kondō; "I sospiri del mio cuore", del 1995, è una storia d'amore adolescenziale, che diventa racconto di più ampio respiro sul arte, sulla sua componente fantastica, sulla vita come scoperta quotidiana.
Heart, Wind & Fire
Torniamo un po' al Trieste
Film Festival 2015, mica mi son scordato. Il secondo film visto, nella sala
Tripcovich del capoluogo friulano, fu "In the crosswind", del
regista estone Martti Helde, classe '87. Sontuosa e atroce passerella fotografica,
in rigoroso bianco e nero, che ci mostra la deportazione estone iniziata nel
1941. Occhio e spirito vanno a braccetto, sollevandosi in un grande esercizio
d'arte e sprofondando nell'abominevole indole umana.
A' la goiça, Emir!
Chi se lo scorda quel "Gatto nero, gatto bianco" del 1998, visto in un cinema di Via XX che non c'è più? Tremendamente giovani e casinisti, la galleria era nostra. Per qualche motivo, a ben pensarci, ignoto, il regista jugoslavo Emir Kusturica ci trovò pronti ai nastri di partenza, decisi a celebrare la fanfara di sentimenti, costumi, espedienti e pollame della cultura zigana. "Pitbull...".
Pim pum duro, batte il tamburo
Qualche settimana fa, un bel trio s'è presentato al Cinema Cappuccini, in
quella suggestiva piazzetta tra il livello del mare e le antenne del Righi: Elena, Marigrade ed io, col solito ritardo snobistico, siamo pronti. In
programma il discusso "Birdman" (2014), del regista messicano,
classe '63, Alejandro González Iñárritu. Pluripremiato agli Oscar, ma non solo,
è riuscito nella stravagante ed inaspettata impresa di trasformare tutti in
critici cinematografici d'essai, cresciuti ad Altman o a Tim Van Patten
che si fosse...!? (ma sì, dai, grandissima quella serie!)
Persi, Altrove
Dopo 6 imperdonabili anni, il Cinerofum invita John Cassavetes (1929-1989). Il regista newyorkese dall'animo e dall'opera tribolati, nel 1984 vinse l'Orso d'Oro a Berlino, con "Scie d'amore" ("Love streams"). Film in pellicola gustata grazie agli organizzatori della rassegna "Intollerance", in una suggestiva saletta nel cuore dei caruggi, presso il teatro "Altrove" (alle spalle la cineteca "D.W. Griffith", congratulazioni per le 100 ore di pellicola proiettata). Benvenuto John, quindi, te e quella grinta segnata da rughe che, si vede, sono ben più profonde, te e questo tuo cinema alla nouvelle vague, su letto di U.S.A., con le figure più libere e imprigionate.
L'ultimo "Spazio" è senza fine
Ed eccomi all'ultimo
"Oberdan". Sono contento che sia un Kieślowski, che sia "Senza
fine". Ha un senso. Lo stesso che ha avuto e sempre avrà la mia
gratitudine verso questo cinema che m'ha abbracciato con l'antologia più
rigogliosa dell'arte che amo.
Questo fu il
messaggio che mandai, groppo in gola e lacrime agli occhi, a due o
tre persone che so io. Era il 1° aprile 2015, niente da ridere. Era,
invece, il 1985 quando Krzysztof Kieslowski realizzò questo film intriso
di morte e dolore: ancor meno da ridere.
Rosso a Greenaway
Fugacemente anticipai il mio giudizio su questo altro film del gallese
Peter Greenaway, presentatomi dall'inestimabile "Oberdan". Quindi
sono qui ad argomentare, nonostante la disgraziata scomparsa degli appunti del
momento, le mie perplessità a proposito de "Il ventre
dell'architetto", pellicola del 1987 ambientato tra i monumenti di della
Roma e le rovine dello spirito umano.
Farewell CFUPola
Più di un mese fa, ormai, il CFUP di Viale Monza (MI) mi...m'ha salutato
con l'ultimo appuntamento su "Il Dopoguerra nel cinema italiano". E'
il romano Mario Bonnard ad imbastire il dolceamaro farewell: "La
città dolente", del 1948, è il racconto di uno dei tanti esodi di
carne da macello spostate dalla Kamchatka alla Mongolia, per una sacca vitale e
bugiarda, perché il gioco vada avanti.
Ecce l'italiano
L'ultimo film visto in un
cinema milanese (l'Oberdan è un tempio) è stato "Italiano medio".
Assiemte al mitico Ale, dopo un aperitivo davvero cool nel bar più fico
di Porta Venezia (via Melzo, dal finissimo, come si chiama più?...grande).
Regista, interprete e autore è Marcello Macchia, in arte Maccio Capatonda,
vastese classe '78; re incontrastato della comicità underground e fast
food...
!Adelante Cuba!
Imbattersi
in un collega con cui parlare di Cinema è cosa assai rara. Incrociarne uno
simpatico e sveglio, lo è poco meno. Che dai suoi consigli cinematografici si
traggano esperienze più che interessanti, sfiora il prodigio. Un
"grazie" a Filippo, quindi, perché "Yo soy Cuba",
film cubano-sovietico del 1964, diretto da Michail Konstantinovič Kalatozov,
lascia la soddisfazione di un tassello recuperato.
Forza Ringo!
Ieri sera, ancora in quel di Genova, mi sono buttato su
un film made in Jamaica, suggeritomi
tempo fa da Jeff, un signore americano che da anni vive in quel di Winnifred.
Niente male come suggerimento: il film merita e risulta infine “Una satira sul turismo che si concentra sugli
sforzi del cameriere Ringo Smith per sfruttare gli sfruttatori” ("Time Out
London") che regala emozioni e risate.
“Smile Orange”
(1976) di Trevor Rhone (scrittore,
drammaturgo e regista giamaicano nato nel 1940 e morto nel 2009) fu una pellicola
che non passò inosservata ricevendo elogi e critiche in tutto il mondo.
Solo Winnifred Beach
Nel 1986 il regista di Chicago Harold
Ramis decise di partire
con Robin Williams per la Jamaica, destinazione Port Antonio, rubare Jimmy
Cliff alla sua sala d’incisione di Kingston e farli diventare proprietari di
Winnifred Beach! E’ solo finzione, Winnifred è sempre lì immacolata e
meravigliosa che aspetta tutti quelli che passeranno da Portland e dal Porty Hostel, mentre le prestazioni di attori
(e cantante) dei due proprietari del “Club
Paradise” sono l’unica nota
realmente positiva di questa commedia decisamente mediocre.
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