Prigionieri di una pazzia

L'ultimo passaggio in terra nipponica offerto da quelli dell'"Altrove", lunedì scorso, è stato in realtà un'allucinante trappola del deserto: tutti noi braccati tra muri di sabbia da cui la fuga è impossibile, a meno di un'autentica ristrutturazione di sé. "La donna di sabbia", del 1964, è stato diretto da Hiroshi Teshigahara (1927-2001) e racconta di questa gabbia non così differente dalle nostre prigioni quotidiane, prive di appigli e basi da cui risalire.
Tratto dall'omonimo romanzo di Kōbō Abe, narra di un entomologo "prigioniero di una pazzia". Quale insanità mentale? Quella di essere sequestrati con una donna nel nulla? O quella di aver passato quarant'anni della propria vita tra uffici, documenti e calcoli? Teshigahara si pose queste inquiete domande leggendo il libro di Abe e le consegnò alle immagini ("E allora...in fabbrica? In ufficio?"). Con costante e straniante andamento, a partire dalla introduzione sufficientemente allucinatoria (nonché provocatoria sullo stato delle cose: "questa larva...niente documenti, numeri previdenziali..."), si copre tutta la riflessione sulle moderne esistenze, come il rapporto tra uomo e donna reso sterile dalla società del consumo (mi ha ricordato la grande scuola italiana anni '60, con Ferreri, Antonioni in primis).
Sullo schermo, l'insoddisfazione è un urlo che erompe nonostante tutto il senno del protagonista, professionista affermato. "Tutto è sfruttamento...e noi scodinzoliamo". La volatilità di ciò che circonda gli individui è arena gialla nera marrone infuocata, può bruciare e soffocare, portare alla follia. Di riflesso, i sintomi dell'inconsapevole apatia, sono ben concreti sotto la nostra calotta cranica. La pellicola secerne tale fisicità, effetto materico, sabbia ovunque (altro che "stressanti" ferie in riviera), sino a instillarci un prurito.
Non resta che ripensare. Voltarsi e cambiare direzione: non seguire.
(depa)

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