Inconsolabilità e cane lurido

Visione pomeridiana con Mino in sala Navetta per introdurre tardivamente al ‘Rofum il regista ungherese, scomparso quest’anno dopo lunga malattia, Béla Tarr (1955-2026). “Perdizione”, del 1988 ha le fattezze di una pietra miliare.
Incipit da brivido con zoom out da scuola. I quadri scelti e fissati da Tarr in ogni istante si susseguono. Bicchieri e parole ammassati sui tavoli, natura morta ungherese. Qualcosa di classico, autorialmente poetico, musicale (Kávéház dei Qimby colla tromba più malinconica), alcolizzato. Invero, nuovissimo scalpitante cinema di diagonali umane da circondare con immagini stregate in puro bianconero. Prospettive e contrappunti studiati dai
tarantinanti. Come “si riducono gli eroi di questa storia?” Così! Sono le sfumature tra le ciocche di una donna che fanno sentire più liberi e incerti (“Io so di essere sola”). La terra è nei capelli della donna che la vive. Letterariamente lontano da qualsiasi neorealismo, semmai espressionismo russo (ma irrompono i primi Cassavetes, che Tarr ancora non conosceva…). Chiude sulla miseria e sul fango. L’amore è una coscia che smuove. Irreversibilità che fa impazzire. Incomunicabilità, i personaggi parlano con voce fuori campo perché apparentemente soli. Presunta intoccabilità, è (s)fatta! Piani sequenza su desolazioni imprendibili. Capolavoro che esplora con caleidoscopica disinvoltura le alienazioni di ogni epoca. “Finirai male, questo è sicuro!” (l. Orbán). Tra i pochi e illusori rimedi, il “divertimento colorato del ballo”, dove “parlare senza parole”. Oh, percorre tutti i “linguaggi”.
Una fugace e disperata parentesi di libertà, ma già fioccano le infamate. Avrei chiuso qui, senza il dissolvimento in commissariato, ma dico belinate ché la svolta artistica che consoliderà la cifra di Béla Tarr non ha bisogno d’alcunché.
(depa)

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