La guerra è bruttina!

La settimana scorsa, come un bel gruppettino di cinefili, ci siamo fiondati a vedere l'ultimo film di Ermanno Olmi, "Torneranno i prati", appena uscito. Tutto è nato da una telefonata di Ste e dall'empatia per lo stato di salute del regista bergamasco. Quindi la Marti e la Fra unite alla truppa. Tutti in zona Anteo, quindi. Per colpa mia ci tocca il secondo spettacolo, quindi una birretta ai "Combattenti" di Porta Volta (in piena sintonia col tema della pellicola), ma non c'è problema, tanto dura solo '80 minuti. Fileranno via leggeri...
...pensavamo noi. Smemorati, quello di Olmi è un cinema del costante lavorio, del lento ed incessante andar "à laurà", in questo caso, dell'immobile star in trincea. Prima guerra mondiale, dovremmo averlo imparato. Guerra di logoramento, della minaccia immota e dello squasso dei mortai. C'era da impazzire. Non che in sala si stia molto meglio, ma sì sa, al gelo, coi fucili puntati (ovunque), senza cibo e forze, la guerra è la bestia più brutta. In sala non un gran che per la lentezza delle immagini, dell'ovvietà dei momenti, delle sensazioni e delle considerazioni, nonché per la debolezza delle interpretazioni (Santamaria da panico). La fotografia è ottima. I quadretti bianco-blu-grigi sono superbi, la valle silenziata dalla neve crudele e frantumata dalle bombe assassine è resa da inquadrature sospese negli attimi. Ma il cinema, lo ricordo, è anche movimento. E quel che manca a questo film non è una lunga carrellata che "insegua quel taxi!", bensì il ritmo sotterraneo di un'immagine che la dica lunga, nemmeno tutta. E un silenzio interrotto da una frase del tipo "chi è ritornato si è portato la morte dentro ed è morto due volte" rimane ancorato sul posto, non v'è trasmissione di sentimento, se non la noia di una banalità in rima, cui avrei volentieri rinunciato.
A parte la fotografia e la cura ai dettagli scenografici (utili ai fini documentaristici), seppur più che condivisibile l'elementare messaggio antimilitarista (chissà poi chi lo ascolta e fa proprio...), il film rimane legato ad una pesante autocompiacenza che, tra l'altro necessiterebbe di attori stellari e dialoghi (poetica) sopraffini, senza i quali è meglio uno dei tanti buoni libri su quell'immane tragedia. Perché nessuno canta canzoni napoletane ritto sul fronte, né parla di nulla di fronte alla morte; altro che insopportabile calda voce fuori campo, ma grida, strepiti e bestemmie. Altrimenti si corre il rischio, oltre il danno, d'una sacralità che alla guerra infame proprio non s'accorda.
Bella serata tra amici, tutti abbattuti o quasi, in una sala deserta.
(depa)

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