Pertanto sabato sera, all'"Altrove", è stata la volta del film di cui nel pomeriggio s'è parlato parecchio. "Film", del 1965, è l'unico cimento in campo cinematografico dell'altissimo Samuel Beckett. Cortometraggio di una ventina di minuti, frutto di una preziosa quanto faticosa collaborazione, restituì al pubblico percezione dell'eterno inseguimento tra l'osservatore e l'oggetto, sempre tragico e scioccante, poiché terminante con l'arrendevole ammissione di sé.
"E" chiude l'angolo
Sabato scorsa è stato grazie all'"Altrove" se, nel cuore di Genova semi ghiacciata, ci si è potuto smarrire nelle profonde e un po' destabilizzanti tematiche del grande Samuel Beckett; scorci di poetica e percezione differenti, che l'autore irlandese riversò, dopo lunga e doverosa gestazione, nei suoi unici ventidue minuti di cinema. "NotFILM", del 2015, scritto e diretto dallo statunitense Ross Lipman, celebre restauratore di altrettali pellicole, è un "cine-saggio" sul suddetto lavoro di Beckett ("FILM", appunto), in cui si esplora la genesi del film, compresa l'interazione dello scrittore coi collaboratori, variegata élite di professionisti non sempre in sintonia con la sua personale e complessa visione del mezzo cinematografico. Soggetto ed oggetto non sono mai stati così...lontani.
"Doubt & Murderer"
All'"Altrove" si è partiti per una nuova passeggiata con Sir Hitch. Prima tappa "Il sospetto", del 1941, pellicola tipica del genio del regista inglese, dove apparenze ed ipotesi giocano una faticosa partita a scacchi con la realtà dei fatti, comunque difficile da mettere in chiara luce. La proiezione della psyche di ognuno, come nella vita, fa brutti scherzi ai protagonisti dei film di Alfred Hitchcock, ma gustosi per gli spettatori dei suoi film.
Freddo amore che arde
Dopo quasi sette anni, la sala Valéry ha restituito al Cinerofum ciò che la sala Blauzer gli porse e... poi nascose. In Coni Zugna, quella volta, cedemmo quasi tutti. Ma se "Gertrud", l'ultimo lavoro di Carl Theodor Dreyer, datato 1964, permette di estrarre il concetto di vedibilità (come al Farinotti, con un po' di leggerezza, nell'extra del DVD Ed. San Paolo), d'altro canto un'analisi attenta rivela un film più intenso e coinvolgente della prima apparenza. La lentezza dei movimenti e la recitazione essenziale dei pochi interpreti, non inficia la forza dei sentimenti e delle immagini sullo schermo, anzi, qui la scommessa conclusiva del regista danese, semmai la esalta, riuscendo a restituire l'immenso cuore, ma già solitario, abbandonato, di chi ha "molto amato".
"La fottuta impermanenza"
Dopo aver visto il trailer svariate volte, andare al cinema per "The party" (2017), l'ultimo film della londinese Sally Potter, è stimolante per capire se le promesse, invero niente di esorbitante per un cinefilo minimamente maturo, sono state mantenute o se la consueta foga promozionale abbia nuovamente preso la mano ai suoi autori, portandoli semplicemente a travisare per l'avvilente dollaro in più. Perché, vista l'anteprima, è chiaro a quale tipo di film si assisterà e su quali meccanismi poggerà. Proprio per questo, la materia in mano alla Potter si fa bollente da maneggiare. Vediamo un po'...
Spacco tutto, spacco niente
Rivoluzionario uhhh, sconvolgente ahhh! Tranzilli, negli effetti nessun abbindolamento. Già Juri, Marigrade ed infine Mino mi misero in guardia riguardo ai...guardiacaccia, ehm, a proposito dei promotori di promozioni...sì insomma, "Tre manifesti a Ebbing, Missouri", lungi dall'essere un film innovativo ed apprezzabile, si rivela il più scontato e superficiale dei film politicamente corretti. Questa perla è stata realizzata nel 2017 dal londinese Martin McDonagh.
L'amore è un rimpianto
Japan, again Japan. Recupero di una proposta persa. Ed ecco che in sala Valéry sono passati i "vagabondi legati", uniti dalla corda rosso di dolore che, nel 2002, intesse per loro Takeshi Kitano. "Dolls" è un'oscillazione del regista giapponese tra gli intensi, creativi e un po' kitsch colori dei cuori infranti. Tranquilli, c'è uno Jakuza anche qui, perché ogni tipo di successo lascia per strada i trofei più preziosi.
