Visione post prandiale di un luglio torridissimo, in sala Navetta un DivX di Clint Eastwood proveniente dall’Anonima Cineteca S. Brigida ambientato nell’arida della Grande Depressione. Dal romanzo omonimo, “Honkytonk man”, del 1982, è l’ennesimo travisamento della realtà da parte dell’autore californiano, come molti suoi colleghi di Hollywood così intriso della retorica dell’American Dream da riuscire appassionante solo a quel pubblico.
“Da non perdere” per i critici cinematografici anglosassoni, per i quali sarà un prezioso affresco degli “States” degli anni ’30 del XIX° secolo. Tra crisi economica, la musica country, le prime industrie musicali, colle registrazioni in studio e il ghiaccio per preservare i nastri dalla calura, il nostro sbruffone raccoglierà incontri e avventure rocambolesche. Quindi la Grande Corsa verrà rievocata dal classico vecchietto (John McIntire) non “per inseguire le terre, ma per inseguire un sogno”, tralasciando che tale mitico Sogno è lastricato di morti (esattamente come quella avanzata di conquista dei 100.000 coloni su ogni mezzo possibile del 1893: sappiamo quanta distanza intercorra, appunto, tra C. Eastwood e A. Mann…).
Per indicare cosa significhi “didascalico”, d’ora in poi citerò una scena di questo film: Clint scorbutico caccia via l’amato nipote “Vattene via!”, il bambino esce sul porticato e, all’avvicinarsi del suo cane, lo respinge colle stesse parole. Capolavoro; di cui restano nelle orecchie i dialoghi più avvizziti: l’attento Mino cita perle come “Queste cazzo di sigarette che gira tuo padre, non può comprarsele già fatte?” o “Posso darti del tu?”.
Le parole per Clint sono quasi finite.
(depa)


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