Da morte nasce morte

La quinta fermata del tragitto dei Dieci Comandamenti, tracciato da Krzysztof Kieślowski e quasi sempre avvolto nella grigia nebbia polacca, è particolarmente truce: "Decalogo 5" recita "Non uccidere" nel vuoto, sempre più accerchiato da una società che non insegna il valore della vita, bensì la paura della morte.
Nel quinto capitolo possiamo trovare il solito meccanismo di scoperta, passo per passo, indotto da Kieslowski. Forse ancora più criptico inizialmente, assumendo ancora più fascino col trascorrere dei minuti. Struttura ad incastro, tre pezzi di cui viene concesso qualche attributo, si fonderanno, consumandosi brutalmente.
Più sperimentale dei precedenti quattro mediometraggi, anche nelle immagini: contorni confusi, colori sbiaditi, non solo la memoria ma anche il presente è intorpidito.
Al centro dello schermo, un omicidio efferato è stato compiuto (ripreso in maniera conturbante). Il film diventa un comandamento invocato a gran voce, soprattutto a chi lo esige da coloro che gli stesso rappresenta: lo Stato. L'assurdità della pena di morte è sintetizzata con particolare crudezza dal regista polacco.
La nascita di una nuova vita, in contemporanea all'eliminazione di quella che ne occupava il posto, è l'ironica e angosciante simbologia dell'autore, che ormai riconosciamo, per dare l'assoluzione finale, necessaria ad ogni cittadino per porre in pace la propria coscienza. Questo è "accanimento terapeutico" per eccellenza e sono io a dire "avreste dovuto pensarci prima".
"E' rivoltante. E' intollerabile".
(depa)

1 commento:

  1. Episodio dallo sfondo più sociale che introspettivo dell’individuo.
    In questa pellicola si indaga il valore della vita e della pena di chi commette atti delittuosi nella società polacca di fine anni ’80 (la posizione contro la pena di morte arriva chiarissima), ragionando sui loro risvolti più drammatici, scrutando i volti tesi dei protagonisti in ogni minimo dettaglio e le sostanziali ombre che serpeggiano nelle stanze del sistema.

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