Guerra e repressione diffuse dovrebbero spingere il cinefilo
presente a sé a non dimenticare registi come Jafar Panahi (comunque già nell’olimpo
dei registi). Ci mancava “This is not a film”, del 2011, per apprezzare
ancor più l’arte e l’umanità dell’autore iraniano mal vittima della violenza di
stato. Non racchiudi un’idea tra quattro mura, si veste da poesia e travalica i
confini nazionali.
Arresti domiciliari. Costretto in casa. Colazione col botto (spari o petardi?).
“No, ma tu vieni, poi ti dico, non al telefono”. Ma chi o cosa è Iggy? Disvelamenti.
E consultazioni telefoniche di avvocati. “Quella è gente che non annulla mai la
pena” (0% giuridico, 100% politico). Prendiamo nota dell’assenza di tecnicismi
nel regista (luci, lenti…), tra spunti dogvilliani ed emozionanti, stimolanti,
commoventi mini-studi su alcune scene dei suoi precedenti lavori. Dall’Oro
criminogeno in cui il regista dovette farsi guidare dal protagonista non
professionista, al Cerchio con la scenografia a diventare l’attore
protagonista. Non professionisti e scenografie a rendere irriproducibile e non
narrabile la realizzazione di un film. Non questo, evidentemente, con Igy come unico
attore non professionista (come rileva Elena in sala Navetta). Una
sceneggiatura non è (ancora) un film, quindi a cuccia due volte Pasdaran. Finale
sul crinale tra speranza e sconforto, questa la crudeltà ogni oppressione, il
portinaio dell’investigazione sorride e ti saluta.
Grandioso.
(depa)


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