Una melodia, una storia

Nella sezione "Orizzonti" di quest'anno (stiamo parlando della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia), era presente un bel filmetto senza troppe pretese, utile a ricordarsi che si può fare un film senza strappare dollari e lacrime, ma ricordando quant'è bello un racconto, quant'è bella una canzone. "Jackie & Ryan", opera seconda della statunitense Ami Canaan Mann (figlia del più noto Michael).

Una storia già morta, anzi non

Io e Marigrade siamo appena tornati da una di quelle visioni che, nel panorama veneziano, rappresentano sempre un piacevole diversivo. Se poi lo statunitense Joe Dante, annata d'oro 1946, sfodera un horror sanguinolento e gustoso come un bloody mary, allora svestiamo più che volentieri le maschere dei rompipalle della Settima e, assieme a tutta la sala, ce la ridiamo e sussultiamo di grossa. "Burying the ex" è un film per tutti, con più di una metafora facilmente aggrappata al pazzo mondo dei morti viventi. Molto popoloso, a ben vedere.

(da) dimenticare

Il secondo film che mi è capitato sotto gli occhi a "Venezia 2014" è cinese, sorta di thriller psicologico, volutamente oscuro, speranzoso di stupire, incentrato sulla ferita rossa, sempre aperta, sul passato della Repubblica Popolare Cinese. "Red amnesia", diretto da Wang Xiaoshuai, non mi ha per nulla coinvolto, la molla si carica si carica, l'attesa sale...ma finirà tutto nella più banale e confusionaria sceneggiatura.

E via per mare! A bagno...

Ed eccoci al consueto appuntamento con "le vie del cinema". Nel 2014, la mia personale camminata cinematografica tra Venezia e Locarno parte da quest'ultima località. Prima tappa "Fidelio, l'odissea di Alice", pellicola francese tutt'altro che avvincente, salpa bene per mari e corpi affascinanti, naufragando sotto una sceneggiatura che dire superficiale è poco. Altro che profondità oceanica. Esordio di tal Lucie Borleteau.

Girala come vuoi

Il secondo lungometraggio del regista statunitense Jim Jarmusch, "Stranger than paradise", è un bel vagare a vuoto che sa di nuova ondata d'oltreoceano, con tre interpreti in tutto, tutti bravi, uno su tutti; personalmente, ritengo però che mostri qualche cucitura di troppo nella sceneggiatura, non perché si vaghi senza senso, ma anzi, perché non sia stato in grado di raccontarlo.

Mario contro gli USA

Ueilà ‘rofumanti! Com’è? Ecco la mia prima recensione direttamente dalla terra di Jah!
Giovedì sera, in Sala Roots (alias la mia nuova abitazione in Port Antonio, Portland, Jamaica), ho buttato sul mio piccolo schermo un Mario Monicelli. “La mortadella” (1971) è una pellicola frizzante soprattutto per la prestazione di Sophia Loren, ammagliante in certi sguardi, accattivante nella recitazione e amabile nelle esibizioni canore. Interessante la critica che Monicelli muove nei confronti della società USA, capitalista e meschina, ma anche ai movimenti di ribellione italiani degli anni ’70, basati su sani, ma fragili principi. 

Questo sì che è un matrimonio

Settimana scorsa, come sapranno i pochi cinerofumiani sparsi per il globo, è stata settimana di Jim Jarmusch. Come non parlare, quindi, di "Coffee and cigarettes"? Sorta da un cortometraggio del 1986 e cresciuta sino al 2003, anni in cui s'arricchì di tanti altri affascinanti episodi, divenendo una pellicola che, proprio come quel thè dall'ancora minor senso dopo questa visione, "è buona qui, è buona qui": negli occhi e nello spirito.

Tutti noi gridiamo per il gelato!

Questa sera, ancora Jarmusch. Ed è stato un piacere, perché il film è uno di quelli che viene voglia di raccontare ad un amico: "Daunbailò", del 1986, confermò la voglia e la capacità di Jim Jarmusch di raccontare storie e personaggi con tratto leggero, ironico e semplice. Spingendo al sorriso, ma con retrogusto che si di "gioco alla vita", cui partecipare, in ogni caso.

Vale la pena di volare

Martedì scorso, in sala Uander, si è proseguito il discorso Alain Resnais, doveroso dopo la scomparsa dell'elegante e vivace regista francese, avvenuta a Marzo di quest'anno. Anche Elena davanti alla rappresentazione de "Gli amori folli" (2009), così alieni da calcoli precisi, così belli da vivere e...osservare.

Gambini era uno squilibrato!

Quella di ieri sera è stata una sorta di prova del 9. Dopo 7 anni, intensi, intensissimi, io ed Elena ritorniamo di fronte a quel film che, ai tempi, mise lei in guardia da me, e me dai consigli di Marigrade. Usciti dall'Anteo, in quel 2007, lei mi guardò strano, io telefonai alla consulente, seppur personalmente soddisfatto. Ebbene, "Il grande capo" (2006) di Lars von Trier, pare essere maturato col tempo, per entrambi! Incredibile.

