Fuoco sui Camelot

Qualche settimana fa mi sono diretto in qualche cinema per l'ultimo di Pablo Larraìn. Il regista cileno ci ha raccontato di Jacqueline Kennedy Onassis, detta "Jackie", i suoi ricordi del "prima", "durante" e del "dopo" il 21 novembre scosse maggiormente la sua vita. Piacevolmente patinato, nel suo lungo e frammentato primo piano, intramezzato ora con garbo ora con impeto da suggestivi mokumentary*, la pellicola è un'ottima ricostruzione da salotto.

Il racconto della prevedibile reazione di una ragazza viziata e sfrontata (a tratti e a modo suo gagliarda, certo), viene modellato sapientemente dall'artigiano Larraìn. Un cinema di pregiata porcellana (con frammenti di cruda narrazione), che può non piacere, ma che denota una nitida "manualità". Nel pomposo allestimento, come nel sorridente racconto, irrompe la devastante rievocazione del celebre omicidio, degli attimi vissuti, delle immagini impresse. Si rischia quasi di commuoversi per la morte dell'esponente massimo della borghesia economica mondiale (avida e assassina, quella sì). Non so quanto ci sia di romanzato (improbabile che la First Lady più attenta alla propria immagine, seppur sconvolta, rientri alla Casa Bianca con tailleur rosa ancora imbrattato di sangue ("ma cosa diamine ne sa sto cretino?", "Chè non lo so?...lo so lo so..."). Film retorico qui e là (il discorso in spagnolo...), nonostante l'evidente buona volontà; d'altronde non c'era da aspettarsi la lucida verità di minatori cileni ricoperti di fuliggine. Ricordo che qui non siamo nemmeno a Hollywood. Questo è "White House cinema", non so se mi spiego. Qui gli "uomini qualunque" sono "indolenti e squallidi", i comunisti, of course, sono "sporchi" e via così. Ciò premesso, la pellicola resta attenta a non diventare ode noiosa al presidente (le cui apparizioni, pur percependone la presenza, restano fugaci), lasciando "quelle" parole in bocca alla moglie innamorata e sconvolta, concentrandosi quindi sui suoi stati d'animo, sulla inevitabile crisi. La povera Jackie verrà pure inchiodata dall'improbabile giornalista ("è stato il tuo spettacolo!", riferendosi al solenne corteo funebre), ma terrà duro, soprattutto grazie all'ottima interpretazione di Natalie Portman (?!).
Altro punto, cui il compagno di sala Juri mi ha condotto, è la "struttura narrativa", secondo lui troppo frammentata. Tutto sommato, il classico gioco d'incastri, tra flashback, immagini d'epoca e ricostruzioni accurate (filtri "vintage"), sta in piedi, rende lo stato di trance dell'effimera protagonista persa nel suo Camelot e, mi permetto, è uno dei meriti di regista ed autori.
(depa)

*("si dice così, no?"...)

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