Prigionieri di una pazzia
L'ultimo passaggio in terra nipponica offerto da quelli dell'"Altrove", lunedì scorso, è stato in realtà un'allucinante trappola del deserto: tutti noi braccati tra muri di sabbia da cui la fuga è impossibile, a meno di un'autentica ristrutturazione di sé. "La donna di sabbia", del 1964, è stato diretto da Hiroshi Teshigahara (1927-2001) e racconta di questa gabbia non così differente dalle nostre prigioni quotidiane, prive di appigli e basi da cui risalire.
Presta l'orecchio
I ragazzi dell'"Altrove", dopo aver gironzolato tra Hokkaidō e Kyūshū appresso l'irriverenza di Takeshi Beat, non se la sono sentita di rientrare all'ovile prima di fare due saluti ad altrettanti maestri del cinema nipponico che fu. Ieri sera, il primo è stato ad Akira Kurosawa che, nel 1963, traspose in un grande giallo cinematografico il romanzo breve "Due colpi in uno", scritto quattro anni prima dello statunitense Ed McBain (1926-2005). "Anatomia di un rapimento" ha trama solida, interpreti appassionati, musiche curate e regia efficace quanto spigliata, risultando un film tremendamente avvincente.
Tempo di reagire
La settimana scorsa, avendo avuto la possibilità di un'ulteriore chiacchiera con Jean Vigo, sono sgattaiolato al "Sivori" dove, restaurato, è stato riproposto "Zero in condotta". Mediometraggio (50' circa) scritto e diretto da Jean Vigo nel 1933, è il terzo lavoro della sua brevissima filmografia. Piccola grande rivolta di monelli, creature libere, loro, non ancora del tutto ammansite, proveranno a mostrare agli adulti come fare.
Ah me recuerdo...Tetas Y poemas
Si prevede un film, ne sboccia un altro. Ieri sera stavo per dirigermi, ancora una volta, in Giappone, ma son finito in Cile. Sarei dovuto essere solo, tac, fiocca Marigrade. Uscito nelle sale due anni dopo la realizzazione, "Poesia senza fine" (2016) è il secondo capitolo dell'intimo racconto biografico del regista Alejandro Jodorowsky. Dopo l'infanzia, narrata ormai cinque anni fa, ora è la fase dei conflitti e delle scoperte adolescenziali, osservati con la lente magica del ricordo, dolce e salvifico strumento con cui rivivere ed eventualmente riformulare pensieri e gesti del proprio trascorso.
Tetta tra chiodo e canino
Domenica scorsa, sole sparso sul porticciolo di Nervi, tra il verde dei due pini: quello marittimo sulla punta, ad est, e quello della pergola "di pesce", a ponente. Impossibile chiudersi in una sala cinematografica, seppur amica. Elena ed io, pertanto, facciamo conoscenza con Jesús Franco solo al secondo incontro organizzato dagli "altroviani". Giusto in tempo per imbatterci nella personale concezione di cinema horror del regista spagnolo: "Dracula contro Frankenstein", del 1972, spaventa anche per la gioiosa ingenuità con cui si chiede allo spettatore di stare al gioco.
Non mollare Asao...la farai!
Un Kitano alla settimana e la Settima richiama. Sì, nel senso che, se una pellicola di Takeshi Kitano può riconciliare col cinema anni '90 (non certo la Golden Age cinematografica), può farlo con quasi tutta la produzione in pellicola. A proposito di celluloide, lunedì scorso è stata la volta della bobina con sopra scritto "みんな やってるか!"...film scrittodirettomontato nel 1994 dal regista tokyota classe '47 (compleanno settimana scorsa, auguri a lui). Una sorta di divertissmhayko! in odor di demens (nel senso latino), che fa ridere e leggere, qui e là, come in una parodia che sia tale, una bonaria critica alla società del consumo (machismo e lusso). Ah, scusate, s'intitola "Getting Any?" (i sottotitoli suggeriscono "Lo fanno tutti?").