Gli incubi di Noodles

Serate di grande cinema in sala Uander. La scorsa solitaria settimana s'è conclusa con un celebre, quanto lungo, film Sergio Leone, del 1984: "C'era una volta in America" è una delle tante, ma ricostruite come poche, epopee di un uomo qualsiasi, nato e vissuto in epoca e luoghi unici, la New York della metà del '900.

J.J. andrà fino in fondo

In queste serate di fresco relax agostano, la sala Uander dà il meglio di sé. Se poi, dopo tortelli ai funghi con pomodorini e robiola, la pellicola in programma è un filmone anni '70 e, per giunta, la sua nomea, dopo questa visione, è da me umilissimamente ma ampiamente avvallata, allora la serata può dirsi perfetta. "Chinatown" di Roman Polański, del 1974. Un classico e moderno giallonero di gran fregio, dall'accurata atmosfera Los Angeles '30, sorretto da pilastri solidissimi, tra cui l'affascinante sceneggiatura e la grandiosa interpretazione di Jack Nicholson.

Argentino col botto

Alèèè! Ce l'ho fatta! Adrianaaa! (?) Ultima recensione dedicata a Cannes 2014. Curiosamente, questo è stato il film che più ho apprezzato. Partire col botto, per poi scendere di qualche metro, come ormai ho già scritto, non ha inficiato sul mio giudizio complessivo sulla rassegna, seppur priva di picchi magici. Ma "curiosamente" fino ad un certo punto, dato l'abito più che sportivo, adatto a tutte le ore, indossato da questa pellicola che, se punta facile, non sbaglia una mano. "Wild Tales", del trentanovenne argentino Damián Szifrón, è un'antologia pulp che vi spedisco a vedere.

"Ce l'hai", all'inglese

Piano, piano, sto per giungere alla fine delle tormentate recensioni tratte da Cannes 2014. Il secondo film che vedemmo, in quel lontano 15 giugno, io e Marigrade, fu "Catch me daddy", diretto dal britannico Daniel Wolfe. Pellicola che nella fotografia offre il suo lato forte, nella sceneggiatura quello inesistente. Nulla di imperdibile.

"Te l'avevo detto!"

La settimana scorsa, per terminare degnamente una preziosa settimana cinematografica, ho aperto la cartella Woody Allen e premuto play su "Melinda e Melinda", film del 2004. Dovevo essere proprio stanco quella sera, sempre in sala Uander, in cui mi addormentai di fronte a questa che vorrebbe essere anche tragedia, ma che tiene compagnia come la più vivace delle commedie.

Liberi e giusti

La sala Uander, in questo brutto ma fresco agosto, è in grado di regalare grandi emozioni. Facile, direte voi, se si invita sul fido divano un regista dalla stessa affidabilità. Stanley Kubrick fu un regista tutto da scoprire, anche quando parlò di un uomo mitico, giusto e libero, che lasciò ai posteri una delle lezioni fondamentali impartite all'umanità: "Spartacus", del 1960.

Ma cova c'è da videve?!

Bello quando due amici rimangono nella città deserta. Pizza e birra e cinema. Nella nuova sala "Blauzer" di via Vetta d'Italia, il buon Albert Monzy mi accoglie con un film che definire dissacrante è poco, pochissimo. Firmato dall'irriverente team dei Monty Python, nel 1979, "Brian di Nazareth" pare levare tanti bei sassolini dalle scarpe di coloro i quali, più si voltano indietro a tirare le somme sulle sacre questioni della fede, più sentono tanfo di potere e ipocrisia.

A Oldman ed Halliwell!

Due settimane fa, l'"Oberdan", prima di lasciarmi fuori a squagliarmi senza immagini davanti, mi salutò con un film intrigante, stranamente coinvolgente, simpatia per i magici anni londinesi dei Beatles, per quella spinta nuova, per Joe Orton e Kenneth Halliwell, drammaturgo tra coloro i quali pressarono contro la rete, in ogni caso. Il regista Stephen Frears, Leicester 1941, nel 1987, ci raccontò di tutto ciò, sotto forma di racconto biografico, e di ottima pellicola, pour moi. "Prick up".

Sbandati di classe sulla Milano-Sanremo


Solo soletto in quel di Milano agostina, butto un occhio sul fido "Oberdan", che offre due film dei quali il primo è un italiano presentato con parole gentili, "Io sono l'amore", pellicola del 2009, diretta dal palermitano Luca Guadagnino. Titolo roboante che avvolge un film ambizioso quanto basta, tutto sommato capace di non sprofondare nella classica melma nostrana.

La quercia adulta di Kubrick

Quanto tempo: è ritornata la Sala Uander! impensabile non farlo "col botto"...Nel 1968 Stanley Kubrick squarciò il tempo, chiuse un cerchio immaginario e ci consegnò un lento, ammaliante, angosciante viaggio nello spazio infinito. Ma tutto partì da ossa e pietre..."2001: Odissea nello spazio".