Nostalghia l'unghia porta via

La vera ultima volta nelle sale nel 2025, però, è stata per Jim Jarmusch. Poi, per il Leone d’Oro. Il regista che travolse il cinema con la rampante originalità della sua poetica, qui la ripropone in babbucce riscaldate. Ironia da camino in “Father mother sister brother”. Alla carriera indubbiamente.
Leone coi titoli e i produttori musicati alla grande. L’amore per la musica di Jim attraversa la sua filmografia. Si parte dal “Father”, con un Driver pacatissimo. La linea fissa della nostalgia, in una famiglia bordeaux. “Psicologia di massa del fascismo” (1933) di Wilhelm Reich. Chiaramente si traballa su qualcosa di non detto (“gli alberi, il laghetto, l’orizzonte”). Imbarazzi. [sopra il divano c’è il quadro dei Simpson] “Misterioso”, ha un lato (tenuto) nascosto. Poi viene la “Mother”, in Galles, coi calzettoni di lana beige. Incomunicabilità 2.0, vuote parole aumenteranno i rimpianti. “Bob’s your uncle” è un palliativo verbale. Altri angeli di desolandia borghese, tra menzogne  e frasi fatte. Luoghi comuni, locuzioni consunte (di certo non ne beneficiamo). 3 concetti ben acconciati. “Sister e brother” stanno assieme, a Parigi. Senza più genitori, ancora più silenzio. Formalmente sull’immanenza dei passanti”, ci saluta Nico uno di “These days”.
Il lato piacione, sempre presente in Jarmusch, qui è amplificato dall’età. Dopo aver schiacciato Wenders che, lo ricordiamo, ha finito per trovare il bello nel pulire cessi, il peso anagrafico inevitabilmente coglie anche il regista settantaduenne di Akron. Mentre il mondo salta in aria, lui, in glamour sordina, chiede di pensare a quella Famiglia con parecchie responsabilità dell’attuale sfacelo sociale. Quando si rimpiangono genitori ormai scomparsi, si forma un cast acclamato e si sostituisce la critica con la malinconia.
(depa)

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