L’ultimissima volta nelle sale è stata per il cinema
sudcoreano, pesavamo. L’esordiente Koya Kamura, però, non solo è francese, ma
parigino. Non poteva che presentarsi con abito e lenti europee. Obsoleto e stereotipanti. "Un inverno in Corea" mostra un abile designer de L’ile de Île de
La Cité, coi best seller sul comodino.Cinema “sudcoreano”, con la Francia dietro. Una spilungona alle prese
con le piccole relazioni…ma vedo spadellare mi assale il terrore di una commedia
culinaria. Tempi cinguettosi, ricordi. “L’aspetto importante di Seul”. Narrazione,
incroci, pensieri...C’est coulinaire. Spilungona sbirciona. In Corea
del Sud non si soccorre chi cade. Intermezzi animati che, che cosa? Corpi,
finalmente, per 6 secondi. La discothèque. DMZ. QR Code: il nuovo
Dio. [poi c’è chi cammina come in Sottoripa] Sokcho coi suoi dannati cinema
in francese. Quante bambinate sulla pesca. Dai dai, “il pesce ha un sogno”. In
pratica, tranne alcuni rari casi, franci e Sud Corea non si dovrebbero mai
toccare. Al colpo di tosse della madre, capisco l’insofferenza del tizio in
prima fila. Purtroppo, virate interessanti saranno solo accennate, rimanendo
nel più logoro melò. “Saluti per i morti!”. “Disegnatore importante”, ma
è essere francese che ti rende irresistibile. [Se uno piange e ti chiedi perché,
qualcosa è scritto male] Qual era il punto del film? Artista turista! Obliquamente
sinfonico, artefatto, falso [da un romanzo di successo].
(depa)

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