Sempre per un po’ di lingua francese nell’orecchio (felpata), qualche sera fa “Foglio” ha reinvitato Bruno Dumont al Cinerofum. Il regista francese si conferma firma autor (evole?) iale, abbandonando i didascalismi sociali degli esordi, pur condivisibili, e lasciandosi trasportare dal lento logorio esistenziale dei due protagonisti di “Twentynine Palms”, del 2003. Echi di Haneke e Denis, il cinema dell’Europa centrale è in quell’anfratto.
Un sopralluogo a T.P. (San Bernardino, CA, USA). Michelle non lo sa, Katja sì. Prime devastazioni ambientali serie, gli ammaracani sono "avanti". Ma tutto “è magnifico”, “perfetto” (qualche rotella fuori posto). Il proscenio è quello del cinema esistenzialista (M.A. che ve lo dico a fare). “Pasta abrasiva”, certo che è divertente…(ma si rifarà). Con un alternativo con l’Hummer e la sua rimorchiata depressa (la musa russa del cinema francese, Ekaterina Golubeva, braccata anche nella vita reale: 1966-2011), la natura morta e quella viva degli U.S.A (deserto, motel, deserto, supermarket, deserto, fast food). Nei tempi dilatati delle distese silenziose, un amore stavolta palliativo, sgangherato, troppo fragile in partenza per resistere, meno che mai all’irruzione violenta di pazzi suprematisti repressi. Due amori diversi, anzi, uno sbrigativo, calcolato; l’altro folle, imprevedibile; uniti da un orgasmo profondo, che potrebbe cambiare il mondo, se fosse libero. Urlatori, anime perse, sino al finale scioccante, forzato forse, ma lì si entra in quell’anfratto di cui scrivevo…
(depa)


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