Gli ormeggi dell'amore
Giovedì scorso, presso il "Sivori", è stata la volta di una tedesca, uno svizzero ed un francese difficili da dimenticare. Non una lisa barzelletta, ma la celebre armonia impressa su pellicola da Jean Vigo, il regista francese che, nel 1934, diresse "L'Atalante", fuga d'amore e dall'amore (con ritorno), lasciando un segno ed un sogno sul cinema successivo. A soli 29 anni; tutto con un film, che ha lasciato Elena e me stupefatti.
Il Ghigno dello Yakuza
Accomodato nella fredda in celsius, ma calda in celluloide, saletta cinematografica dell'"Altrove", in questi giorni c'è Takeshi Kitano. Grazie all'invito dei ragazzi del Laboratorio Probabile Bellamy, lunedì scorso, il regista giapponese del crimine beffardo s'è presentato con la bobina di "Sonatine". Presentato a Cannes 1993 è il film che esportò ufficialmente Kitano per le sale del mondo. Amante di Takeshi Beat, il Cinerofum potrebbe ghignare dinanzi a qualsiasi violenza, se marcata a fuoco nel piombo dalla poetica del regista.
Lusso e lavoro bovini
Sul Cinerofum è nota la fiducia incondizionata nei giudizi filmici di Marigrade. Difatti: sempre pronti ai pellegrinaggi verso le destinazioni indicate. Altresì siamo reattivi e sinceri nel fornire i nostri umili commenti. Veniamo quindi all'ultimo consiglio: "Corpo ed anima", pellicola ungherese scritta e diretta da Ildikó Enyedi (Budapest, 1955) e vincitrice dell'Orso d'Oro 2017. *Toccante racconto di animi delicati tra corpi già morti o in prossimità del macello...
Complessità alla terza
Storie da Cinerofum. Due giorni fa Ele ha improvvisamente deciso di organizzare una piccola rivolta in sala Valéry: stop remore, basta rispetto! Due tizi di là...e chi se ne frega! Guardiamoci un film! Non ero mica pronto. Così è stato per puro caso che ci siamo imbattuti in John Schlesinger (1926-2003), regista e attore londinese che nel 1971, con "Domenica, maledetta domenica", raccontò realisticamente e con dolcezza un triangolo passionale complicato.
Versi di caruggi
Sul finire dell'anno (già, siamo ai recuperi del 2017), più precisamente la sera del 5 dicembre, trascorsa in parte con la famiglia Baracchino quasi al completo, siamo riusciti a intruppare Elena, Baraka e il sottoscritto direzione "Cappuccini". L'appuntamento è con "Bob" (2016), documentario biografico del genovese Fabio Giovinazzo dedicato a Roberto Quadrelli, cantante dell'underground sub-Lanterna anni '90 (uomo di fronte dei mitici "Sensasciou" col loro "trallamuffin"), braccato da un male tosto in vista del 2000, ma sfrontato come una volta dinanzi alle ipocrisie...tutte, sociali artistiche esistenziali.
Radio Polonia Libera
Quest'inizio di anno è stato all'insegna del cinema polacco, non c'è che dire. La settimana scorsa, dopo un film, bellissimo, scritto e diretto da Krzysztof Kieślowski, ne è seguito immantinente un altro (altrettanto valido, per me). "Destino cieco", del 1981, è un film sull'inesorabilità delle odierne e costrette esistenze, cui "Il caso" del titolo originale spesso fornisce l'alibi di un disastro, ma che qualcos'altro rende ancora più subdolo e dispotico: il controllo e la repressione sociali.
Sguardo di vetro al cuore
Un cofanetto verde "Ritratti - Krzysztof Kieślowski - Inediti", fornito da Marigrade fonte inesauribile, ha permesso alla sala Valéry di cominciare l'anno in nome del cinema d'autore. Nonché di ritrovarsi a chiacchierare col regista polacco così attento all'"inquietudine morale" che attanagliava il suo paese alla fine degli anni '70. Assieme a Wajda, tra gli altri, ben determinato a sondare gli effetti dell'ormai ramificata e morbosa socialdemocrazia, nel 1979 realizzò, prima di tutto una dichiarazione d'amore per il mezzo cinematografico, medium magico e prezioso, rivelatore (più ancora che rappresentante!) dei nostri invisibili moti; inoltre compose un toccante affresco di individui mai liberi, sempre braccati: "Il cineamatore" (t.o. "Amator": in quei luoghi, quando dicono amo, intendono il cinema...).
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