Come
promesso, avanti con Alain Guiraudie. Tre anni dopo il film sulle relazioni scoperte
e pericolose, il regista sessantaduenne si risiede dietro la m.d.p. proseguendo
il sentiero delle sessualità diverse, aperte. “Rester vertical”, del 2016,
è il titolo del quinto film dell’autore e una sfida allo spettatore vergine.
L’attenzione ai dialoghi, da cui trarre i dadi delle molteplici conseguenze,
che abbiamo già conosciuto nell’autorialissimo regista occitano. Tutti allupati
nei suoi film. I lupi paiono essere il problema centrale. Ancora “legato al suo
territorio”? Nuova vita al quadrato. Niente, abbandonato, non funziona. [ma la
capanna ziggurat?] Uomini soli, mancanze femminili. Varie soluzioni. Crudismo
(“è più pratico”). Fuggire, fino a quando? Fare l’elemosina (“vedi che siamo
all’aria aperta, non è super?”). Ma nei film di Guiraudie finisce sempre
così (coi Pink Floyd). Spaesamento, alienazione. Né cadere, né dondolar,
restare dritti. Vuoto: lo puoi riempire come viene...
Anche con un altro (suo) film.
Anche con un altro (suo) film.
(depa)


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