Grazie...ma solo a Papà!

Ed eccoci alla conclusione del racconto del nostro "Trieste FF 2014", mio e di Pupà. Dopo la discutibilissima pellicola, il Prof. ammaina le vele (e te credo), lasciandomi solo, più che speranzoso implorante, ad assistere all'ultima di domenica 19 gennaio: "Fine, thanks" è un film slovacco diretto da Mátyás Prikler che saprebbe cosa mostrare e come, ma che inspiegabilmente, ubriaco d'ambizione e compiacenza, finisce col fare una figuraccia imbarazzante, proprio come il suo protagonista. Peccato: deludente come tutti gli altri film visti in questa mini-rassegna di due giorni. Impagabile, invece, è stato questo tuffo nella città orientale che ancora trasuda gocce di una cultura che si sta prosciugando (svuotando come le sue eleganti case sfitte) e nella suggestiva atmosfera cinefila di questo intrigante festival. Di nuovo, quindi, Grazie Pa'. Ci si vede nei paraggi il prossimo anno.
Nell'introduzione al film, il regista ci spiega come questo sia nato come approfondimento, svolgimento di un suo corto precedente, che raccolse un certo successo. Ecco, forse la fonte delle magagne. E' sempre possibile sviluppare un discorso introdotto da un cortometraggio? Interessante quesito che trova le sue possibili risposte, di volta in volta, nei risultati ottenuti. C'è che ce la fa e chi no, banalizzando. Suppongo non sia una passeggiata. Sono certo, invece, che possa non esserlo affatto per lo spettatore, quando questi è costretto a sorbirsi più di due ore di riprese che, se è vero che non mi avrebbero annoiato sulla breve distanza, alla lunga mi hanno accompagnato attraverso vari stati di frustrazione. Sino all'incazzatura vera e propria. Perché il taglio low cost è intrigante, lo spaccato sociale che si prefigge di rappresentare è realistico ed intrigante, peccato che siamo in sala Tripcovich (cinematografica) e abbiamo tutti (pochi, visti l'ora e l'andazzo, suppongo) voglia di un bel film che ci gratifichi. Niet. In barba al concetto di intrattenimento, l'autore s'è concentrato su sé, lasciando che il cronometro della celluloide in corsa contasse inesorabile. L'ultima mezz'ora è autentico calvario. Coprendo anche quelle sequenze che di per sé sarebbero ammirabili con una pesante stoffa di noia. Il fatto è che, ormai, non essere cosciente che il mondo avanza lungo un binario morto, è da inetti superficiali (cretini), ma raccontarlo così non è da meno. “Bene, grazie” un corno.
Ma no, non a te Pa’.
(depa)

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