Il diritto è un dovere

Nelle sale solo l’ultimo film del regista tedesco-turco Ilker Çatak che, due anni fa, ci convinse inseguendo una professoressa alle prese con la propria autonomia a scuola. Dall’istruzione alla cultura, lo Stato dispone i suoi gregari per la medesima strategia autoritaria. Dominio e sottomissione: così arrivano i fondi. “Yellow letters”, Orso d’oro 2026 che premia tenacia e maturità di film e protagonisti.
Derya Tufan è una prima attrice. Qualche ruga, molta sicurezza. Siamo tra uomini di teatro, a “Berlino nel ruolo di Ankara”. Derya irritata da un cellulare lasciato squillare (poi si capiranno “chi” e “perché”, rivelando chissà che altro…) e dalle troppe rappresentanze. Sospensioni, provvedimenti, intimidazioni. Insomma, se lavori per lo Stato devi obbedire. Al centro del cinema del regista, il confronto tra individui: mancato, ostacolato. I “traditori della patria” e “terroristi” sono i pensanti d’ogni tempo. Il vuoto attorno: si pensi ai palestinesi in Italia arrestati su ordine del vigliacchissimo Mossad. Un’altra pellicola attenta in cui il regista quarantenne dimostra grande sensibilità nel sondare le diverse anime e i relativi stati (d’animo). L’acclamato professore e drammaturgo ha reticenze nell’indossare l’inelegante maglietta di protesta; sa bene di non appartenere alla stessa classe dei colleghi.
Ci sarà sempre, come Fikret, chi esegue solo gli ordini. Onore a lui, il suo onore a lui. Si fotta.
Il vuoto è bianco di terra ormai incenerita: è “Amburgo nel ruolo di Istanbul”. E questi due un appoggio ce l’hanno, una casa, gli affetti degli spettatori, un lavoretto…Ma la vita di Aziz è il teatro, con cui “cambiare il mondo”. Dopotutto, basta abituarsi alle denunce, il coraggio viene…L’arma dell’attesa di cui ogni totalitarismo sa abusare, l’indifferenza come supporto. E, soprattutto, la modifica (rimozione) di queste parole, di questi pensieri dai membri della società, come condizione sinequa per farne parte.
Derya ha fatto carriera.
(depa)

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