Il prezioso SimonMi ha portato alcune chicche in sala che non potevo lasciar lì. Come “Goodbye, Dragon Inn”, del 2003, decimo lungometraggio che accogliamo su Rofum' del regista anagraficamente malese, artisticamente taiwanese, Ming-Liang Tsai. Ripresentato a Venezia nel 2019, chissà se la sala si svuotò per riempirsi di altre assenze…
Vecchi film wǔxiá, storie di armate antiche, stendardi variopinti, di porte dei dragoni. Grandi teatri adibiti a cinema, pieni. Con la consueta lentezza del regista (bene che Elena non ci sia), tra i movimenti in sala, nei bagni, non della m.d.p.. Nei film di Tsai anche pisciare ci mette 10 minuti. Figurarsi una vecchia zoppa ad attraversare il “Gran Teatro Ta-Fui”! Tutto per un accendino! O no?...
Sul limitar del fastidio, Tsai. Come se ribadisse il carattere intrinsecamente individuale e solitario del viaggio cinematografico. Per gli spettatori in sala e per lo stesso regista, che fu anche lui, evidentemente, tra quei “Fantasmi” in sala. Due sole battute, “Questo cinema è infestato di fantasmi” e “Sono giapponese” testimoniano una cifra stilistica scarnita quanto evocativa. Estetica non narrante, attendendo il tempo ché la retina rimanga impressionata.
Probabilmente un ricordo.
(depa)


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